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Come l’India sta aiutando la Russia ad aggirare le sanzioni occidentali

L'enorme volume di greggio russo acquistato e poi esportato dall'India negli ultimi mesi fa sì che parte di esso faccia ritorno nelle stazioni di servizio europee e americane: questo processo di mascheramento dà respiro a Putin, che riesce a tenere delle relazioni con l’occidente, sebbene per via indiretta, ma va contro il piano europeo di progressivo abbandono dei carburanti russi

Foto di Abhishek Chinnappa/Getty Images

Con le sanzioni che incombono pericolosamente sul sistema economico russo, oggi Vladimir Putin deve cercare nuovi partner commerciali e, dove possibile, deve rafforzare i rapporti con i pochi capi di stato che gli sono rimasti vicini. Tra questi, tutti leader autoritari di paesi orientali, a cui si aggiunge il presidente venezuelano Maduro, c’è anche Narendra Modi, Primo Ministro dell’india.

Modi è il premier populista della democrazia più grande del mondo, ma, nonostante un’economia in crescita, l’India è ben lontana dall’immagine ultrasviluppata che il suo governo vuole cercare di portare avanti. Appena eletto, Modi ha modificato il metodo per calcolare il PIL, dando un dato distorto rispetto al vero e facendo passare l’idea che, grazie a lui, la nazione stesse volando. In realtà, in India c’è un tasso di disoccupazione talmente alto che il ministero del lavoro non fornisce più report aggiornati, perché ogni stima sarebbe sbagliata, tanto è incalcolabile il numero dei disoccupati.

Per fare fronte a un dissanguamento finanziario, il premier ha via via privatizzato le banche e le ferrovie di stato, nella speranza che gli imprenditori salvassero uno stato ai limiti del collasso.

Eppure, in un contesto così disastrato, Modi sta trovando un modo per aiutare la Russia ad aggirare le sanzioni imposte dagli Stati occidentali.

Negli ultimi mesi, infatti, l’import di petrolio grezzo russo in India è cresciuto tantissimo. Sembra un dato casuale, ma non lo è: tra febbraio, mese dell’invasione dell’Ucraina, e giugno, l’India è passata dall’importare un quantitativo di petrolio che rappresentava l’1% del totale nel paese, al 18%. Così facendo, è entrata nella lista dei paesi che acquistano più combustibili fossili da Mosca (affiancandosi a Cina, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia, Polonia, Francia e Belgio). La spesa indiana si aggira intorno ai 3 miliardi e mezzo di euro.

Per fare un esempio, la raffineria Jamnagar, che oggi è lo stabilimento indiano che acquista più petrolio russo (il 27% del totale dei suoi acquisti), solo due mesi fa ne comprava solo il 5. Che fine fa però questo oceano nero, che parte dalla Jamnagar? La metà del suo petrolio raffinato esce dall’India, diretto all’estero. Di questo 50%, il 20 va in Europa e negli Stati Uniti, passando dal Canale di Suez. I paesi europei identificati dalle indagini del Centro di Ricerca sull’Energia e l’Aria pulita (CREA) sono Regno Unito, Francia e Italia.

Tolto il primo, che non segue le direttive comunitarie, ma che comunque ha adottato alcuni tra i pacchetti di sanzioni più duri nei confronti della Russia, gli altri due paesi comprano di fatto petrolio che non potrebbero comprare, perché virtualmente è bollato come indiano, ma di fatto è russo.

Questo processo di mascheramento dà respiro a Putin, che riesce a tenere delle relazioni con l’occidente, sebbene per via indiretta, ma va contro il piano europeo di progressivo abbandono dei carburanti russi (petrolio, gas e carbone) a partire dal 2027. Pensare di sanzionare anche l’India è una pazzia, perché un paese così numeroso e con una situazione economica così fragile è costretto per forza di cose a importare tanti beni dalle nazioni occidentali.

Per questo si pensa a soluzioni alternative, come multare le petroliere che trasportano il greggio russo. I numeri, anche qui, parlano chiaro: tra aprile e maggio, il 67% delle consegne di petrolio russo nel mondo è stato effettuato da navi europee e americane. Una percentuale che sale fino all’85% se si guarda alle sole consegne in india e nel Medio Oriente. Tre quarti delle tratte sono operate da petroliere greche, mentre il resto sono inglesi, norvegesi e svedesi.

In definitiva, nonostante si dica che le sanzioni abbiano bloccato del tutto l’export di petrolio russo verso ovest, oggi sono ancora tante le grandi aziende che continuano ad acquistarlo: erano 23 nei primi due mesi di guerra, sono 15 oggi (tra cui le più famose Shell, Total, Repsol, ma anche la centrale termica di Trieste). Indubbiamente c’è una riduzione, che ha causato alla Russia una perdita di 200 milioni di euro al giorno nel mese di maggio, ma non siamo ancora davanti a uno stop totale.

Putin sta giocando a scacchi puntando sull’arrocco e sulla distrazione: da una parte trova partner a est (cruciali come la Cina, che ha superato la Germania ed è il principale partner commerciale di Mosca, o l’India), dall’altra, grazie a loro, riesce a mischiare le carte e immettere sul mercato il suo petrolio, influenzando non poco il prezzo mondiale e le dinamiche geopolitiche, in un contesto come quello della guerra in Ucraina in cui le scelte militari sono strettamente legate alle contromisure economiche che l’UE e gli Stati Uniti stanno cercando di prendere, evidentemente con scarso successo.