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Chi sono gli uomini che picchiano le donne e perché lo fanno

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo chiesto a uno psicologo che lavora nei consultori maschili qual è l'identikit del 'violento tipo'. E se potrà mai cambiare

Foto: Sydney Sims on Unsplash

“Ma che fai? Aspettiamo un bambino, io ti amo”, gli urla Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30 anni. Antonio Borgia, 51, non l’ascolta e l’accoltella, la ferisce gravemente al ventre e poi la soccorre. Poco dopo però l’ammazzerà tagliandole la gola.

Ana Maria è l’ultima. È la numero 95 della lista più vergognosa del nostro Paese, quella delle donne uccise dall’inizio del 2019 a oggi. Antonio, il novantacinquesimo uomo che quest’anno si è arrogato il diritto di uccidere «per rabbia», «per gelosia», «per amore non corrisposto». Tutte scuse.

Secondo i dati della Polizia di Stato, ogni 15 minuti una donna viene maltrattata e nell’82% dei casi a farlo è un uomo di famiglia. Oggi, 25 novembre, nella Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, ci chiediamo: ma chi sono questi uomini violenti?

«Spesso si tratta di personaggi fragili, cresciuti in ambienti a loro volta violenti e maschilisti», ci spiega Massimo Mery, psicologo del consultorio per uomini della Caritas di Bolzano, uno dei primi consultori in Italia dedicato al mondo maschile. E continua: «Mi occupo di uomini violenti dal 2009 e ho imparato che la violenza colpisce tutti i ceti economici. Ho conosciuto persone con la quinta elementare e laureati, manovali, professionisti che picchiavano la moglie». Da lui però arrivano soprattutto uomini inviati dai servizi sociali del territorio, «solo il 20% viene spontaneamente», ci dice. «I miei pazienti tendono ad avere una bassa scolarizzazione e poca disponibilità economica. Di solito non riconoscono la propria condotta violenta, anzi. Quando arrivano mi dicono di ritenersi vittime della società che, secondo loro, difende solo le donne. Ma c’è qualcuno che riesce a cambiare, e con noi fa un percorso di pentimento e crescita importante».

Come Stefano, 40 anni, che frequenta il consultorio da un anno. “Anche lui è figlio di un padre maschilista e violento. Era sposato con una donna con cui ha avuto due bambine”. Fa il muratore e quando la sera tornava in famiglia capitava che esagerasse con le birre. E capitava anche che picchiasse la moglie perché, dice lui, “mi faceva innervosire. Non capiva che doveva lasciarmi stare”. Allora giù botte. Spintoni, sberle. La riempiva di paura con i suoi “T’ammazzo”, “Ti brucio”, “Ti faccio fuori”.

“Quando è arrivato qui”, racconta Mery, ”Stefano si vergognava moltissimo. Nella sua testa, gli uomini non hanno bisogno dello psicologo che è una cosa da donne, un pregiudizio molto comune. Faceva fatica ad ammettere i suoi errori. La moglie, dopo una serata di botte e offese, era finita terrorizzata al pronto soccorso e lo aveva denunciato. Poi se n’è andata via di casa con le bambine”. Stefano fa parte dei soggetti mandati dal tribunale. All’inizio sottovalutava la gravità delle sue azioni, “ma dopo qualche incontro, si è fidato di me e a ha riconosciuto i comportamenti sbagliati. Così come ha ammesso l’abuso di alcol”. Prima d’ora, nessuno gli aveva mai insegnato a gestire le emozioni come la rabbia. “Al consultorio lavoriamo su quattro punti: sulla definizione e la ridefinizione del concetto di violenza, sull’assunzione di responsabilità, insegniamo a riconoscere le emozioni e a gestirle”.

Per esempio, come ci si accorge che ci stiamo arrabbiando? “Sentiamo tensione muscolare, il battito che accelera. Spiego sempre che se si capisce di essere arrabbiati ci si può prendere del tempo per ritrovare uno stato di tranquillità usando la tecnica del time out. Consiglio loro di spiegare alla compagna che la prossima volta che litigheranno, se la situazione si scalda, potranno usare una parola come “time out”, appunto, per far capire che è arrivato il momento di smettere di discutere e cambiare stanza, o andare a farsi un giro fuori”. Grazie al training del consultorio, Stefano ha iniziato a vedere le figlie in uno spazio protetto, anche se la più grande rifiuta di incontrarlo. Non tornerà più insieme alla moglie, ma sta lavorando su se stesso “con ottimi risultati”, dice Mery.

Mario, invece, ha sempre condannato gli uomini violenti. «Non capivo come un marito potesse fare male alla persona che ama», ci dice al telefono. È l’unico che ci parla a voce. Un sabato mattina, lui e sua moglie Sara hanno iniziato a litigare per la spesa. Avevano già litigato in passato, certo, ma questa volta la discussione si è fatta particolarmente accesa. Prima le urla, poi i «vaffanculo» e all’improvviso Mario l’ha spinta così forte da farla cadere tra il tavolo e il frigo della cucina. «Ricordo quel momento come fosse un film, non come se l’avessi vissuto in prima persona», racconta. Subito è corso da lei, si è chinato, e l’ha abbracciata, giurandole che non lo avrebbe mai più fatto. Mario ha 43 anni, è un architetto e vive appena fuori Bolzano. Tre mesi dopo quel gesto, a cena «abbiamo discuso per una questione di lavoro, mi ha detto che ero una persona debole. Anche in quel caso, non ci ho visto più. L’ho presa per un braccio e l’ho costretta a piegarsi a terra», racconta, ammette di provare ancora molta vergogna per le sue azioni. Sara quella notte ha fatto le valigie e se ne è andata di casa. Mario stava vivendo un periodo di stress molto alto in ufficio, e anche lui non riusciva più a gestire la rabbia. Il giorno dopo la prima notte passata da solo, ha contattato il consultorio per gli uomini per chiedere aiuto. È arrivato al centro già conoscendo le sue colpe, per cui con lui è stato un percorso più facile. “Volevo a tutti costi capire che cosa mi stesse succedendo, per non essere più un pericolo per mia moglie che amo moltissimo”, dice.

Mery racconta di Pietro che picchiava anche i figli, di Mohamed che non capisce ancora perché lui debba andare da uno psicologo, di Andrea che accecato dalla gelosia ha quasi ucciso Stefania.
Secondo l’Istat, le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso psicologico. I consultori maschili lavorano insieme ai centri antiviolenza per incrociare i dati e mettere in sicurezza le donne maltrattate.

“Le campagne di sensibilizzazione sono importantissime, però serve un impegno anche per educare gli uomini, o rischiano di essere campagne fatte a metà”, spiega Mery. “La legge italiana, a differenza di quella spagnola, inglese o tedesca, consiglia all’uomo violento un percorso riabilitativo, ma non è un obbligo: un grave errore”.

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