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Che tristezza vedere la propaganda russa trovare spazio in un canale a diffusione nazionale

Se questo è giornalismo, beh, siamo sull'orlo di un precipizio

L’intervista che Sergej Viktorovič Lavrov, attuale Ministro degli affari esteri della Russia, ha concesso a Zona Bianca si è trasformata come da previsioni in un dardo avvelenato.

Le sue parole, pronunciate in prima serata in un canale a diffusione nazionale nel bel mezzo del conflitto europeo più grave dai tempi della Seconda guerra mondiale, hanno  inevitabilmente diviso l’opinione pubblica: da un lato c’è chi le ha condannate aspramente, accusando l’emittente di essersi trasformata in un megafono della propaganda russa in Italia; dall’altro, invece, si è alzato il coro entusiastico della platea “filo-putiniana” nostrana, secondo la quale Rete 4 avrebbe invece svolto un buon servizio per il Paese, garantendo il giusto spazio a una voce silenziata dalle reti pubbliche e dalla stampa “mainstream”, giudicata come schierata e acriticamente filo-ucraina.

Nell’intervista – la prima concessa a una televisione europea – Lavrov ha pronunciato un monologo che ha condensato tutti i leitmotiv a cui la propaganda del Cremlino ci ha abituati negli ultimi due mesi, dalla necessità di “denazificare” l’Ucraina alla volontà russa di garantire la pace. «La Russia non ha mai fermato gli sforzi per evitare una guerra mondiale, ma i media occidentali travisano sempre le nostre parole», ha detto, aggiungendo che «sono presenti mercenari e ufficiali occidentali tra le fila dei radicali ucraini” e che «Zelensky può portare la pace se smette di dare ordini criminali ai propri battaglioni nazisti». Inoltre, a detta del campo della diplomazia russo, l’obiettivo di Mosca non sarebbe quello di rovesciare il governo di Zelensky (questa, ha sostenuto, «è una specialità degli Stati Uniti»), ma di spingerlo a interrompere le ostilità.

La parte del discorso che ha fatto maggiormente infervorare gli animi, comprensibilmente, è stata quella relativa al massacro di Bucha, definito da Lavrov «un evidente fake». Nulla di nuovo: si tratta di una narrazione che Lavrov tenta di rendere dominante dallo scorso 30 marzo, dopo la scoperta dei cadaveri e delle fosse comuni. Secondo il numero due del Cremlino, infatti, le immagini dei civili uccisi nella città ucraina sarebbero una messa in scena allestita dagli ucraini dopo il ritiro delle truppe russe. Una volontà mistificatoria che ricalca alla perfezione i tentativi di attribuire a Kiyv le responsabilità del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol – in quell’occasione, la Russia ha sostenuto che l’ospedale fosse vuoto e facesse da base d’appoggio per i nazionalisti ucraini, ma le testimonianze, le immagini delle agenzie di stampa internazionali e i post su Facebook dello stesso ospedale prima dell’attacco mostrano come, in realtà, la struttura fosse perfettamente funzionante. Nelle foto subito dopo l’attacco era stata ripresa anche un’influencer ucraina incinta, Marianna Podgurskaya. Le varie ambasciate russe la indicavano come un’attrice assoldata per una messinscena, in modo che l’ospedale sembrasse pienamente operativo. Informazioni fatte circolare senza nessuna prova concreta a sostegno, ovviamente. Ecco a chi stiamo concedendo spazio, tanto per intenderci. Il ministro non ha celato neppure un fondo di antisemitismo parlando di Zelensky, definito come un filo-nazista anche se di origine ebraica sulla base del fatto che «anche Hitler aveva origini ebraiche». Parole che hanno già creato i presupposti per un incidente diplomatico con Israele: il ministro degli Esteri Yair Lapid ha infatti preteso le scuse di Lavrov e annunciato la convocazione dell’ambasciatore russo. Lapid ha definito le parole di Lavrov «imperdonabili, oltraggiosi e un errore storico».

Lavrov non ha risparmiato anche un giudizio severo nei confronti dell’Italia: un Paese che, a sua detta, non avrebbe saputo «distinguere il bianco dal nero». «Dall’Italia dichiarazioni oltre le norme diplomatiche, alcune dichiarazioni di politici e media italiani sono andate oltre le buone norme diplomatiche e giornalistiche», ha detto, ricordando che il nostro Paese «è in prima fila tra coloro che adottano e promuovono le sanzioni anti-russe: per noi è stata una sorpresa».

Nel triste teatrino di ieri sera, però, il tratto più sconcertante è stato il fare accondiscendente e servilistico del conduttore, Giuseppe Brindisi: quando si ha l’occasione di ospitare una personalità del genere – e, quindi, la certezza di concedere a un personaggio divisivo e portatore di interessi di parte una finestra di visibilità nel mainstream televisivo occidentale – bisognerebbe essere quantomeno all’altezza della situazione. Come? Ad esempio, evitando di trasformarsi nello sparring partner del potente di turno per esercitare la propria professione in maniera libera, in primis attraverso una lista di domande puntuali che possano creare qualche imbarazzo all’intervistato. E invece no: abbiamo assistito a una parentesi grottesca, che ha messo in scena un Brindisi completamente impotente e in balia di un compito troppo più grande di lui, un figurante ai confini del patetico e, almeno a prima vista, perfettamente a proprio agio nel suo ridicolo immobilismo, intrappolato in un macchiettistico annuire e portato alla deriva dalla sequela di argomentazioni antisemite e antistoriche pronunciate da Lavrov. Anzi, se possibile, il padrone di casa di Zona Bianca è riuscito addirittura nell’impresa di spianare la strada alla propaganda di Putin, fornendo a Lavrov continui assist argomentativi. Se questo è giornalismo, beh, siamo sull’orlo di un precipizio.