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Cosa abbiamo visto alla manifestazione delle Sardine di Roma

Le sardine oggi non sono un partito e forse neanche un movimento. Sono solo l’ufficio risorse umane dell’Italia che ha solo capi, capitani e capitoni

Quella degli oltre centomila di ieri in piazza San Giovanni in Laterano non è stata un’adunata, come l’ultima volta del centrodestra, ibidem; né un flash mob, come la prima volta delle sardine, a Bologna. Forse non è stata neppure propriamente una manifestazione o un sit-in. È stata, più che altro, un’esperienza. Spetterà alla road map, data ormai come imminente dal coordinamento nazionale del movimento, stabilire a quali accezioni di significato l’esperienza delle sardine finirà per somigliare di più.

Nel frattempo, con un’impeccabile regia in chiave Lo-Fi (piccolo palco, grandi striscioni; pochi amplificatori, molti pezzi di Mannarino) e una straordinaria partecipazione, a Roma si è svolta l’assemblea d’istituto della Repubblica italiana. Repubblica che per una volta, va riconosciuto, non era intesa come liceo di pluriripetenti, ma come un istituto onnicomprensivo fondato sui valori della democrazia, dell’antifascismo, del ceto medio riflessivo. Prima che cominciassero le danze, però, non si può dire che non ci sia stata un po’ di paura di appiattimento verso il ceto medio riflessivo.

Quando ancora il verde del sagrato Lateranense era ben distinguibile, prima che la folla ricoprisse ogni metro quadrato disponibile dalla Scala Santa a Santa Croce in Gerusalemme, flotte di biciclette rosse Uber da venti centesimi al minuto introducevano l’identikit dei primi arrivati, lo zoccolo duro delle sardine romane. Il resto lo facevano zaini Kanken e occhiali Ray-Ban. Il collegamento Rai, affidato alle camionette satellitari, era ostentato come un accessorio cool ma dal sapore antico, tipo le cuffie cablate o i metallurgici della Fiom a mo’ di servizio d’ordine. Il motto, a questo punto, sembrava uno e uno solo: Barbour e cagnetta, sardina perfetta.

Ma quando il grosso del pubblico prende posto realizzi che raramente, a memoria di trentenne, una piazza politica è stata così eterogenea. Una giovane nonna con un cappello dalla scritta “Torpigna c’è” accompagna il suo nipotino, pluridecorato di pesci di ogni colore e dimensione. Un ragazzo con la kefiah rinuncia alla feature primaria del suo selfiestick, trasformandolo in un portasardina. Qualche estremista del ceto medio riflessivo sfoggia senza paura un loden, se over 18, o una cover della Ferrari, se over 40. 

Capisci che a San Giovanni il vero valore aggiunto è proprio l’unità nella disomogeneità, pentendoti immediatamente del pregiudizio verso tutte quelle Hogan. Le origini girotondine non sono nascoste, ma fieramente esibite, come e più di quelle parioline. A Roma e in Italia l’esercizio di tolleranza più estrema è includere in una manifestazione di sinistra, che inneggia alla Liberazione, non soltanto le persone venute da altri mondi o da orientamenti sessuali, ma anche le persone venute da Prati. 

L’unica forma d’odio che provano questi ragazzi e questi anziani, gramscianamente, è verso gli indifferenti. Al netto di questo e di Salvini, amano tutti. C’è una sardina per ogni tipologia umana. Ci sono le sardine scenografe, che hanno lavorato alla maxi sardina da quaranta metri che resterà il simbolo più riuscito di questa giornata, che si srotola piano grazie al coordinamento psicomotorio di un solo corpo fatto di tante mani e una sola speranze: che la sottile polvere blu, residuo della vernice, sia tossica solo della tossicità della vera libertà di espressione.

Ci sono le sardine strillone, che distribuiscono perlopiù copie della Comune e del Partigiano, con qualche copia di straforo del Fatto Quotidiano. I sardinonni e le sardinonne, nipotemuniti e no, chissà, battuti dalla concorrenza del sovranismo o di Zara. Le cattosardine, con braccialetto “Io sono di Dio”. Le sardine spazzine, pronte a pulire prima, durante e dopo. L’elenco delle sardine vip è lungo, da cronaca rosa deviata: Alba Parietti e Isabella Ferrari, Kasia Smutniak e Valeria Solarino, Michele Santoro e Zoro. Arrivano le sardine notabili, come Paolo Flores D’Arcais, che gira inquieto sperando di essere riconosciuto, ma non sempre accade, anche se in molti ce l’hanno sulla punta della lingua. Ci sono le sardine capo, come Mattia Santori, che fendono la folla con passo sicuro e carismatica educazione (“chiedo scusa”, “permesso”), da frontman indiepop. Non mancano ovviamente le sardine imbucate che, per fortuna non sono quelle di Casa Pound, ma solo qualche sardinetta ambulante, che spinge faticosamente un carretto pieno di birre e bottigliette d’acqua. Le sardine video maker, le sardine foniche, le sardine bambine e le sardine sardine, quelle che hanno capito tutto, e vale a dire che l’importante è esserci, punto. E le sardine nere, alcune senza cittadinanza, ma tutte col diritto di esserci insieme alle altre.

