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Cosa abbiamo imparato su razzismo e antirazzismo nel 2020

Il 2020 non è stato solo l'anno del lockdown e delle mascherine. È stato anche l'anno in cui in Italia si è finalmente risvegliata una coscienza antirazzista popolare

Manifestazione per George Floyd a Roma. Simona Granati - Corbis/Getty Images

Guardando indietro al 2020 si ha l’impressione che tutto quello che resta di questo anno tumultuoso siano parole come lockdown, assembramenti, mascherine. Ma quello che sta per passare è stato anche l’anno di George Floyd, Black Lives Matter, White Fragility, blackface. È stato l’anno in cui anche in Italia si è risvegliata una coscienza antirazzista popolare.

L’UCCISIONE DI GEORGE FLOYD

Manifestazione per George Floyd a Roma. Simona Granati – Corbis/Getty Images

Gli afroamericani vittime della brutalità della polizia (gli uomini più delle donne) entrano regolarmente nel flusso di notizie europeo e italiano. Prima di George Floyd ci sono stati Tamir Rice, Michael Brown e Eric Garner. I motivi di questo interesse sarebbero tanto l’influenza culturale statunitense quanto l’identificazione della sinistra europea con il movimento per i diritti civili. 

George Floyd viene ucciso il 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota, mentre è in custodia della polizia perché avrebbe usato una banconota da 20 dollari contraffatta per pagare un pacchetto di sigarette. Il ginocchio del poliziotto sul collo di Floyd, gli 8.46 minuti e i filmati che di lì a poco sarebbero stati visualizzati milioni di volte, sono storia e simbolo di un movimento che negli USA come altrove si è fatto sentire come mai prima di allora. In Italia, il risultato di questa trasversalità  è stata anche la traduzione dall’inglese si libri come So you want to talk about race, il bestseller della britannica Reni Eddo Lodge, e White Fragility, il libro-manifesto dell’americana Robin DiAngelo.

IL MOVIMENTO BLACK LIVES MATTER

Foto: Getty Images

La rabbia degli afroamericani per l’uccisione di George Floyd, amplificata attraverso i social media, ha dato forza a movimenti antirazzisti già esistenti o, come nel caso dell’Italia, ha portato alla nascita di diverse realtà targate BLM. Nel corso delle manifestazioni che si sono tenute in diverse città italiane su diversi cartelli l’hashtag #BlackLivesMatter era accompagnato dall’elenco delle vittime nere del razzismo italiano, quasi a ricordare che le vite delle minoranze contano anche quando sono messe in pericolo nel cuore dell’Europa, e non a un oceano di distanza.

A inizio dicembre Twitter ha pubblicato il suo report annuale che riepiloga i momenti, i trend e i tweet che hanno dominato l’anno. #BlackLivesMatter è il secondo hashtag più utilizzato del 2020 – del resto c’era da aspettarselo in un momento storico in cui una pandemia globale ha incanalato con maggiore forza i movimenti sociali sui social network.

In Italia il digital activism ha portato utenti e attivisti non-bianchi a parlare di razzismo, in una prospettiva però locale. Questo da un lato ha portato molti italiani bianchi a informarsi sulla questione razziale nel proprio paese; dall’altra ha spinto buona parte della narrazione mediatica o a precisare che il razzismo americano è molto diverso da quello italiano (come a dire, “qui certe cose non potrebbero accadere”) o a narrarlo male (emblematico il caso di una copertina de L’Espresso: due manifestanti bianchi con indosso magliette riportanti la scritta “Black Lives Matter”). 

L’espressione Black Lives Matter ha però introdotto gli italiani ad altre parole legate alla questione razziale, come “alleato” e “intersezionalità” su tutte.    

LA STATUA DI MONTANELLI

Foto: MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images

Molto presto però il dibattito sul razzismo istituzionale in Italia si è polarizzato su tematiche già note e su facili polemiche: le statue e il pericolo della censura. 

I monumenti sono stati, non senza controversie, al centro delle proteste antirazziste del 2020. Alcuni movimenti sono però di vecchia data – come #RhodesMustFall, la campagna per la rimozione delle statue di Cecil Rhodes iniziata in Sudafrica nel 2015 e arrivata a toccare istituzioni come la Oxford University.

Il tema delle statue ha assunto, almeno in Italia, il volto di Montanelli, nel monumento a lui dedicato nel parco di Porta Venezia, a Milano. Naturalmente la questione va ben al di là della celebrazione della colonizzazione e dei suoi protagonisti: riguarda soprattutto la necessità della decolonizzazione di un comune passato in luoghi che oggi sono vissuti dai figli di quell’assoggettamento. Si tratta di un processo che può portare violenza verso le cose, le statue – i movimenti sono talvolta per natura violenti – ma che richiede anche un’analisi della storia coloniale e post-coloniale europea. L’una, senza l’altra, non favorisce un reale cambiamento.

