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Conte annuncia le dimissioni. Salvini monopolizza (da troppo) le televisioni

Dopo aver fatto cadere il governo, in Senato un confuso Salvini riapre ai 5 stelle e sembra non sapere che fare. Ma se la televisione non fosse sempre pronta a inquadrarlo e microfonarlo, forse non si sentirebbe così invincibile

Foto: Getty Images

Conte ha parlato al Senato, Salvini ovunque. Il primo ha annunciato le dimissioni (“Il Governo è finito”), il secondo ha monopolizzato le televisioni. E così, se alla vigilia delle consultazioni di Mattarella l’Italia si chiede chi governerà il Paese, noi possiamo già dire chi ha governato l’informazione. Minuti alla mano, nelle tv italiane Matteo Salvini parla più di tutti, si mostra più di tutti, chiacchiera e arringa più di tutti, quasi sempre senza contradditorio e con il carico dei soliti slogan (migranti, rom, sicurezza) che ne hanno fatto la fortuna negli ultimi 14 mesi.

Il suo presenzialismo è fotografato nello studio pubblicato dall’Autorità per le garanzie delle comunicazioni dedicato alla par condicio in televisione. Durante il mese di luglio, un minuto su tre di ogni tg nazionale dedicato alla politica italiana era dominato dal ministro dell’Interno, molto più presente del Premier Giuseppe Conte e del suo (ex) alleato Luigi Di Maio. Nelle princiapli edizioni dei sette tg delle reti generaliste (Rai, Mediaset e La7), ha parlato per 227 minuti, quasi il doppio del premier (146 minuti) e quasi il triplo dell’(ex?) alleato Di Maio (93 minuti), quasi quattro volte rispetto a Silvio Berlusconi (63) e più di quattro rispetto a Nicola Zingaretti (53 minuti). Ha dominato persino i Tg Mediaset di Studio Aperto (dove ha parlato il 35% del tempo totale), Tg4 (29%) e TgCom (23%).

Il leader leghista, prima ancora di invadere le urne, ha invaso le nostre case. Ha lanciato ogni giorno una nuova palla, sempre più avanti, guardando i giornalisti correrle dietro e senza neanche aspettare che gliela riportassero. Quando ancora parlavamo degli attacchi disgustosi a Carola Rackete, lui era già pronto ad annunciare un altro blocco di uno sbarco a Lampedusa. E quando la nave era ferma lì, lui difendeva rosso in volto l’approvazione del decreto Sicurezza-bis.

Ha parlato di tutto, Salvini, sempre inquadrato, ripreso, microfonato. E sempre poco contraddetto. Un giornalista gli chiede del giro sull’acquascooter della Polizia? Lui glissa, lancia una velata accusa gravissima (“Vada a riprendere minorenni che le piace”) e cambia argomento. La conferenza stampa continua lo stesso. Qualcuno gli chiede dei presunti finanziamenti chiesti in Russia dal suo sherpa Savoini? Sbuffa, dice “ancora…” e va avanti. The show must go on. Un mojito, una photo opportunity e via con un nuovo titolo da offrire ai tg e la solita tonnara a rimorchio.

È l’uomo forte del 2019, Salvini. Una figura tutt’altro che inedita. Prima di lui ci sono stati Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, persino il professore Mario Monti: tutte figure capaci di monopolizzare le attenzioni dei media italiani nel giro di una stagione tanto focosa quanto effimera. Il ministro dell’Interno è solo una versione più Facebookiana e più balneare di altri uomini venuti prima di lui, capace di creare le crisi senza andare neppure una volta in crisi. Merito suo, merito di quelli venuti prima di lui e demerito forse anche un po’ dei giornalisti, sempre pronti a riprendere ogni sua sfumatura e a contribuire seppure involontariamente alla sua definizione politica. Un problema? Forse. Quantomeno, un argomento di discussione. In America da ormai quattro anni i più autorevoli giornalisti dibattono se sia il caso di riprendere ogni insulto, fake news e castroneria propalata dal loro presidente Donald Trump. Perché forse il rischio è quello di “crearlo“, l’uomo forte, ancora prima di raccontarlo. I colleghi statunitensi non sono ancora arrivati a una conclusione. In Italia, il problema, non si è neanche ancora posto. E forse la Bestia (la macchina di propaganda salviniana attiva sui social) ce l’abbiamo già in casa, offline.

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