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Come il caso Regeni ha spaccato l’accademia italiana

A cinque anni dalla morte del ricercatore, il caso è ancora importantissimo per la libertà di ricerca – in gioco c'è l'idea che la ricerca vada fatta sempre e non solo quando non è problematica per chi detiene il potere

Foto IPA

Dopo un primo slittamento, il processo per stabilire la verità sulla morte di Giulio Regeni inizia finalmente il 25 maggio – più di cinque anni dopo le torture e l’omicidio del ricercatore, che era al Cairo per studiare i sindacati indipendenti egiziani. In questi cinque anni il caso, ampiamente coperto dalla stampa italiana, è stato oggetto di depistaggi e campagne di disinformazione – l’ultima delle quali è quella condotta tramite un “documentario” complottista apparso su YouTube il mese scorso, prodotto da Ten Tv, una tv egiziana vicina al regime. Tutta questa disinformazione si è sempre concentrata su un punto: mettere in dubbio che Regeni fosse effettivamente un ricercatore e sostenere che fosse invece una spia. Ed è proprio su questo punto, complice la disinformazione, che l’accademia italiana si sta spaccando.

Questa tesi viene portata avanti in diversi modi. Si afferma che il fatto che Regeni conduceva interviste sia sospetto, quando in realtà è un normale metodo di ricerca. Si sostiene che la sua supervisor di Cambridge, Maha Abdel Rahman, sia una spia del governo britannico o sia vicina ai Fratelli Musulmani. Si sostiene che Regeni sia stato mandato “allo sbaraglio” in Egitto. In realtà, come spiega a Rolling Stone Paola Rivetti, professoressa associata in Scienze Politiche all’università di Dublino, presso gli atenei del mondo anglosassone gli studenti di dottorato fanno un percorso di formazione strutturato in corsi universitari obbligatori, parte dei quali vertono sulla metodologia e sul come si debba fare ricerca di campo.

“La metodologia adottata da Regeni, ossia la ricerca partecipata, è molto comune tra gli scienziati sociali, e nel percorso di dottorato gli studenti vengono formati alle sue tecniche e strategie”, spiega Rivetti. Ovviamente “ricerca partecipata” non significa vagare senza una meta precisa facendo domande a persone a caso: “Gli studenti in dottorato seguono corsi universitari proprio sulle tecniche di accesso al campo che mirano a proteggere il ricercatore e chi partecipa alla ricerca”. E non si viene mandati allo sbaraglio, non si parte da un giorno all’altro: “ogni periodo di ricerca sul campo deve essere approvato da un comitato specifico, che ne valuta i rischi e approva o meno la partenza. Non solo nessuno ‘viene mandato allo sbaraglio’, ma nessuno viene ‘mandato’: gli studenti in dottorato partono, ed è giusto che sia così se vogliamo che si faccia una ricerca credibile, basata su elementi raccolti sul campo. Ma anche per costruire pensiero critico”. Regeni era adeguatamente formato, era partito di sua volontà e si era recato in un Egitto che all’epoca non era considerato un Paese pericoloso. “Oggi lo è, ma grottescamente non lo è per l’Italia, che continua a mandare studenti lì adesso, nonostante uno di loro sia stato assassinato”.

C’è un altro grande tema che divide gli accademici italiani: il ruolo della supervisor di Regeni. Secondo Elisabetta Brighi, Senior Lecturer in relazioni internazionali all’Università di Westminster, in tanti commenti letti sui social si ritrova il disprezzo per la “perfida Albione”. “Rispetto all’università di Cambridge e al ruolo della professoressa Abdel Rahman, nel dibattito accademico italiano sono pesati più i pregiudizi e le illazioni che i fatti”, spiega a Rolling Stone. “Molte delle accuse nei confronti dell’università sono il prodotto di un risentimento nei confronti di un’istituzione educativa prestigiosissima e considerata inarrivabile”.

“Il fatto che questo ateneo, nonostante la sua eccellenza, avesse subito un terribile attacco alla libertà di ricerca non ha generato solidarietà nei colleghi italiani, come ci si poteva aspettare”, afferma Brighi, ma ha portato solo a illazioni su presunte responsabilità dell’università nell’omicidio. In particolare, “pur in assenza di qualsiasi prova o indizio si è assistito ad un vero e proprio character assassination nei confronti della professoressa Abdel Rahman. La stampa la diffama come un’accademica inesperta e dalle equivoche appartenenze terroristiche, mentre tra gli accademici molti la presentano come una ‘cattiva maestra’”. Secondo Brighi, il fatto che la supervisor di Regeni fosse egiziana e fosse donna ne ha fatto il capro espiatorio perfetto, sia per l’Italia che per l’Egitto, e un parafulmine sul quale sono cadute invettive razziste e sessiste. 

Il motivo per cui il caso Regeni è così importante per l’accademia è ovvio: al cuore del caso c’è la libertà di ricerca. L’idea che Regeni sia andato in un paese autoritario e che “se la sia cercata” è diffusa, e lascia intendere che la ricerca vada fatta solo quando non è intesa come problematica da chi detiene il potere. Un’idea pericolosa e che sta già producendo conseguenze – come il caso di Roberta Chiroli, una studiosa che ha affrontato un processo, conclusosi a suo favore solo dopo cinque anni, per aver scritto una tesi partecipata sul movimento No Tav.