Le scelte intelligenti sono tante: una di esse è non aver usato la facciata della Basilica Lateranense come scenografia, ma l’eterno cantiere della Metro C. In nessuno intervento dal palco viene neanche menzionata la situazione in cui versa Roma, non è questo il tema del giorno ma, per quanto la sindaca Raggi possa twittare: “Festa di popolo”, quelle recinzioni, a un passo dalla più antica e importante basilica patriarcale, sono lì che parlano da sole.

Un’altra ottima idea è quella di non chiamare mai per nome i membri del collettivo che coordina (“Un amico”, quando Mattia Santori sale sul palco), ma solo gli ospiti. I loro speech sono tutti brevi e significativi, su tutti quelli della Presidente dell’Anpi Carla Nespolo: “Non è consentito a nessuno essere razzisti. Siamo le sentinelle della memoria. Vogliamo un mondo dove i libri contino più dei selfie [tutti si immobilizzano]” e di Giorgia Linardi, della Sea Watch: “Mi sembra assurdo come si possa realizzare una convivenza di popoli su una nave, quando non si ha niente e poi a terra, dove si ha tutto, fallire così miseramente”.

Quando tre attivisti leggono i primi tre articoli della Costituzione segue l’inno di Mameli, e viene urlato in un modo, se possibile, più liberatorio ancora di Bella ciao. Ci si riappropria dell’inno nazionale al di fuori del mondiali di calcio e, soprattutto, al di fuori della retorica populista. E accade il miracolo, che è anche una cosa semplicissima, un uovo di Colombo: decine di migliaia di turisti della manifestazione si tramutano in militanti, con sincero entusiasmo. Cittadini scesi per la prima volta in piazza si appassionano a questa strana cosa che ti fa emozionare come un film, o un visore VR particolarmente verosimile, che ti ruba meno tempo di una gita al centro commerciale, e che dicono si chiami politica. Volteggiando sul cielo azzurro di Roma, i gabbiani palestrati muti.

È andata. Poco dopo, Santori non avrebbe bisogno di iniziare facendo ironia sulle sue affiliazioni prodiane, ma lo fa ugualmente e supera la sua prima grande prova di showmanship. Continua: “Non vogliamo sostituirci a nessun movimento di lotta dal basso”. Be’, certo, l’ultima volta non è che sia andata tanto bene: i Cinque Stelle sono finiti al Governo, prima con la Lega e poi col Pd. Ma quando lancia i punti di un possibile programma politico, essenziali ma tutti condivisibili, tra gli applausi. Il resto, ci si augura, sarà storia. 

Sarà così che si interromperà il lungo flusso d’incoscienza che è stata per almeno venticinque anni la scena politica italiana? L’assenza dei politici è essa stessa Politica? Perché l’antipolitica dell’antipolitica, almeno per adesso, non sembra affatto la solita politica. Semmai è l’idea che l’opposizione dell’opposizione possa andare avanti per un po’. 

I rappresentanti politici venuti in silenzio a San Giovanni, ma ancora di più quelli che hanno esultato per San Giovanni, soprattutto a sinistra, siano avvertiti: se i punti sul razzismo e l’antifascismo sono validi, più che altro, per Salvini e Meloni, tutto il resto — compresa l’abrogazione del Decreto Sicurezza — vale anche e soprattutto per loro. Un tweet condiscendente al retrogusto di appropriazione non li salverà dall’eventuale, reale rinnovamento che le sardine potrebbero rappresentare per il sistema politico italiano, se decidessero, un giorno, di andare fuor di metafora, lasciare il mare delle piazze e infilarsi nei condotti delle urne. Le sardine non sono scissione dell’atomo, come i frondisti dei frondisti del Pd, sono sanissimo meticciato. Potrebbero davvero migliorare il codice genetico del popolo della sinistra italiana, unendosi tra diversi. 

Pare che non siamo riusciti a trovare ancora un post-ideologismo migliore di quello che trasforma gli schieramenti in stati d’animo, gradi di educazione o interpretazioni del diritto costituzionale, ma almeno è un inizio. Se le sardine sono il meno peggio che l’Italia ha opporre al peggio assoluto, in attesa che le sardine diventino o confluiscano verso il meglio, possiamo affermare che ieri il meno peggio è ufficialmente lanciato verso nuove frontiere. La morte delle ideologie, se è inevitabile, passa anche da qui. Lo stesso vale, forse, per la rinascita del Paese. Le sardine oggi non sono un partito e forse neanche un movimento. Sono solo l’ufficio risorse umane dell’Italia che ha solo capi, capitani e capitoni. 

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