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Ci risiamo: l’Egitto rifiuta di collaborare e la ‘verità per Giulio Regeni’ rimane una chimera

Il Gup di Roma ha disposto la sospensione del procedimento a carico dei quattro agenti accusati di avere ucciso Giulio Regeni, dato che il «rifiuto di collaborazione delle autorità egiziane è un dato di fatto»: dopo 6 anni, siamo ancora condannati all'oblio

Foto di MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images

Era il 25 gennaio del 2016 quando un ricercatore italiano ventottenne, Giulio Regeni, stava raggiungendo la stazione Al Buhuth della metropolitana del Cairo. Non si trovava in Egitto per caso, ma per motivi accademici: era un dottorando dell’Università di Cambridge e, da qualche tempo, stava lavorando a una tesi complessa e stratificata per fare il punto sullo stato di salute delle organizzazioni sindacali presenti nel Paese. L’ultima comunicazione di Giulio, quella sera, risale alle 19:41, quando inviò un SMS alla fidanzata che si trovava in Ucraina, comunicandole che stava uscendo: aveva appuntamento con alcune persone in piazza Tahrir, uno dei luoghi più famosi del Cairo, per festeggiare il compleanno di un amico.

La sua quiete fu interrotta dal sopraggiungere di un convoglio di poliziotti in divisa nera: gli uomini di al-Sisi sospettavano che Giulio fosse una spia, principalmente in ragione di alcuni contatti “scomodi” presenti nella rubrica del suo smartphone, appartenenti a personaggi legati all’opposizione anti-governativa. Nove giorni dopo, il 3 febbraio, il corpo esanime di Giulio venne ritrovato in una strada all’estrema periferia del Cairo, vilipeso da contusioni e abrasioni, più di due dozzine di fratture ossee, dita di mani e piedi completamente spezzate.

Le tremende mutilazioni presenti su quella carcassa vigliaccamente abbandonata nel nulla parlavano chiaro: non era necessaria nessuna controprova, Giulio era stato torturato.

Sono passati più di sei anni e, purtroppo, al netto di questa macabra ricostruzione, della morte del giovane sappiamo ancora pochissimo: la famosa “Verità per Giulio Regeni” per cui Paola, sua madre, combatte quotidianamente contrastando l’immobilismo delle istituzioni è ancora ben lontana dall’essere svelata.

E, sulla base degli sviluppi di questa mattina, siamo destinati a vivere nell’oblio ancora per parecchio: l’Egitto non ha alcuna intenzione di collaborare con le autorità italiane per chiudere una volta per tutte il delicato dossier Regeni.

La notizia dell’indisponibilità egiziana è stata confermata da una nota che il ministero della Giustizia ha inviato al Giudice per le Udienze Preliminari di Roma, Roberto Ranazzi, che ha disposto la sospensione del procedimento a carico del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi e del maggiore Magdi Sharif, i quattro agenti segreti egiziani accusati di avere sequestrato, torturato ed ucciso Giulio Regeni – a gennaio, Ranazzi aveva infatti chiesto al governo di attivarsi per verificare la possibilità di un confronto con le autorità del Cairo e provare a indurle a cooperare.

Nella nota, il ministero ha sottolineato il diniego «dell’Egitto di collaborare nell’attività di notifica degli atti» con l’Italia, aggiungendo che il Cairo ha opposto un secco rifiuto alla richiesta di un incontro tra il ministro Marta Cartabia e il suo omologo egiziano. Il giudice ha definito «del tutto pretestuose le argomentazioni della Procura Generale del Cairo», evidenziando che il «rifiuto di collaborazione delle autorità egiziane è un dato di fatto». Una nuova udienza è stata fissata per il 10 ottobre, quando verrà ascoltato anche il capo dipartimento affari giudiziari del Ministero della Giustizia, Nicola Russo.

Non ci rimane che unirci all’indignazione di Alessandra Ballerini, l’avvocato della famiglia Regeni: «Siamo amareggiati e indignati dalla risposta della procura del regime di Al Sisi che continua a farsi beffe delle nostre istituzioni e del nostro sistema di diritto. Chiediamo che il presidente Draghi condividendo la nostra indignazione pretenda, senza se e senza ma, le elezioni di domicilio dei 4 imputati. Oggi è stata un’ennesima presa in giro».

Dopo 6 anni di proclami vuoti, siamo ancora condannati all’oblio e costretti a incassare nel silenzio gli abusi di un regime che continua a oltraggiare i nostri valori fondamentali ma col quale, puntualmente, continuiamo a intrattenere rapporti diplomatici ed economici strettissimi – giova ricordare che l’Egitto è il principale cliente dell’industria bellica italiana, con licenze per 870 milioni di euro nel solo 2019: il nostro Paese non ha mai smesso di firmare contratti per commesse militari con il governo di Al Sisi. Il risultato? Ovviamente, normalizzare una situazione non più tollerabile.  

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