Chi sono e cosa pensano le attiviste trans elette alle elezioni amministrative | Rolling Stone Italia
Home Politica

Chi sono e cosa pensano le attiviste trans elette alle elezioni amministrative

Il fallimento del ddl Zan non ha fermato la lotta per i diritti: alle ultime elezioni amministrative sono state elette a Bologna e Milano Porpora Marcasciano e Monica Romano, due attiviste trans. Le abbiamo intervistate

Porpora Marcasciano (a sinistra) e Monica Romano (a destra)

Il fallimento del ddl Zan tra l’esultanza delle destre non ha fermato la lotta per i diritti del mondo LGBT+. Se in diverse città italiane migliaia di persone sono scese in piazza per gridare la loro rabbia contro una classe politica che si è dimostrata distante dalla realtà, quella stessa classe politica è stata costretta ad accogliere tra le sue fila, dopo le ultime elezioni amministrative, due storiche attiviste trans entrate nei consigli comunali di Bologna e Milano, a cui molti guardano con fiducia. Perché anche se i comuni non dettano la linea al parlamento, questi due capoluoghi potrebbero fungere da laboratori in cui misurare buone pratiche da applicare anche altrove. Porpora Marcasciano e Monica Romano, le due elette, sono molto diverse, e diversa è stata la loro campagna elettorale. Ma sono accomunate dalla militanza attiva e dall’aver scritto libri, biografici e non, che hanno circolato parecchio nella comunità queer e non solo.

Non è la prima volta che una persona trans siede tra i banchi di un consiglio comunale: a precedere Marcasciano è stata infatti l’amica Marcella Di Folco, attivista che dopo aver aver interpretato film di Fellini e Rossellini si trasferì a Bologna per diventare la presidente del MIT (Movimento Identità Transessuale) di cui oggi è presidente proprio Marcasciano. Grazie alla capacità di Di Folco nel dialogare con le istituzioni bolognesi, il MIT riuscì ad avere un proprio consultorio – a cui nel tempo si sono aggiunti altri servizi, come lo sportello legal ee quello per migranti LGBT+. La politica trans, con Bologna come riferimento a livello nazionale, portò alla promulgazione della 164, la prima in Italia a stabilire con quale iter si può rettificare il sesso assegnato alla nascita. Negli anni Novanta Di Folco fu consigliera di quartiere e poi consigliera comunale – la prima persona trans al mondo a ricoprire questa carica – facendo del MIT un modello e un esempio per le altre associazioni LGBT+.

Nel movimento LGBT+ Marcasciano è semplicemente “Porpora” e chiamarla solo per nome non toglie nulla al suo essere un riferimento come sociologa e come autrice. A Bologna dirige anche Divergenti, uno dei più importanti festival di cinema trans. Difficile quindi pensare di convincerla a dedicarsi a una campagna elettorale. Nemmeno Emily Clancy, record di preferenze con Coalizione Civica e ora vicesindaca (con diverse deleghe, tra cui quella ai diritti LGBT+), ci è davvero riuscita: la campagna, di fatto, non c’è stata. Al suo posto è valsa come garanzia l’impegno profuso nel tempo. Questo perché nello stesso periodo l’attivista era impegnata nelle riprese del prossimo film della regista Roberta Torre, Le favolose, con un contratto che la obbligava sul set per un mese intero e cui non ha voluto rinunciare.

“Nonostante i miei cinquant’anni di attivismo non pensavo proprio a candidarmi”, racconta Marcasciano. “Con Emily Clancy a fine luglio avevo un appuntamento per fare insieme una riflessione a seguito del Rivolta Pride, che poco prima aveva visto marciare in città oltre 20mila persone. In quell’occasione Emily mi ha proposto di candidarmi e ho accettato. Perché conosco Bologna e Bologna conosce me. È la città che mi ha accolta e in cui ho potuto costruire tanto attraverso il MIT. In seguito ho anche cambiato idea, sapendo di non potermi dedicare alla campagna elettorale per via del film, ma a quel punto avevo già rilasciato delle dichiarazioni ai media e così ho deciso di non rinunciare. Quindi non c’è stata una campagna, ma è stato un crescendo”.

Inizialmente Marcasciano aveva specificato che si sarebbe messa a disposizione a una condizione: in caso di elezione non sarebbe stata presente in consiglio comunale. La sua intenzione era quella di “portare un contributo in termini di voti” a Coalizione Civica, progetto politico in cui si riconosce. “Ma poi moltissime persone hanno detto che mi avrebbero votata, e so che molte di loro non votavano da anni perché hanno perso fiducia nei confronti delle istituzioni. Anni di militanza hanno ripagato. Se avessi fatto davvero campagna elettorale avrei preso più voti e so che questa elezione, che ora ho accettato, ha un valore sia simbolico che politico.”

