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Come ‘Sky News Australia’ è diventata un network globale per i negazionisti del clima

La sezione australiana dell'emittente fondata da Rupert Murdoch ha «promosso lo scetticismo verso la scienza climatica», diffondendo «paura o confusione riguardo agli sforzi per mitigare la crisi», secondo l'ultimo rapporto del centro studi britannico 'Institute for strategic dialogue'

L'ex presentatore di Sky News Alan Jones

La parabola del sedicente “ambientalista ragionevole” canadese Patrick Moore ha conosciuto due fasi antitetiche: la prima è quella dell’ecologista di stimata fama che decide di sacrificare la propria carriera accademica sull’altare dell’attivismo. Moore, infatti, è stato per nove anni presidente della sezione canadese di Greenpeace e per sette direttore di Greenpeace International, proprio nel periodo in cui l’Ong fondata a Vancouver nel 1971 si apprestava a diventare la più influente associazione ambientalista a livello mondiale.

Per uno strano scherzo del destino, la seconda è quella che lo ha visto trasformarsi in una triste caricatura di sé stesso, sino al punto di agire in prima linea per seminare dubbi sulla scienza del clima e, in definitiva, diventare un protettore di quegli stessi interessi che Greenpeace dovrebbe contrastare. Non a caso, la stessa associazione con cui ha collaborato per lunghi anni lo ha definito come «un portavoce pagato per l’industria nucleare, l’industria del legname e l’industria dell’ingegneria genetica» che «sfrutta legami ormai lontani con Greenpeace per vendersi come oratore e portavoce pro-corporation» – peraltro, il dividendo di autorevolezza di cui Moore gode in determinate nicchie di opinione pubblica è da ricollegare anche ad alcune ambiguità relative alla sua biografia: ad esempio, viene spesso annoverato tra i fondatori di Greenpeace, che però esiste da prima che Moore iniziasse a collaborare attivamente con l’associazione.

La svolta scettica di Moore è iniziata nel 1986, con un divorzio da Greenpeace che ha fatto molto rumore, ma ha vissuto un salto di qualità nel 2011, con la pubblicazione di un saggio incendiario, L’ambientalista ragionevole, assurto rapidamente al rango di Bibbia per tanti nemici giurati dell’ambientalismo contemporaneo – quelli che fanno di tutto per tacciarlo di catastrofismo e allarmismo, per intenderci. Nel 2019, una famosa (e delirante) intervista rilasciata a Breitbart – una content farm vicina alla destra populista globale – destò un certo scalpore: Moore giunse a mettere in discussione i paradigmi fondanti del dibattito ambientale odierno, in primis il consenso scientifico sull’origine antropica delle emissioni – nello specifico, affermò che «Quando parlano del 99% di consenso scientifico sul global warming, parlano di un numero assolutamente ridicolo e falso. La gran parte degli scienziati che spingono questa teoria catastrofista sono pagati con soldi pubblici. Non sono pagati dalla General Electric, dalla Dupont o dalla 3M per fare ricerca, laddove società private si aspettano dalla ricerca qualcosa di utile per produrre qualcosa di meglio e fare un profitto perché la gente la vuole. La gran parte di quello che fanno questi cosiddetti scienziati è semplicemente produrre più paura».

Attualmente, Moore porta avanti la propria battaglia contro climatologi allineati al “pensiero dominante” e movimenti ambientalisti attraverso i suoi canali social. Tra le fonti rilanciate dall’ex membro di Greenpeace, balza facilmente all’occhio l’edizione australiana di Sky News. Solo per fare un esempio, nell’ottobre del 2021 Moore ha ritwittato un segmento dell’emittente australiana in cui l’ex conduttore Alan Jones descriveva gli attivisti di Extinction Rebellion come dei «piccoli stronzi egoisti e mal istruiti che pretendono di insegnare le loro virtù».

Quella tra Jones e Moore è una corrispondenza d’amorosi sensi; anche l’anchorman australiano, infatti, è un convinto insabbiatore delle ragioni della sesta estinzione di massa: ha definito a più riprese il riscaldamento globale come una “gigantesca bufala” e concesso ampie occasioni di esposizione mediatica alla quintessenza del negazionismo climatico globale, da Christopher Monckton a Peter Ridd fino al sostenitore dei combustibili fossili Bjorn Lomborg e, ovviamente, allo stesso Moore che, il 21 marzo dello scorso anno, ha presentato il suo ultimo saggio proprio durante la striscia quotidiana che Jones presentava su Sky, incassando le lodi del conduttore (naturalmente, durante la sua esperienza alla corte di Murdoch, conclusasi nel novembre del 2021, Jones ha pensato bene di negare qualsiasi tipo di contraddittorio, escludendo ad esempio il parere dei climatologi dell’IPCC, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici).

