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Come l’Etiopia si sta trasformando nei Balcani d’Africa

Il conflitto tra il governo etiope e la regione del Tigrè doveva essere una rapida "operazione di polizia". Invece adesso un Paese che ha il doppio della popolazione italiana è ormai sprofondato nella guerra civile

Eric Lafforgue/Art in All of Us/Corbis via Getty Images

Nella regione settentrionale del Tigrè, e ormai in tutta l’Etiopia, la situazione è grave a sufficienza da rientrare nella categoria di “guerra civile”. Parole che si usano con leggerezza per i conflitti che avvengono nel continente africano, ma che in questo caso sono appropriate: un Paese che ha il doppio della popolazione italiana è ormai interessato dalla guerra nella sua interezza.

Ci sono almeno due dati che dovrebbero allarmarci, oltre ai milioni di sfollati e alle migliaia di vittime già prodotte dalla guerra: il primo è che a iniziare il conflitto – che doveva essere in origine una rapida “operazione di polizia” – è stato un governo democratico guidato da un premio Nobel per la pace, il premier Abiy Ahmed. Un Nobel ricevuto per aver finalmente posto fine a un’altra guerra, quella che da tre decenni andava avanti con la vicina Eritrea. Ma quel pacifismo era parte di un progetto più ampio: trasformare l’Etiopia da stato federale e frazionato in una grande potenza dall’impostazione decisamente più centralista, dove la capitale Addis Abeba non avrebbe più dovuto costantemente trattare con le minoranze etniche, soprattutto quelle presenti ai confini col suo territorio. Come i tigrini, appunto. 

Ed ecco la causa scatenante: ufficialmente a causa della pandemia, lo scorso anno, il governo federale ha deciso che non si sarebbero tenute le elezioni regionali. In Tigrè la notizia è stata presa come uno strappo antidemocratico, e così il governo regionale le elezioni le ha indette e tenute comunque. Addis Abeba ha risposto con la forza: ha isolato la regione tagliando le vie di comunicazione e nel novembre 2020 l’aviazione del governo federale ha preso di mira la capitale regionale del Tigrè, Macallè. Poco dopo, per dimostrare pubblicamente che effettivamente la guerra era già conclusa, un generale mandato da Addis Abeba nella capitale tigrina ha tenuto una conferenza stampa, puramente simbolica, per dimostrare che il Tigrè era tornato sotto il controllo federale. Non era vero: le forze del Fronte di Liberazione Popolare del Tigrè (TPLF), insieme al loro leader Debretsion Gebremichael, avevano semplicemente ripiegato sulle montagne e nelle zone disabitate, in cui l’esercito federale nelle settimane successive gli avrebbe dato la caccia, con scontri che vanno avanti ancora oggi.

Il secondo motivo di allarme è che, tra le armi usate nel conflitto, c’è la carestia – la fame e la sete. Il Tigrè, infatti, è una regione etiope che in questo momento a sud si trova attaccata dal suo stesso governo federale ma a nord ha un altro avversario storico, cioè l’Eritrea. Per questo se si controllano le vie d’accesso al Tigrè, come ha fatto il governo federale impedendo l’arrivo di medicinali e cibo, si può indurre una carestia. 

L’unica speranza per i tigrini nei primi mesi dello scontro era il breve tratto di confine col Sudan, a ovest. Proprio in Sudan, soprattutto nei campi profughi gestiti dall’UNHCR come Tunaydbah e Um Rakuba, arrivavano a piedi i primi sfollati nel 2020. Chi riusciva attraversava il confine, spesso di notte, per trovare riparo da un conflitto che sin da subito aveva una forte motivazione etnica. Ne è una dimostrazione che quel tratto di confine col Sudan, breve ma essenziale, è stato subito occupato da forze di etnia amhara, che da sempre considerano quel territorio come proprio, e che in questo modo hanno impedito qualsiasi contatto esterno agli abitanti del Tigrè.

