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Chi è Joe Rogan, l’uomo dalle cui labbra pende mezza America

Per alcuni è omofobo e di destra, ma lui ha appena appoggiato Bernie Sanders. Ritratto dell'uomo che con il suo podcast di interviste ha catturato l'attenzione dell'americano medio

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L’endorsement finora più importante nelle primarie democratiche americane viene da un fattone 50enne, fissato coi pesi, il whisky, la marijuana, la crescita personale e la lotta al politicamente corretto. “Voterò per Bernie Sanders”, ha detto. “Mi piace, mi piace parecchio”. Tanto è bastato per far gongolare e poi disperare quello che ormai è il candidato favorito, che è stato sommerso dalle proteste della comunità LGBT. “Sanders non può accettare l’endorsement di un omofobo come Joe Rogan”, è il riassunto della vox populi.

E insomma, non sono proteste totalmente insensate visto chi è Joe Rogan. Noto anche come “il Walter Cronkite della nostra generazione” e il “Larry King di internet” è stato il soggetto di saggi, articoli, modello per giornalisti che hanno provato a vivere una settimana come lui e soprattutto oggetto di adorazione di milioni di americani. 

Il motivo della sua fama è un podcast, Joe Rogan Experience, il secondo più ascoltato al mondo su Itunes, in cui fa tre interviste a settimana ai personaggi più svariati negli Stati Uniti: lottatori, sportivi, intellettuali. Nel suo studio a Los Angeles con tanto di telecamere che trasmettono su YouTube, Joe Rogan li accoglie, li fa sedere comodi, offre loro un whisky invecchiato almeno 12 anni, accende un cannone di maria e poi li tempesta di domande per oltre due ore. Flussi di coscienza, in forma di domanda e risposta, in cui Joe fa le domande che faremmo tutti, approfondendo quanto serve, ed evitando ogni forma linguisticamente burocratica. Un format apparentemente rivoluzionario, nella presunta epoca della bassa attenzione, che gli ha garantito 7,5 milioni di iscritti al suo canale YouTube e una media di un milione utenti a puntata. 

Tra le interviste già cult – da lui ormai ci vogliono andare tutti, politici compresi – quelle a Edward Snowden, Dan Bilzerian, Mike Tyson, Robert Downey jr. e sopratutto quella ad Elon Musk: quando il capo di Tesla e irrimediabile fanatico della produttività si presentò in studio, Rogan gli versò da bere e gli passò un cannone. Il risultato fu che Elon fumò in diretta streaming il primo spinello della sua vita e rimase per ore a parlare di intelligenza artificiale, il board di Tesla si arrabbiò parecchio e Rogan si assicurò una pubblicità mondiale senza precedenti. 

Quello che oggi è diventato uno degli uomini più popolari degli Stati Uniti è figlio di un poliziotto del New Jersey. “Di lui mi ricordo sono i raptus di violenza in famiglia”, ha raccontato in una delle poche volte che ha toccato l’argomento. A 7 anni, quando i suoi hanno divorziato, lui è andato a stare con la madre a San Francisco. Si è fatto la prima canna a 8 anni, con il patrigno, “un hippie con i capelli lunghi fino al culo”. 

Insomma, una storia americana classica. Si è spostato con la madre per gli Stati Uniti, ha lavorato consegnando giornali e poi ha insegnato arti marziali. Nel 1988 degli amici l’hanno fatto salire su un palco di un locale e ha cominciato una carriera da stand-up comedian nei bar di Los Angeles, e poi in tv. Nel 2002 commentava gli incontri di UFC, la disciplina delle arti marziali miste destinata ormai a superare il pugilato per popolarità in America. Lotte fisiche e battute irriverenti: il paradiso per uno come lui. 

Ma Joe Rogan ha una qualità che persino i suoi oppositori gli riconoscono: la curiosità. È una spugna, cerca continuamente stimoli per migliorare se stesso. Legge libri, guarda tuturial e soprattutto fa domande a quelli che ne sanno più di lui. Nel 2009 cerca di monetizzare questa sua curiosità e crea il podcast Joe Rogan Experience

In 10 anni ha intervistato tutti – o meglio, tutti quelli che interessano a lui. Più di 1400 persone. A metà tra Fabio Fazio e Larry King, ha coinvolto comici, lottatori e intellettuali più o meno famosi del web. Li ha spremuti alla ricerca di tesi illuminati su intelligenza artificiale, istinti omicidi, libertà di parola, crescita personale e ogni cosa che possa interessare all’uomo americano medio – cioè a lui. La sua intervista non è un’interrogatorio: è un’esperienza. Lunga e approfondita.

Perché è questa la sua forza, quella cosa che gli ha permesso di essere il punto di riferimento di milioni di americani bianchi, neri, domenicani, manager e camionisti, pensionati e universitari. A Joe Rogan interessa quello che interessa all’uomo medio. Aggiungeteci un ottimismo difficilmente scalfibile, un’attitudine al miglioramento perenne e un’energia straripante e avrete l’idea del personaggio. 

In una nazione in cui una persona su due ha perso fiducia nei media tradizionali Joe Rogan, con i suoi eccessi di populismo e qualunquismo, diventa un punto di riferimento intellettuale di una massa critica d’America. “Learn, learn, learn, ladies and gentlemen”, dice ai suoi ascoltatori. Per quanto molti finiscano per associarlo a un’idea di America propria della destra, lui si è sempre dichiarato democratico e anti-trumpiano. Anzi, più precisamente un “fucking left wing”, sostenitore di un reddito di cittadinanza e dell’università gratuita per tutti. E adesso ha appoggiato pubblicamente Bernie Sanders.

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