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Che cosa succede quando un presidente americano si ammala o muore?

Roosevelt è morto pochi mesi dopo il voto; Reagan, ferito da un proiettile, non ebbe un sostituto per ore; Wilson fu colpito da un ictus. Ma il più grande di tutti, Jed Bartlet di 'West Wing', domò la sclerosi multipla

Foto: David McNew/Newsmakers

Dopo mesi in cui ha rischiato di contagiarsi, alla fine Donald Trump è risultato positivo al test insieme alla moglie Melania. Aveva rischiato già per il suo iniziale rifiuto di usare la mascherina (poi ritrattato il 20 luglio scorso), per la sua ostinazione a tenere comizi al chiuso (come avvenuto a Tulsa in Oklahoma lo scorso giugno) e di continuare a stringere mani fino all’ultimo momento possibile la scorsa primavera. Per l’attuale inquilino della Casa Bianca è un colpo duro, avvenuto un paio di giorni dopo che nella disastrosa rissa verbale mascherata da dibattito con il suo avversario Joe Biden aveva sfottuto il suo indossare sempre “la più grande mascherina che io abbia mai visto”. Questo pone un altro tema, quello della possibilità che si possa morire prima o dopo il voto. In tal caso, che accadrebbe con il processo elettorale per il quale più di un milione di americani ha già depositato il proprio voto per posta?

C’è un solo precedente: l’elezione presidenziale del 1872. Il voto popolare aveva incoronato con il 55,6% per un secondo mandato il presidente Ulysses Grant, ancora popolarissimo quale vincitore della guerra contro il Sud e difensore dei diritti civili degli afroamericani. Ma il suo avversario, il repubblicano liberal Horace Greeley, direttore del New York Tribune e appoggiato dai democratici, era improvvisamente mancato il 29 novembre. Dopo il voto popolare, ma prima che i grandi elettori avessero depositato il risultato di quella scelta. Che accadde? Semplicemente ognuno fece come voleva. Votarono alcuni per il candidato vicepresidente, ma ricevette ben 42 voti il governatore dell’Indiana Thomas Hendricks, che non era nemmeno candidato. Tre grandi elettori della Georgia decisero comunque di confermare il sostegno a Greeley, però le loro schede vennero annullate. In caso contrario ci sarebbe stato il caos? Non è dato saperlo, visto che la Costituzione non ha previsto un’eventualità del genere.

Data la prassi consolidata di rispetto della volontà popolare, è molto probabile che la scelta del collegio si sposti sul vicepresidente, che una volta inaugurato dovrebbe scegliere il suo nuovo vice seguendo le modalità del venticinquesimo emendamento, approvato nel 1967 dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy quattro anni prima. In pratica prima non si poteva riempire l’eventuale vuoto senza che si fosse votato. Adesso in caso di vacanza si può scegliere il proprio vice e sottoporlo all’approvazione del Congresso. Ma non solo: l’emendamento consente anche allo stesso presidente di cedere temporaneamente i poteri al suo vice quando malato o sottoposto ad anestesia totale. L’ultimo a farlo è stato George W. Bush la mattina del 21 luglio 2007, quando entrò in sala operatoria per un esame al colon. Ma può essere invocato anche dal vicepresidente e dal resto del governo per avocare a sè i poteri, ad esempio quando il presidente viene colpito da una malattia mentale. O dalla demenza senile.

Alcuni membri dell’amministrazione Reagan nel 1987 ravvisarono alcuni sintomi del futuro Alzheimer, ma l’ipotesi cadde quasi subito perché il presidente tornò vigile e attivo dopo qualche ora. Questo emendamento ha ridotto in parte l’impatto di una malattia presidenziale sul corretto funzionamento della democrazia, dato che nel corso del Novecento un presidente come Woodrow Wilson, colpito da ictus il 2 ottobre 1919 durante la delicata trattativa per far approvare al Congresso l’adesione al Trattato di Versailles. Con l’aiuto della First Lady e del suo medico personale, nascose per più di un anno la sua precaria condizione di salute per non cedere i suoi poteri o parte di essi al vicepresidente Thomas Marshall, con il quale il presidente era entrato in cattivi rapporti. Nel marzo 1944 Franklin Delano Roosevelt si sottopose a un check up che ebbe risultati disastrosi: problemi cardiaci, ai polmoni, arteriosclerosi e pressione alta. Condizioni ideali per un infarto improvviso. Nonostante questo, decise comunque di ricandidarsi per un quarto mandato e di vincere, anche se ai suoi stretti confidenti aveva ventilato l’ipotesi di dimettersi una volta finita la Seconda Guerra Mondiale. Ma purtroppo per lui, venne colpito da un emorragia cerebrale nel pomeriggio del 12 aprile 1945. Il nuovo presidente Harry Truman nei mesi precedenti era stato tenuto all’oscuro di piani importanti di sviluppo militare come il progetto Manhattan sullo sviluppo delle armi atomiche.

In epoca precedente all’uso dei telefoni cellulari, il presidente Reagan colpito da un proiettile non ebbe un chiaro sostituto per ben quattro ore, il tempo che ci mise il suo vice George Bush per prendere le redini della situazione. Ci fu un equivoco in una conferenza stampa nella quale il segretario di Stato Alexander Haig dichiarò falsamente che “al momento tengo io il controllo”. La situazione attuale rende il tutto ancora più delicato, perché anche poche ore di incapacità non dichiarata possono avere effetti deteriori sulla vita politica della nazione. E una malattia come il Covid19 può aver sviluppi e ricadute rapidissime per i tempi della transizione costituzionale dei poteri. Tra le vittime potenziali del Covid quindi ci potrebbe essere anche la corretta applicazione della Costituzione americana, già messa a dura prova in questi anni. E forse, la sclerosi multipla che colpì presidente Jed Bartlet nella storica serie tv West Wing ci può fornire una traccia ideale di comportamento per i futuri presidenti.

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