Come siamo messi con le vaccinazioni in Italia? | Rolling Stone Italia
Home Politica

Come siamo messi con le vaccinazioni in Italia?

La risposta è che siamo partiti abbastanza bene, ma le vere sfide arriveranno quando dalle vaccinazioni per operatori sanitari e anziani si passerà alle vaccinazioni di massa

Un test per il coronavirus negli Stati Uniti. Foto Chip Somodevilla/Getty Images

Ad oggi in Italia sono state somministrate quasi un milione di dosi di vaccino. Più precisamente, stando all’ultimo bollettino ufficiale del Ministero della Salute, sono 972.099, che sono il 69% di quelle al momento consegnate al nostro paese (1,4 milioni). Il dato è buono.

Vaccinati contor il Covid-19 per fasce d’età, al momento.

Ma, innanzitutto, quando parliamo genericamente di “vaccino” va fatta una precisazione: si tratta di dosi del primo vaccino ad aver ottenuto l’ok dall’EMA – la European Medicines Agency, l’istituzione europea che si occupa della supervisione dei medicinali: quello di Pfizer-BionTech. Quindi quando sentiamo parlare di vaccino somministrato, per il momento, si tratta di un vaccino in particolare: il Tozinameran, la cui denominazione commerciale è Comirnaty. Di vaccini ce ne sono anche altri, ovviamente: l’EMA deciderà il prossimo 29 gennaio se autorizzare quello di AstraZeneca (i cui dati sono incoraggianti), mentre per altri ancora, come quello di Johnson&Johnson, non c’è al momento un data in cui ne verrà decisa l’approvazione.

Il numero di dosi in arrivo è difficile da calcolare con precisione ma, per ora, gli ordini fatti dalla Commissione Europea ammontano a circa 700 milioni di dosi complessive. Oltre 300 milioni sono quelle di Pfizer-BioNtech, 180 milioni sono del vaccino Moderna (che l’EMA ha autorizzato lo scorso 6 gennaio). La Commissione ha poi aggiunto un nuovo ordine a Pfizer-BioNtech da 200 milioni di dosi con la clausola per poterne ordinare, in tempi brevi, altri 100 milioni. Se consideriamo che i cittadini dell’Unione Europea sono circa 447 milioni, i vaccini in arrivo sono già sufficienti per vaccinare tutti con una prima dose, e per vaccinare 100 milioni di persone una seconda volta

Tornando al numero di vaccini fatti in Italia, la stragrande maggioranza delle 972.099 dosi somministrate – 734.969 – sono andate a medici, infermieri e altri lavoratori della sanità. I restanti ad altri lavoratori esposti al contagio e ad ospiti delle residenze per anziani, le cosiddette RSA. La priorità in questo momento, infatti, è vaccinare il personale sanitario; poi verranno le persone più anziane, quelle di mezza età e infine i più giovani. Quasi tutti i Paesi hanno deciso per questo ordine di priorità, ma ci sono comunque delle eccezioni – ad esempio l’Indonesia, che subito dopo il personale sanitario, vaccinerà in massa i dipendenti pubblici, poi i giovani e solo per ultimi gli anziani. Una scelta motivata dall’idea di proteggere l’economia vaccinando prima i lavoratori attivi.

Vaccinare il personale sanitario, invece, ha l’ovvio scopo di evitare nuovi focolai e contenere il contagio. Vaccinare gli anziani, invece, dà enormi garanzie per quanto riguarda l’abbattimento della mortalità – è una questione di rapporto tra età avanzata e rischio di morire di Covid.