A uno sguardo superficiale, il fatto che un network celebre e diffuso come Sky possa aver piegato totalmente la propria linea editoriale agli interessi del fossile, scegliendo di concedere spazio ai deliri negazionisti di Moore, Jones e degli altri bugiardi del clima, potrebbe risultare spiazzante. Eppure, stando ai risultati dell’ultimo rapporto del centro studi britannico Institute for strategic dialogue (IFS), pubblicato lo scorso 9 giugno, l’emittente di Rupert Murdoch è una fonte di contenuti a cui attingono influencer e testate negazioniste del cambiamento climatico in tutto il mondo, e sta guadagnando una certa popolarità nei sottoboschi digitali di stampo conservatore. In particolare, il rapporto ha evidenziato come Sky News e, più in generale, la scuderia di opinionisti dei quotidiani del gruppo News Corp abbiano creato, attraverso i social network, «un sistema di produzione e circolazione di informazioni» che ha «promosso lo scetticismo verso la scienza climatica e paura o confusione riguardo agli sforzi per mitigare la crisi».

Non dovesse bastare, riferendosi ai contenuti ospitati da Sky News negli ultimi mesi, Chris Cooper, direttore di Purpose – una società di consulenza che ha contribuito a condurre l’analisi dell’IFS – si è spinto fino a dichiarare che «L’Australia sembra avere due importanti industrie di esportazione» – quella delle emissioni e quella delle notizie false o tendenziose sul clima – e che l’emittente starebbe contribuendo in maniera sproporzionata alla «disinformazione climatica globale», producendo contenuti fuorvianti che finiscono per essere diffusi attraverso le reti di negazionisti attive in tutto il mondo.

Il rapporto sottolinea, inoltre, il ruolo chiave giocato da alcuni volti noti dell’emittente: oltre al summenzionato Jones, un’altra figura enigmatica è quella di Rita Panhai, conduttrice del programma After Dark, che ha spesso stigmatizzato in diretta televisiva gli attivisti del clima e le figure pubbliche che scelgono di esporsi in favore della riduzione delle emissioni. Ad esempio, ha attaccato pubblicamente il principe Carlo, etichettando l’erede al trono britannico come il «più grande ipocrita e idiota del mondo». La sua colpa? Aver invitato i leader mondiali a intraprendere azioni più ambiziose sui cambiamenti climatici in vista della COP26 di Glasgow.

Anche l’andamento dei social sembra confermare la deriva scettica di Sky News Australia: l’analisi ha mostrato che, prima del 2017, il network pubblicava una media di 25 tweet al mese su questioni legate al clima, mentre attualmente viaggia a una media di 100, con picchi che hanno superato la soglia dei 300. Inoltre, come ha evidenziato John Buckley su VICE, i post che hanno seminato dubbi sulla scienza del clima su tutte le piattaforme durante il vertice COP26 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici lo scorso anno hanno generato più di 14.400 tweet e 855 post su Facebook: tra questi, il contenuto con le migliori prestazioni è stato un post di mille parole, condiviso dall’irreprensibile Jones, relativo a un presunto «ricablaggio del sistema finanziario» architettato ad arte per raggiungere la neutralità carbonica.

Confutando i risultati del rapporto, un portavoce di Sky News Australia ha difeso le ragioni dell’azienda, dichiarando che l’emittente «trasmette una vasta gamma di punti di vista sulle complesse questioni relative al clima, inclusa la trasmissione di un importante documentario in coincidenza con la conferenza sul cambiamento climatico a Glasgow che ha esaminato l’energia nucleare come possibile soluzione a lungo termine per raggiungere emissioni nette zero entro il 2050». Quel che resta difficilmente contestabile, però, che un certo tipo di pensiero abbia infiltrato la programmazione dell’emittente.

Lo stesso Murdoch, in passato, ha catalizzato l’attenzione mediatica a causa delle sue opinioni strambe sul riscaldamento globale, e non è la prima volta che una sua azienda presta il fianco ad alcune fragilità sul clima. Ad esempio, nel 2020, Emily Townsend, una dipendente di News Corp, ha accusato alcuni giornali che fanno capo alla compagnia di fare disinformazione e spostare l’attenzione dai cambiamenti climatici durante la violenta stagione degli incendi che devastarono l’Australia. In un’email indirizzata al presidente esecutivo Michael Miller, Townsend scrisse che alcune testate afferenti al gruppo – The Australian, l’Herald Sun di Melbourne e il Daily Telegraph di Sydney – stavano dolosamente travisando i fatti e diffondendo notizie distorte, rafforzando la tesi della causa dolosa degli incendi in maniera del tutto strumentale, per sminuire o negare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla loro intensità e durata.

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