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C’è una nuova mozione per conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki

Mentre l'Italia continua a vendere armi all'Egitto, società civile e una parte di politica si sono mobilitate per conferire la cittadinanza italiana allo studente dell'università di Bologna arrestato al Cairo quasi due anni fa

Foto di Antonio Masiello/Getty Images

All’inizio del mese scorso, i giudici egiziani hanno prorogato di altri 45 giorni la detenzione di Patrick Zaki – lo studente egiziano del master in Studi di genere e delle donne all’università di Bologna arrestato al Cairo dove era tornato a visitare la famiglia. Zaki rischia fino a 25 anni di carcere a causa di alcuni post pubblicati da un account Facebook che la i suoi avvocati considerano falso, ma che ha consentito alla magistratura egiziana di formulare pesanti accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”.

Come riporta Amnesty International – che considera Zaki un prigioniero di coscienza, incarcerato esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media – la decisione rappresenta l’anticamera di un disegno ben preciso: le autorità del Cairo intendono mantenere in attesa di giudizio lo studente per prorogare le misure di custodia cautelare di un altro anno, fino al 7 febbraio 2022.

In questo caso è coinvolta suo malgrado anche l’Italia, e lo scorso aprile il Senato aveva approvato un ordine del giorno che impegnava il governo “ad avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche al fine di conferire a Patrick George Zaki la cittadinanza italiana” e ad intraprendere alcune azioni, tra cui sollecitare la sua liberazione e attivarsi a livello europeo per la tutela dei diritti umani nei Paesi in cui vengono sistematicamente violati (Egitto compreso). Durante la seduta era intervenuta anche la senatrice Liliana Segre, che si era esposta a favore della concessione della cittadinanza dichiarando che “c’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente, quando si parla di libertà”. 

Tuttavia, nonostante la forte presa di posizione del Parlamento, l’iniziativa non ha incassato l’appoggio del governo, che ha preferito evitare eventuali tensioni per dare prosecuzione alla sua linea diplomatica ambigua, che se da un lato continua a rimarcare pubblicamente la necessità di ottenere nel minor tempo possibile la scarcerazione di Zaki, dall’altro non ha mai smesso di firmare contratti per commesse militari con l’Egitto, violando una lunga serie di norme.

Per fare solo un esempio, lo scorso dicembre il nostro Paese ha consegnato al regime egiziano – premurandosi di mantenere il riserbo più totale – una nave da guerra costruita da Fincantieri. Si trattava del primo atto di un accordo che è stato definito “la commessa del secolo”, con cui il governo Conte nel giugno 2020 aveva dato il via libera alla vendita di due fregate all’Egitto, parte di un accordo commerciale ancora più grande – tra i 9 e gli 11 miliardi di euro – per la consegna di 6 frega, 20 pattugliatori d’altura Fincantieri, 24 caccia Eurofighter Typhoon, un satellite di osservazione e 20 velivoli di addestramento M-346 prodotti da Leonardo. 

Un accordo con cui l’Egitto – che già oggi è il principale cliente dell’industria bellica italiana, con licenze per 870 milioni di euro nel solo 2019 – renderebbe sempre più stretta la propria relazione economica e militare con il nostro Paese. E tutti gli indizi sembrano suggerire che anche il governo Draghi abbia intenzione di continuare su questa linea, visto che pochi giorni dopo la votazione in Senato il premier ha avallato l’invio della seconda fregata e confermato Fincantieri come sponsor di punta per la fiera degli armamenti Edex 2021.

Per mostrare la propria contrarietà all’operato del governo, le associazioni della società civile hanno promosso da mesi l’iniziativa “#StopArmiEgitto” – sostenuta anche dai sindacati confederali – per chiedere all’esecutivo di riferire in aula riguardo alle forniture di armamenti al regime di al-Sisi. Alla protesta si è unita anche la famiglia di Giulio Regeni che ha presentato un esposto contro il governo italiano per la violazione della legge che vieta l’esportazione di armamenti verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani accertate da ONU, Unione Europea o Consiglio d’Europa.

Ieri è arrivato l’ultimo atto di questa campagna che unisce sindacati, società civile e una parte di politica nel tentativo di stimolare un cambio di rotta. È stata presentata infatti alla Camera una nuova mozione che ha ripreso in toto il contenuto della proposta presentata in Senato ad aprile. Secondo i firmatari “il conferimento della cittadinanza italiana, seppur preveda un lungo iter, rappresenterebbe un fortissimo segnale sia per l’Egitto che per gli alleati europei che sostengono la liberazione di Zaki e permetterebbe all’Italia e all’Europa di poter esercitare una maggiore pressione sul Cairo”. L’approvazione della mozione sarebbe un atto importante, un gesto di solidarietà per ciò che Zaki sta subendo e una testimonianza della vasta mobilitazione di cittadini e istituzioni a favore della sua liberazione.