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Come l’Ucraina si è trasformata in un chiodo fisso per Putin

Il suo obiettivo a lungo termine è ripristinare la sfera di influenza che la Russia ha perso trent'anni fa, con il crollo dell'Unione Sovietica sull'Europa orientale. Ma la domanda che le democrazie europee e nordamericane devono porsi adesso è: quali sono le nostre intenzioni?

Foto via Getty

In questi giorni il mondo intero sta cercando di capire le intenzioni di Vladimir Putin. Da una parte il presidente della Russia nega qualsiasi intenzione di invadere l’Ucraina, e lo ha fatto sia durante l’incontro con il leader francese Emmanuel Macron tenutosi la scorsa settimana, sia al telefono con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Pochi governi occidentali però credono realmente a certe smentite, dal momento che più della metà delle forze armate russe (circa 130 mila truppe) sono ancora ammassate ai confini dell’Ucraina.

Il suo obiettivo a lungo termine è ripristinare la sfera di influenza che la Russia ha perso trent’anni fa con il crollo dell’Unione Sovietica sull’Europa orientale, che include le ex repubbliche sovietiche di Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Georgia e Ucraina ora indipendenti. Dopotutto sono le sue stesse mosse a dimostrarlo: nel 2008 si è assicurato con la forza due porzioni secessioniste della Georgia, per poi puntare alla Crimea nel 2014. Per riuscirci è stato pronto a usare qualsiasi mezzo, dalle minacce militari alla disinformazione e agli attacchi informatici.

Ma perché Putin è interessato proprio all’Ucraina? Teme innanzitutto che questo territorio si avvicini troppo a ovest, visti il suo noto interesse per la Nato e il legame di Kiev con l’Ue. Per non parlare del fatto che l’Ucraina è una democrazia. Nulla infatti avrà colpito Putin quanto le parole pronunciate da Volodymyr Zelenskiy nella notte della sua elezione a presidente nel 2019: «A tutti i paesi dell’Unione post-sovietica: guardateci. Tutto è possibile». Insomma, quella particolare richiesta di cambiamento e di revisione delle vecchie strutture di potere, anche al di fuori dell’Ucraina, non è andata bene al Cremlino. Anche perché i russi non godono di tali libertà e se seguissero l’esempio dell’Ucraina, Putin non durerebbe a lungo.

D’altra parte l’attuale momento storico è particolarmente favorevole per il presidente russo che vede davanti a sé la debolezza occidentale, con la Nato umiliata l’anno scorso in Afghanistan e Joe Biden che ha puntato la maggior parte delle risorse della politica estera americana sulla Cina, e non sull’Europa. Putin ha bisogno inoltre di una nuova vittoria per rinnovare un sostegno interno in grado di oscurare la corruzione del suo regime e giustificare le difficoltà che i russi devono sopportare a causa delle sanzioni occidentali imposte loro dopo il primo attacco della Russia all’Ucraina nel 2014, quando di fatto prese il controllo della regione orientale del Donbas in Crimea.

L’invasione russa dell’Ucraina offrirebbe al mondo anche la prima esperienza di una vera guerra informatica. L’Ucraina è stata già attaccata lo scorso gennaio dagli hacker con base al Cremlino, che hanno disabilitato più di 70 siti web governativi, e Microsoft ha scoperto malware installati nei sistemi del governo ucraino che potrebbero essere attivati in qualsiasi momento. Questa prospettiva darebbe alla Russia una strada verso la vittoria certa, ma avrebbe al tempo stesso implicazioni per Washington. La Russia ha affinato la sua strategia informatica per più di vent’anni. Gli hacker russi hanno spento le luci in alcune parti dell’Ucraina nel 2015 e due anni dopo hanno scatenato un virus chiamato NotPetya che ha disabilitato le agenzie governative ucraine, i gruppi bancari e la centrale nucleare di Chernobyl prima di diffondersi incontrollato alle aziende di tutto il mondo.

E non solo, perché nel 2018 l’ Agenzia per la sicurezza informatica e le infrastrutture ha avvertito che il governo russo stava prendendo di mira l’energia, il nucleare, l’acqua e altri settori critici degli Stati Uniti. Questa pertanto finirebbe per essere la prima guerra fredda in cui le operazioni condotte nel cyberspazio fanno parte di un’integrata offensiva militare.

L’esercito ucraino sarebbe il principale obiettivo e a quel punto l’interruzione delle reti cellulari nelle aree in cui sono schierate le truppe ucraine, per far saltare le comunicazioni, risulterebbe il minore dei mali. Per questa ragione l’Ucraina ha adottato misure per rafforzare le sue difese informatiche con l’aiuto della comunità internazionale. Gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno deciso per esempio di collaborare nell’ambito di un partenariato strategico, annunciato a settembre 2021, e l’Unione europea ha impiegato 31 milioni per migliorare la cybersecurity ucraina. Ma contro la Russia, titolare di alcuni dei sistemi di hackeraggio più sofisticati al mondo, l’Ucraina è ancora estremamente vulnerabile.

Ma a quali condizioni Putin sarebbe disposto a risolvere questo antico stallo? La Nato dovrebbe rifiutare l’Ucraina (così come la Georgia e la Moldova) come membri. Kiev dovrebbe poi accettare lo status di autonomia per la regione del Donbas, rinunciando alla sua pretesa sulla Crimea (come parte dei cosiddetti accordi di Minsk). Gli Stati Uniti invece sarebbero chiamati a fermare il dispiegamento nell’Europa orientale e meridionale di nuovi missili a medio raggio, così da agevolare l’influenza della Russia ed estendere la sua portata geopolitica. La maggior parte di queste richieste non vengono però essere accettate dalla controparte. Da qui la crisi attuale.

Il destino dell’Ucraina conta per il futuro dell’Europa, ora proprio come in passato. E ormai sappiamo bene a cosa punta Putin, ma la domanda che le democrazie europee e nordamericane devono porsi adesso è: quali sono piuttosto le nostre intenzioni?

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