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Chi sono i nemici “di sinistra” del ddl Zan

A voler affossare la legge contro omofobia, misoginia e abilismo non c'è solo la Lega, ma anche un settore del femminismo che dialoga con le destre

Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images

Dal discorso di Fedez sul palco del concerto del Primo Maggio, il ddl Zan sull’omofobia, la misoginia e l’abilismo, approvato alla Camera lo scorso 4 novembre e ancora in attesa di discussione al Senato, è diventato il grande tema politico del momento in Italia. Pochi l’hanno letto ma tutti sanno almeno vagamente di cosa si tratta. E tutti sanno che la Lega – nella persona del senatore Andrea Ostellari, presidente della Commissione giustizia – sta cercando di affossarlo.

Ma i nemici del ddl Zan non sono solo a destra. Alcune tra le sue più forti oppositrici sono donne e sono lesbiche – e quindi, almeno apparentemente, tra chi sarebbe più tutelato dalla nuova legge. Di più: alcune di loro sono tra le fondatrici di quella che per molto tempo è stata l’unica associazione nazionale di lesbiche, Arcilesbica, fondata a Padova nel 1996, e che oggi sconta un drastico calo di gradimento e tesserate per via delle posizioni che ha assunto nel tempo. Arcilesbica è diventato infatti un baluardo del femminismo Terf (Trans-Exclusionary Radical Feminist, ovvero che esclude le persone trans) e dialoga con i movimenti contrari all’esistenza stessa delle famiglie arcobaleno e alla gestazione per altri (che significamente chiama “utero in affitto”). Non si cura di denunciare gli episodi di omotransfobia all’ordine del giorno ma ci tiene a schierarsi contro il coming out dell’attore trans Elliott Page –  dichiarazioni che ovunque sarebbero condannate come transfobiche abbondano nei loro social e trovano sede anche nella stampa mainstream, anche attraverso editoriali e blog. Per questo motivo, molti militanti chiedono che ad Arcilesbica sia tolta l’affiliazione all’Arci, mentre a livello internazionale ILGA Europe (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) ha avviato la procedura di espulsione.

Al fianco di Arcilesbica in questa battaglia c’è una parte di Se Non Ora Quando – il movimento di donne sorto nel 2011 per ottenere, oltre alle dimissioni di Silvio Berlusconi allora al governo, la fine di una rappresentazione mediatica delle donne come meri oggetti sessuali. Non è cambiato molto da allora, ma SNOQ ora occupa facilmente proprio quelle testate che prima detestava, oltre ad Avvenire, dove trova ascolto anche la regista Cristina Comencini, l’unica rappresentante del mondo dello spettacolo apertamente contraria al ddl Zan. Dal 2015 a oggi, per questa parte di SNOQ l’unica sorellanza possibile è quella con chi si batte in particolare contro lo maternità surrogata – e questo le tiene lontane da qualsiasi possibilità di dialogo con il movimento LGBT+, in cui ci sono sempre più famiglie composte da genitori che vi ricorrono. La presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini parla anche per loro quando dice a GayNews che, “il Partito Democratico è ricattato da quattro scalmanati” che vorrebbero “far passare l’autorizzazione a comprare figli all’estero”. Ed è attorno a questa falsità che gruppi diversi si ritrovano.

Insieme trovano un megafono nell’onnipresente giornalista Marina Terragni, ex Corriere della Sera, secondo cui il problema del ddl Zan è che parla di identità di genere: a suo dire non ci si dovrebbe poter autodeterminare come donne se si nasce in un corpo maschile e non dovrebbero esistere persone trans MTF (male to female) che ottengono fondi, leggi, posti di lavoro, alloggi in case rifugio e in una parola qualsiasi tipo di “quote” politiche destinate alle donne.

Questo pseudo-femminismo totalmente spostato a destra – “femminismo di stato” come l’hanno definito varie studiose tra cui la sociologa Sara Farris – ottiene facilmente spazio sui media mainstream e conta anche adepte che si professano di sinistra, la più importante delle quali è la senatrice PD Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio. Ma, come spiega la sociologa ed ex presidente Movimento Identità Transgender Porpora Marcasciano, non è sempre stato così. “Ora provocano e riservano alle persone trans attacchi violenti, ma sei o sette anni fa Marina Terragni mi cercò dicendo che voleva collaborare”, racconta. “In realtà cercava visibilità, come fa oggi, per i suoi articoli sui minori transgender, la procreazione assistita e la prostituzione”.

E dire che per un periodo, attorno al 2013, la giornalista ha fatto parte della direzione nazionale del Partito Democratico, il quale oggi difende la legge, pur con dei distingo al suo interno. All’epoca Terragni si collocava al fianco di Pippo Civati. Mentre altre due personalità molto note nel movimento LGBT+ italiano, la già citata Gramolini e la vicepresidente di Arcilesbica Francesca Polo hanno militato in Sinistra Critica, partito nato da una scissione di Rifondazione Comunista.

Secondo Marcasciano, questo particolare tipo di attivismo è pericoloso: “Se il ddl Zan venisse affossato e vincessero loro, ciò vorrebbe dire sdoganare la violenza contro le persone trans, già molto esposte e colpite, che non sarebbero tutelate”. Dello stesso parere anche Antonia Caruso, attivista transfemminista e fondatrice di Edizioni Minoritarie, secondo cui quella di questo tipo di femminismo è “retorica manipolatoria”. “Le persone trans sono soggette a un iter medico, psichiatrico e legale, mentre loro fanno credere che si ‘diventi’ trans da un giorno all’altro”, spiega. “E l’espressione ‘identità di genere’ non ce la siamo inventate per l’occasione, tanto che è presente anche nella sentenza con cui nel 2015 la Cassazione ha stabilito che per ottenere il cambio di sesso ai fini dell’anagrafe non è più obbligatorio l’intervento di adeguamento degli organi sessuali”.

Caruso è critica anche nei confronti di chi afferma (come l’ex parlamentare PD Paola Concia) che le donne non sono una minoranza e quindi non dovrebbero essere contemplate dalle leggi che proteggono le minoranze. “Assistiamo a violenza verso le donne, tutte le donne: cis, trans e di ogni orientamento sessuale”, spiega, “una parte delle persone LGBT+ sono donne e la matrice della violenza contro di loro è la stessa, quindi non ha senso questa pretesa di separazione”

“Certo”, aggiunge, “la legge è migliorabile”. Perché – ad esempio – si concentra molto sulla punizione della violenza una volta che questa viene commessa e non abbastanza sul lavoro da fare per evitare che si verifichi. Ma il ddl Zan, prima di tutto, riconosce l’esistenza di una violenza che è una violenza diversa, con certe motivazioni e contro certe identità, e quindi ha un valore anche simbolico. Ed è proprio questo aggettivo, “simbolico”, tanto caro alle donne in passato, a dividerle oggi.