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Con la Brexit gli immigrati siamo diventati noi

Dall’inizio dell’anno, più di trenta cittadini europei, tra cui alcuni italiani, sono stati rimpatriati dalle autorità di frontiera britanniche. Le loro storie:

(Photo by Kiran Ridley/Getty Images)

Negli ultimi giorni l’immigrazione è tornata ad occupare le prime pagine dei giornali italiani. Il tema si è imposto nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica non soltanto per via delle manovre diplomatiche che il governo sta attuando per allentare la pressione su Lampedusa e convincere gli altri paesi europei ad accogliere i migranti provenienti dalle coste del Nord Africa, ma anche perché, in maniera insolita, ci siamo visti costretti a osservare il fenomeno dall’altro lato della barricata: per una volta, gli “immigrati” da respingere siamo diventati noi.

In settimana si è assistito a un aumento considerevole di cittadini europei bloccati dalle autorità britanniche, rei di aver provato a fare ingresso nel Paese per lavorare senza disporre di un visto. Nelle ultime 48 ore, più di dieci cittadini europei sono stati incarcerati e respinti dopo essere atterrati all’aeroporto londinese di Gatwick.

Fino al 31 dicembre 2020, i cittadini italiani ed europei potevano entrare facilmente nel Regno Unito per cercare lavoro o per piacere. La concretizzazione della Brexit ha ovviamente sconvolto il quadro: per poter ottenere il cosiddetto settled status – ossia il permesso di residenza – è infatti necessario aver iniziato a vivere in Inghilterra prima del 31 dicembre 2020 o, in alternativa, aver risieduto continuativamente nel paese per almeno 5 anni.

Adeguarsi alle nuove regole è complicato non soltanto per chi era abituato a recarsi nel Regno Unito senza alcuna restrizione, ma anche per lo stesso Ministero degli Interni inglese, che non sembra avere individuato delle linee d’azione precise da seguire. Allo stato attuale, la normativa è infatti piuttosto vaga, e non è ancora chiaro se i cittadini dell’Unione Europea possano esplorare il mercato del lavoro del Regno Unito anche se privi di un titolo d’accesso.

Alcuni respingimenti sarebbero stati attuati anche in presenza di requisiti di accesso formalmente validi: ad esempio, ieri, il Guardian ha riportato le testimonianze di diversi cittadini europei giunti nel Regno Unito per tenere dei regolari colloqui di lavoro – circostanza che il l’Home Office ritiene idonea per fare ingresso nel paese per un periodo di sei mesi, anche in assenza di un visto. Gli intervistati hanno raccontato di essere stati sottoposti a un’esperienza “traumatica e umiliante”, venendo trasferiti nel centro di detenzione Yarl’s Wood, in Bedfordshire, a due ore di auto dallo scalo, senza possibilità di utilizzare gli smartphone e potendo comunicare con i propri familiari soltanto attraverso il telefono messo a disposizione dalla struttura. Per quanto riguarda l’Italia, il caso che ha fatto più discutere è quello di Marta Lomartire, la 24enne pugliese trattenuta per più di 12 ore in un carcere a un paio d’ore di distanza dall’aeroporto londinese di Heathrow.

Marta era atterrata a Londra lo scorso 17 aprile per lavorare come ragazza alla pari in casa di suo cugino – un medico della sanità pubblica inglese residente a Londra da quasi 15 anni – che le aveva consegnato una lettera a sua firma per rassicurare le autorità di frontiera e consentirle l’ingresso come lavoratrice Au Pair.

Tuttavia, la referenza non è bastata: una volta giunta a Heathrow, Marta è stata trattenuta dalle autorità di frontiera britanniche e trasferita all’Immigration Removal Centre di Colnbrook per non aver richiesto preventivamente il visto lavorativo, con tanto di sequestro di smartphone, valigia e altri effetti personali. Intervistata da Repubblica, Lomartire ha raccontato alcuni particolari spiacevoli del suo periodo di detenzione: «Non me ne capacitavo. Non avevo fatto nulla di male. Credevo di avere la documentazione giusta. E invece: filo spinato sulle mura intorno, sbarre alle finestre, cancelli enormi blindati. È stato uno shock. Una volta entrata, sono scoppiata in un pianto terribile, perché per me era inconcepibile». Secondo quanto riporta Politico, dall’inizio dell’anno sarebbero almeno 30 i cittadini europei – tra cui tedeschi, greci, italiani, rumeni e spagnoli – che sono stati trattenuti fino a 7 giorni nei centri per l’immigrazione per poi venire rimpatriati nei loro Paesi d’origine. In maggioranza si tratta di giovani che hanno tentato di entrare nel Regno Unito per cercare lavori poco qualificati e a breve termine, come era comune quando il Paese faceva ancora parte dell’Unione. Anche se, in questi casi, il lungo periodo di detenzione potrebbe essere giustificato dalla pandemia e dalla minore disponibilità di voli, alcuni governi europei hanno già espresso la propria contrarietà all’adozione di queste misure restrittive, giudicandole sproporzionate e auspicando una presa di posizione più dura nei confronti di Londra da parte di Bruxelles.

In un clima di crescente tensione, mercoledì, otto eurodeputati rumeni hanno spedito una lettera alla presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per esprimere la propria preoccupazione in merito ai recenti sviluppi, sottolineando come l’approccio attuato dall’Home Office si ponga in contrasto con lo “spirito” dell’accordo sulla Brexit, dato che “l’invio di giovani cittadini europei nei centri di detenzione per immigrati è decisamente sproporzionato e contrario allo spirito di buona cooperazione che ci aspetteremmo dal Regno Unito”.

Insomma: se l’escalation delle ultime ore ci ha insegnato qualcosa è che siamo sempre a sud di qualcun altro, anche se non ci siamo abituati.