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Come funziona l’impeachment e perché probabilmente non andrà a buon fine

La procedura iniziata dalla speaker Pelosi per la rimozione di Trump è solo l'inizio di un percorso complesso e delicato che potrebbe concludersi in un nulla di fatto, o addirittura favorire la campagna elettorale del presidente

Foto: Getty Images

Dopo averlo tanto evocato sin dai primi giorni di presidenza, è arrivato l’impeachment per Donald Trump. O meglio l’inizio della procedura che potrebbe portare alla sua rimozione. Il motivo, ironicamente, non è stata l’indagine sulla collusione russa durante la campagna elettorale del 2016, ma una telefonata con il neoeletto presidente ucraino Volodymyr Zelensky (che qui trovate trascritta integralmente).

Cosa dice Trump di tanto grave? Di fatto chiede in modo velato al nuovo leader di Kiev di lavorare insieme al suo avvocato personale Rudy Giuliani e al Procuratore generale William Barr di indagare eventuali illeciti commessi da Hunter Biden, figlio dell’ex vicepresidente Joe Biden e membro del consiglio di amministrazione della società produttrice di gas naturale Burisma dal 2014 al 2019. Chiedere aiuto a un paese straniero in questo modo per buttare fango sul figlio di un oppositore politico è un’azione che potrebbe rientrare negli “high crimes and misdemeanors” indicati dalla quarta sezione dell’articolo 2 della Costituzione americana. Solo Richard Nixon aveva sabotato i colloqui di pace con il Vietnam del Nord nel 1968. Ma era soltanto un candidato e si scoprì solo molti anni dopo.

L’annuncio della speaker della Camera Nancy Pelosi è solo il primo step. Poi la Camera dovrà votare sui presunti reati. Ogni reato, un voto. Poi dovrà aprire un’indagine, con una commissione interna, come fece con Nixon nel 1973, oppure affidarsi a un procuratore speciale, come fece la maggioranza repubblicana contro Clinton nel 1998. A quel punto si dovrà votare sulle imputazioni vere e proprie da consegnare al Senato che, sotto la presidenza del Giudice capo della Corte Suprema, dovrà condurre il processo, ascoltando i testimoni e raccogliendo le prove. Infine il voto: per rimuovere il presidente servono 67 voti. I repubblicani ne hanno 53. Difficile che in un assemblea così polarizzata, dove il leader di maggioranza Mitch McConnell è stato un pilastro insostituibile della presidenza trumpiana. Non solo: c’è anche il problema elettorale. I democratici candidati alla presidenza hanno costruito un programma centrato sull’economia, le disuguaglianze e il problema della sanità, oltreché naturalmente sul clima. Adesso con un impeachment in corso sarà difficile porre il focus sui problemi concreti.

Anzi, qualcuno sostiene che lo stesso presidente sia ben felice di ottenere questo impeachment per poter impostare la campagna come un referendum sulla sua persona e vincere grazie a una campagna totalmente negativa. I democratici invece sperano che l’inchiesta esponga in pubblico la corruzione dell’amministrazione e dimostri definitivamente l’inettitudine di Trump. Difficile ora capire come andrà. Nei tre casi precedenti l’impeachment non andò a buon fine (nel caso di Nixon le sue dimissioni anticiparono la rimozione). Ma c’è stato un caso ancora meno conosciuto, quello di James Buchanan, immediato predecessore di Abraham Lincoln. Nel 1860 una commissione d’inchiesta vagliò a partire dal mese di marzo la possibile corruzione del presidente. Ma a giugno le sue conclusioni stabilirono il non luogo a procedere, nonostante, così stava scritto “i numerosi casi di reati riguardanti l’amministrazione”. Possibile. Oppure no, ma di sicuro non ci saranno abbastanza defezioni nella fila repubblicane. E Trump potrà brandire nei suoi comizi a poche settimane dall’elezione una piena “assoluzione”. Sul modello Giulia Bongiorno alla fine del processo Andreotti.

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