Dal momento che le sue priorità sono ben note alla cittadinanza, non aver stilato per l’occasione un proprio programma non ha influito: “i diritti civili e sociali innanzitutto, ma anche l’ecologia. Bisogna agire localmente e pensare globalmente”. Vuole lottare per una città meno impaurita, in cui una persona immigrata, trans oppure diversa da altri punti di vista non debba vivere con paura. “Si parla di ‘riduzione del danno’ rispetto a chi si prostituisce, giusto? Ecco, io vorrei poter ridurre il danno rispetto alle paure in questa città”. E poi “vanno garantiti spazi di comunità e di libertà, luoghi fisici di produzione culturale e artistica. Gli spazi antagonisti oggi non hanno garanzie, ma producono sapere e fanno parte del mio percorso politico: voglio difenderli in termini di costruzione comune, voglio partire da cose che conosco bene come questa. Da luoghi come il MIT, e come Atlantide quando esisteva [prima di essere sgomberata] Bologna trae linfa vitale, ed è così che è diventata il primo riferimento per tutto l’attivismo LGBT+ in Italia. Negli anni si è perso il mito della nostra università, ma la realtà studentesca è importante.” Tutti progetti che potranno essere realizzati tramite alleanze. “Sono ottimista, sia rispetto al percorso di Coalizione Civica, sia rispetto al lavoro da fare in giunta, che è un luogo di mediazione e di costruzione: ho imparato nella maturità, dopo tante barricate, che queste due cose sono sempre legate”.

A chi le chiede se la sconfitta del ddl Zan possa comportare un terreno più difficile nel quale operare, specialmente per le persone trans, Marcasciano risponde così: “L’abbiamo mancata per puri calcoli di potere. Si è giocato sulla vita delle persone, ho visto tanta ipocrisia. Non è scontato che venga compresa la mia esperienza, lo so. La mia presenza non è, per così dire, nella norma. Porrà delle domande e questo mi sta benissimo, perché la visibilità in un contesto pubblico è importante: serve a trasformare l’esistente. Sono ottimista a riguardo: seminerò e raccoglierò.”

Se Bologna è un laboratorio di politica radicale, Milano si distingue invece per ospitare la sede di grandi aziende che sfilano ai pride. È qui che è nata e vive Monica Romano, attivista dal 1998, quando aveva 19 anni, perché “per una persona in transizione non c’era alternativa alla militanza. Ci veniva precluso il lavoro, non avevamo una vita ‘diurna’. Ho utilizzato questo aggettivo, diurna, anche come titolo del mio primo libro, perché non ci era concessa una vita alla luce del sole.” Da allora di libri ne ha pubblicati altri due, ha fondato gruppi e associazioni e si è candidata con il Partito Democratico in sostegno al sindaco uscente, Beppe Sala, rieletto con il 57% dei voti. Non era la sua prima volta: aveva già corso con Sala nel 2016, “perché come persone trans e non binarie ci dobbiamo auto-rappresentare, altrimenti le loro istanze non lo sono. La presa di parola è tutto, come insegna il femminismo. Nessuno può parlare al nostro posto”.

Così in agosto Romano ha iniziato a presentare il suo programma frequentando i mercati, le piazze e gli eventi milanesi. E insiste sui tre punti per lei più importanti, quelli che racchiudono la sua idea di città: “Lavoro, uguaglianza di genere, diversity and inclusion”. Il lavoro “perché ci sono a Milano servizi e sportelli dedicati, ma non ancora sufficientemente efficienti. Lo so perché ho lavorato per anni nella selezione del personale, domanda e offerta oggi non si incontrano come dovrebbero”. L’uguaglianza di genere perché “la misoginia è parte della quotidianità di tutte le donne, anche se molte non ne sono consapevoli. I femminicidi sono solo la punta dell’iceberg”. E poi lo sguardo sulle diversità, perché come formatrice con un percorso di studi che comprende anche un master della Fondazione Brodolini sa che “possiamo essere oggetto di discriminazione per tante delle nostre caratteristiche, come l’età, il genere, la provenienza”.

Per questo immagina come primo intervento concreto per Milano l’aumento dei posti letto per giovani allontanati da casa da genitori omofobi: “Attualmente questi posti sono solo cinque, è inaccettabile”. Vuole anche un rainbow center: “Le istituzioni devono assegnare uno spazio alle associazioni che erogano servizi gratuiti alle persone LGBT+”. Più in generale, sulle cosiddette ‘nuove povertà’, Romano invita a pensare soluzioni anche per chi non vuole essere accolto nelle strutture finanziate dalle istituzioni. Bisogna pensare “anche a chi non vuole dormire nei posti a disposizione, ma deve provvedere a se stesso durante il giorno”. Per quanto riguarda i tanti richiedenti asilo che transitano a Milano solo per qualche giorno o settimana prima di poter scegliere un’altra meta in Europa, dice: “Bisogna valorizzare i saperi delle realtà che portano avanti l’aiuto umanitario”. Tutti progetti da realizzare con una squadra in cui ha piena fiducia: “Senz’altro con Diana De Marchi, presidente della Commissione Pari Opportunità, con cui ho già lavorato ad altri progetti. E con Daniele Nahum per quanto concerne i diritti e Angelo Turco per la cultura”.

Approfittiamo per chiedere cosa pensa del Partito Gay, guidato da Fabrizio Marrazzo, fondatore del Gay Center a Roma, che aveva dichiarato in novembre di poter ambire addirittura al 15%. A Milano, dove sono 7 le persone LGBT elette e nessuna ne fa parte, l’esperimento è valso appena lo 0,47%, mentre in tutta Italia ha eletto appena 10 candidati. “Un partito deve offrire una visione. Noi persone LGBT+ non siamo solo LGBT+. Bisogna ragionare in un’ottica intersezionale, quindi con una visione d’insieme. Il Partito Gay non ha funzionato proprio per questo”.