Come da copione, nel confronto tra Orsini e Giletti ha vinto la mitomania | Rolling Stone Italia
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Come da copione, nel confronto tra Orsini e Giletti ha vinto la mitomania

Nel tanto atteso scontro tra archetipi tra il 'giornalista con la schiena dritta' e il 'docente dissidente', la vittima è stata soltanto una: la buona televisione

Screenshot dal sito di La7

In cuor nostro sapevamo che prima o dopo sarebbe successo e, alla fine, dopo snervanti settimane di attesa, il sogno è diventato realtà, come una specie di profezia che si auto-adempie: ieri sera è andato in scena uno dei momenti più catartici della storia della televisione nostrana recente, un faccia a faccia da “once in a lifetime”, talmente epico da fare invidia ai vari Mayweather e Pacquiao, Federer e Nadal, Bergoglio e Ratzinger.

Ci riferiamo, ovviamente, al “confronto del secolo” che ha visto contrapposti Massimo Giletti e Alessandro Orsini. Una vera e propria sfida tra archetipi: da un lato il “giornalista con la schiena dritta”, quello che non le manda a dire a nessuno, che ha coraggio da vendere (il più delle volte non richiesto, come nel caso della memorabile spedizione fantozziana a Odessa) e che non è quasi mai d’accordo con quello che dici ma, santo cielo, darebbe la sua vita pur di lasciartelo dire; dall’altro il baddest motherfucker in the house di questi tempi ignobili, il docente “non allineato”, patololgicamente narcisista, oscurato da Wikipedia e costretto alla damnatio memoriae dall’ateneo per cui lavora, che lamenta a destra e manca di essere stato silenziato (salvo poi comparire in ogni emittente televisiva, senza soluzione di continuità) e capace di padroneggiare un campionario di frasi a effetto da fare impallidire John Wayne.

Se, date le premesse, lo “spettacolo” era assicurato (del resto, raramente è possibile incontrare nella stessa stanza due persone talmente egoriferite e innamorate di sé stesse), il savoir-faire del padrone di casa e alcune chicche sfornate dalla produzione di Non è l’Arena hanno proiettato questo vis a vis negli annali della televisione caciarona nostrana, trasformandolo in una vera e propria perla: non sfigurerebbe di fronte a istantanee impresse nella memoria collettiva di tutti noi, da Berlusconi che pulisce la sedia occupata da Travaglio pochi secondi prima a Bugo che abbandona il palco dell’Ariston.

L’intervista è stata anticipata da un trailer un pelino kitsch che, sulle note di Walk Like an Egyptian, ha passato in rassegna diversi spezzoni atti a mettere in risalto lo statuto di “dissidente” incarnato dal docente della Luiss – Orsini che si auto-attribuisce il titolo di guerriero, Orsini che ricorda come suo nonno fosse felice durante il Ventennio, Orsini che sostiene che i bambini possano essere felici anche nelle dittature, Orsini che si definisce un “socialista-liberale” e chi più ne ha più ne metta.

Una volta conclusa la presentazione del suo super-ospite, Giletti ha giocato subito l’asso nella manica prediletto, quello che lo contraddistingue dalla massa: la sua ossessione per il “diritto di parola”. Non a caso, dopo aver premesso che, ovviamente, il suo pensiero non è assolutamente in linea con quello della persona che ha davanti, il conduttore ha pronunciato solennemente la sua prima giravolta retorica: «Io credo che, in un periodo di guerra come questo, la libertà di parola non può essere messa in soffitta; proprio perché noi siamo diversi dagli altri, e accettiamo il confronto dialettico».

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, il concetto è semplice: secondo l’ei fu mattatore di Domenica in, chiunque dovrebbe avere il diritto di esprimere la propria posizione in diretta nazionale. Peccato che, nella maggior parte dei casi, con le sue ospitate, il giornalista torinese ama trincerarsi dietro una raffazzonata “libertà di pensiero” per concedere spazi televisivi privilegiati a personaggi che, più che contestatori messi a tacere dal bavaglio dello Stato, hanno tutto l’aspetto di fenomeni da baraccone in piena regola, nei casi più fortunati innocui freak da salotto senza nulla da dire, in quelli più tragici aperti contestatori della scienza o artisti precipitati definitivamente nella tana del Bianconiglio, dal medico no vax di Biella che si è presentato all’hub vaccinale con un braccio in silicone al sempreverde Povia con il suo campionario di cospirazioni, dalla sostituzione etnica alla “teoria del gender”. In ogni caso, quel che certo è che, nel grottesco orizzonte concettuale di Giletti, queste “posizioni” meritano il favore della prima serata, tanto più nella delicata congiuntura storica attuale, proprio perché, insomma, «bisogna accettare il contraddittorio».