LA “CANCEL CULTURE” IN ITALIA

Il 2020 è stato anche l’anno in cui in Italia è arrivata l’espressione “cancel culture”, ossia “cultura della cancellazione” (o “cancellazione della cultura”, come qualcuno ha frettolosamente tradotto). La “cancel culture” è essenzialmente il  boicottaggio che porta a dissociarsi da personaggi e aziende che hanno tenuto comportamenti discriminatori o oltraggiosi.

In Italia l’espressione è arrivata tramite una lettera pubblicata sull’Harper’s e firmata da 150 intellettuali, che denunciava un clima di intolleranza “per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale”. La pubblicazione ha sollevato non pochi mormorii anche per via di alcune firme controverse, quali Jessie Singal o Joanne Rowling.

In un contesto italiano il fenomeno è così limitato e le voci degli italiani neri sono talmente ai margini del dibattito pubblico che è davvero difficile parlare di cancel culture. Se ne è visto qualche accenno su piattaforme come Twitter e Instagram, dove alcuni attivisti hanno denunciato l’utilizzo indifferente della n-word da parte di giornali e personaggi mediatici. 

L’OMICIDIO DI WILLY MONTEIRO DUARTE

Un paio di giornali stranieri hanno definito l’uccisione di Willy Monteiro Duarte come il George Floyd italiano. “In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario”, aveva commentato un parente di uno degli arrestati per l’omicidio. La frase, che chiarisce quanto banale possa essere il razzismo, ha sconvolto l’opinione pubblica – tanto che la solidarietà alla famiglia della vittima è arrivata anche da diverse celebrità come Chiara Ferragni.  

La morte di Duarte ha portato la narrazione dominante a domandarsi se quella violenza avesse uno sfondo razziale: la “colour-blindness”, cioè l’idea che l’etnia di una persona non debba essere presa in considerazione nella valutazione di un’azione, è un approccio pervasivo della società italiana, che si considera post-razziale. Dire “Siamo tutti esseri umani” e non prendere coscienza che ci sono eventi che influiscono più negativamente sulla vita di alcune comunità rispetto su quella di altre è deleterio e non è una buona pratica antirazzista. 

LUIS SUAREZ E LA CITTADINANZA ITALIANA

Una battaglia che ha faticato a essere inclusa nel movimenta antirazzista italiano – che avrebbe davvero potuto, se non affrancare, almeno differenziare la questione razziale italiana da quella americana – è quella per la riforma della cittadinanza. Il tema è tornato sui titoli di giornale piuttosto tardi, quando le grandi proteste antirazziste dell’estate stavano scemando. Il motivo è stato che lo scorso settembre il calciatore uruguaiano Luis Suarez avrebbe avuto accesso a una corsia preferenziale e a tempistiche veloci per ottenere la cittadinanza.

La riforma della cittadinanza è inevitabile in una conversazione antirazzista pubblica: impatta la vita degli italiani di minoranza etnica più di quella degli italiani bianchi. Un sistema che lega l’acquisizione della cittadinanza alla regola dello ius sanguinis, e costringe gli italiani figli di genitori immigrati a procedure obsolete per ottenere il passaporto italiano, aumenta il divario razziale. L’approvazione della riforma della cittadinanza deve essere un cavallo di battaglia del movimento antirazzista italiano perché la norma attuale è il simbolo di un razzismo istituzionale. 

LA BLACKFACE A “TALE E QUALE SHOW”

In Italia non è mai davvero passata l’idea che la blackface sia una forma di discriminazione razziale mediatica. La televisione, il cinema e l’intrattenimento in generale continuano a ricorrere a questa pratica per “rappresentare” persone nere, generalmente afrodiscentendi.

A novembre, nel corso dello show televisivo Tale e quale (che da tempo fa notizia per l’uso che fa della blackface), uno dei partecipanti ha imitato il cantante italiano Ghali truccandosi pesantemente il viso per imitare la carnagione dell’artista. Ghali, nato a Milano da genitori tunisini, non ha apprezzato. “Non c’è bisogno di fare la blackface per imitare me o altri artisti”, aveva scritto. “Potete dire che esagero, che mi devo fare una risata e che non si vuole offendere nessuno, lo capisco. Ma per offendere qualcuno basta semplicemente essere ignoranti, non bisogna per forza essere cattivi o guidati dall’odio. Si può anche essere delle brave persone e non sapere che la storia della blackface va ben oltre un semplice make up, trucco o travestimento”.

Bisogna comprendere che una pratica come questa discrimina le persone nere (ancor più quando a livello mediatico non sono rappresentate, e per farlo anziché ricorrere all’ingaggio di professionisti neri, si preferisce colorare il volto a un bianco) indipendentemente dal fatto che avvenga in Europa e non negli Stato Uniti.