Guardando ai numeri si capisce tutto molto meglio. Se vaccinassimo prima di tutto gli over-90, che sono solamente l’1,3% della popolazione, i decessi si ridurrebbero del 19%. Cosa vera per un semplice motivo, ossia che una fetta importante dei decessi da Covid-19 è composta da persone anziane. Se vaccinassimo tutti gli over-80, cioè il 7,4% degli italiani, la riduzione dei decessi sarebbe del 58% – oltre la metà. Arrivando invece a vaccinare tutti gli over-70 (che sono il 17,3% della popolazione) i morti in meno sarebbero addirittura l’82%. La mortalità sarebbe infine diminuita del 91% vaccinando tutti gli over-60 che sono il 29,7% della popolazione italiana. 

Abbattere del 91% la mortalità vaccinando meno del 30% della popolazione sarebbe un passo enorme, ma quando ci arriveremo? Difficile dirlo. Gli over-60 sono circa 18 milioni di persone, e noi per ora siamo soltanto a un milione di dosi somministrate – e va tenuto conto che serve una seconda dose per garantire un’alta efficacia. Gli annunci del governo hanno più volte posto un obiettivo: 13 milioni di vaccinati entro fine marzo. Ma per ora ci sono in gioco troppe variabile per poter dire se è fattibile o meno.

La prima e principale di queste variabili è il fatto che la prima fase di questa campagna vaccinale riguarda soltanto alcune categorie specifiche di persone, mentre nel prossimo futuro le cose saranno molto diverse. Non appena inizierà la fase successiva, quella di massa, la gestione di dosi e centri di somministrazione sarà meno facile da gestire, e serviranno più medici e più strutture per contenere, senza creare assembramenti, le persone da vaccinare. Non sappiamo nemmeno con sufficiente precisione quanti e quali vaccini riceveranno l’approvazione dell’EMA in futuro, e anche da questa variabile potrebbe dipendere la velocità con cui riusciremo a vaccinare milioni di persone.

Ci sono delle altre cose che, al contrario, sappiamo già. La prima: in Italia ci sono, già attivi, 293 punti di somministrazione, e possiamo dire che per il momento questi centri hanno funzionato piuttosto bene. Dopo due settimane di somministrazioni l’Italia è tra i primi paesi in Europa sia per numero assoluto di vaccinazioni, che per quelle pro capite (siamo a 1602.4 per 100 mila abitanti, la Germania, per esempio, è a 1025.2). Il Paese che è partito meglio con le vaccinazioni è il Regno Unito, con quasi 3,5 milioni di vaccinati su una popolazione di poco maggiore di quella italiana.

La vaccinazione, naturalmente, oltre che una difficile prova di organizzazione della sanità e della macchina dello stato, è anche una corsa contro il tempo. La pandemia sin dall’inizio ha colpito molto duramente l’Italia, e purtroppo le cose continuano a essere difficili. La zona rossa, il lockdown quasi completo, ha dimostrato di funzionare bene per contenere i nuovi contagi, ma è allo stesso tempo la misura che costa di più sia in termini psicologici, che educativi ed economici. 

Intanto negli ultimi sette giorni in Italia abbiamo avuto 3355 morti – in media 493 morti al giorno. L’andamento medio è quello che conta, e il numero è in leggero peggioramento: erano 468 nei sette giorni precedenti. Quindi la variazione dei morti di Covid-19 nell’ultima settimana, rispetto alla precedente, è stata di +5,4%. 

Forse però il numero che fa capire che il pericolo è ancora tanto è un altro: l’Italia nell’ultima settimana ha avuto 5,7 morti ogni 100 mila abitanti, il Belgio 3,9, l’Olanda 3,2, la Germania 5 e la vicina Francia 3,4. Solo il Regno Unito (dove però sono esplosi i contagi causati probabilmente da una nuova variante del virus più contagiosa della precedente) ha avuto un numero simile a quello italiano, ma comunque inferiore: 5,6 morti per 100 mila abitanti. L’unica conclusione possibile, guardando ai numeri, è che la situazione è ancora grave, e dal vaccino (dalla sua efficacia, dall’organizzazione e dai tempi di somministrazione) dipendono migliaia di vite di nostri concittadini.