Fatta questa doverosa premessa, il conduttore ha continuato a cucire addosso a Orsini i panni del martire: «Mi hanno detto che non dovrei ospitarla, io sono preoccupato per questa storia, l’ho già vissuta nel periodo del Covid. Chi ha una posizione diversa allora deve starsene fuori. La democrazia credo si differenzi dalle democrature proprio perché questa è la nostra libertà, la bellezza della nostra democrazia è confrontarsi, ma soprattutto non aver paura di confrontarsi», ha detto, ovviamente tralasciando un minuscolo dettaglio, ossia che, nelle ultime settimane, il volto del direttore dell’Osservatorio Sicurezza Internazionale della Luiss è letteralmente ovunque.

Per chi vive nel mondo reale è chiaro che non stiamo parlando di un intellettuale imbavagliato, ghettizzato dall’establishment e sottoposto alle forbici della censura, come Giletti vorrebbe far credere, ma di uno dei volti più ricorrenti dei salotti televisivi italiani, gli stessi che di settimana in settimana fanno a gara per accaparrarselo. Tra libri freschi di stampa, nuove collaborazioni giornalistiche, esclusive presentazioni teatrali e continue vetrine mediatiche (attendiamo con ansia vinili, magliette e cotillon), il prof è diventato una sorta di oracolo per una platea sempre più ampia, conquistando un dividendo di visibilità inimmaginabile fino a qualche settimana fa: alla faccia delle democrature.

Ma Giletti sembra non aver notato questa sovraesposizione mediatica e, anzi, non ha perso occasione per evidenziare le continue vessazioni che il suo ospite ha dovuto patire: «le hanno dato del putiniano, del filo-fascista, del paraculo, del fenomeno da baraccone e potrei continuare. Io ho detto prima che lei è un po’ eretico, l’hanno messa abbastanza sul rogo».

Con queste parole, consapevolmente o meno, il giornalista torinese ha preparato il terreno per la tracotanza revanscista di Orsini, che ha messo in mostra il solito armamentario retorico da disaster movie di quinta categoria, conformandosi alla perfezione al cliché inflazionato dell’eroe solitario, lo scienziato posto ai margini dell’ambiente universitario/scientifico che ha captato per primo il vero pericolo di quel corpo celeste che sta per abbattersi sul nostro pianeta e, deriso all’inizio del film, ne diventa l’involontario eroe entro la fine.

Le parole che ha scelto per enfatizzare la sua parte di vittima collimano con assoluta precisione con lo stereotipo cinematografico appena menzionato: «Io non mi riconosco molto in questa metafora», ha chiosato il docente, «l’immagine dell’eretico sul rogo è un’immagine che indica debolezza, a volte gli eretici imploravano pietà. Mentre io mi sento un combattente nel mondo della cultura, e dopo due mesi sento che ho sconfitto tutti i miei nemici».

In effetti, da questo punto di vista, dare torto al professore è difficile, non fosse altro che il mondo della cultura gli ha dato ragione eccome. È reduce dalla pubblicazione un instant book sull’Ucraina che ha buone potenzialità per trasformarsi in un best seller e organizza tour a pagamento nei teatri italiani che finiscono puntualmente in sold-out: l’ha vinta eccome, la battaglia contro i suoi nemici.

A questo punto, qualsiasi sceneggiatore noterebbe che il clamoroso exploit del docente potrebbe essere coronato da un ultimo, atteso sviluppo narrativo, l’unico possibile per il completamento del suo arco di trasformazione: l’ascesa in politica. Da qualche giorno, alcune voci hanno parlato di un suo possibile avvicinamento al Movimento 5 Stelle; ma, almeno per ora, siamo destinati a rimanere delusi: «È una bufala. Non l’ho voluta smentire per prendermi gioco dei miei detrattori. Il Movimento 5 Stelle non mi ha mai contattato. In questi giorni mi sono fatto un sacco di risate», ha detto a un Giletti compiaciuto e ammiccante, conscio che la recita è andata a buon fine e che se ne parlerà a lungo.

Insomma: nel confronto tra Giletti e Orsini, a vincere è stata la mitomania; chi ne è uscita sconfitta, invece, è una televisione sempre più asfittica e scollegata dal tempo.