Per provare a capire cosa può significare e che dimensioni può avere, nel nord dell’Etiopia, una carestia, è sufficiente vedere quali sono i precedenti storici. C’è uno storico servizio della BBC del 1984 che mostrava la carestia in corso in quell’anno nella regione: il video si trova ancora oggi su YouTube e sembra la scena di un film apocalittico. Un tratto semidesertico immerso in una nebbia surreale in cui migliaia di persone, coperte solo da stracci, aspettavano delle minime razioni di cibo stese o sedute per terra. In quell’occasione si stima che morirono circa un milione di persone. Michael Buerk, il giornalista che firmò quel servizio insieme al cameraman Mohammed Amin, descrisse ciò che vedeva come una “carestia biblica” e forse anche grazie a quell’espressione, ripresa da molti altri media internazionali, riuscì a ottenere risalto a sufficienza da mobilitare governi e associazioni in buona parte dell’Occidente. 

Oggi il TPLF, nonostante sembrasse spacciato, ha riconquistato buona parte del Tigrè, riprendendo il controllo del confine con il Sudan e riuscendo, di fatto, a rompere l’assedio del governo federale. Non solo: le notizie delle ultime settimane parlano di un’avanzata tigrina verso la capitale Addis Abeba. Sembra un ribaltamento di fronte tanto rapido quanto inaspettato, ma è in parte una notizia gonfiata dall’ingenuità dei media internazionali, che di Etiopia si occupano poco e in modo spesso raffazzonato.

Il punto è che sì, il TPLF ha conquistato diverse città fuori dal territorio tigrino, come Kombocha, Lalibela e Dessie, che si trova a meno di 400 chilometri dalla capitale Addis Abeba. Ma è facile supporre che non si tratti di un’avanzata per prendere la capitale etiope Addis Abeba (cosa esclusa anche dagli stessi portavoce tigrini) ma un modo per mantenere delle posizioni strategiche che impediscano un nuovo assedio, un nuovo totale isolamento del Tigrè. Poi certo, la chiamata alle armi per i cittadini di Addis Abeba e la dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo etiope sono cose sensate e forse non solo propagandistiche, vista la vicinanza dei due fronti, ma per il momento l’unica regione assediata è quella a nord.

Il pericolo del conflitto, però, non è solo per la popolazione etiope, ma per tutta la regione del Corno d’Africa. Le etnie che si scontrano in Etiopia, come gli oromo, gli amhara, gli afar, i somali e gli stessi tigrini, sono presenti anche in altri stati come Gibuti, Eritrea e Somalia. Anche per questo c’è chi parla di “balcanizzazione” della regione. E c’è anche il fatto che le truppe eritree hanno già prestato aiuto in funzione anti-tigrina, e sono quindi già coinvolte nel conflitto. Il già citato Gibuti sostiene con forza l’operazione militare del governo di Addis Abeba. Così come probabilmente fanno anche gli Emirati Arabi Uniti che secondo diverse fonti, compreso il sito di giornalismo investigativo Bellingcat, potrebbero aver messo a disposizione i droni di fabbricazione cinese modello Wing Loong II presenti nella base di Assab (che si trova in territorio eritreo ma è emiratina). 

Persino governi tra loro ostili sostengono il governo di Addis Abeba. Come il Qatar, dove il premier Abiy si è recato nel marzo 2019, e la Turchia che è il secondo paese per investimenti in Etiopia. Anche l’Arabia Saudita sembra essere favorevole a un rafforzamento del potere del governo centrale etiope, che favorirebbe gli scambi commerciali e le collaborazioni industriali tra Riyad e Addis Abeba. La pace tra Etiopia e Eritrea d’altronde è stata firmata proprio in Arabia Saudita, a Gedda.

Oggi, però, con un conflitto incancrenito in uno stallo che sembra poter durare a lungo, anche il supporto di cui gode il premier Abiy Ahmed potrebbe indebolirsi. Il dramma vero rimane quello dei morti sepolti nelle fosse comuni, degli stupri di massa denunciati da più parti, dei villaggi e gli ospedali attaccati e distrutti, delle stragi e di una situazione umanitaria, nel complesso, straordinariamente grave. E di cui, altrettanto straordinariamente, non ci interessa nulla.