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CasaPound ha vinto la causa per farsi riattivare la pagina Facebook

Secondo il Tribunale Civile di Roma, l'organizzazione dichiaratamente fascista ha tutto il diritto di stare sul social network

Un corteo di CasaPound

Foto: IPA

Non so se vi ricordate, ma qualche tempo fa il tema della libertà di opinione e della censura politica su internet è finito al centro del dibattito per via della decisione di Facebook di bannare permanentemente le pagine di organizzazioni fasciste come CasaPound e Forza Nuova – spingendole, tra l’altro, a rifugiarsi nel molto più libero e meno frequentato VK, il Facebook russo. 

All’epoca si era discusso molto sulla decisione del social network. Non che a qualcuno dispiacesse per la libertà di espressione dei fascisti (almeno credo), ma in molti facevano notare come non fosse proprio una cosa priva di problematiche il fatto di lasciare la definizione di quello che si può e non si può dire nella nostra società a un’azienda tecnologica privata con sede negli Stati Uniti. 

Oggi è arrivato un nuovo capitolo della questione: stando a quanto riporta Repubblica il Tribunale Civile di Roma ha deciso di accogliere il ricorso presentato da CasaPound lo scorso 9 settembere, in seguito alla disattivazione della pagina, e ha ordinato a Facebook di riattivarla. Facebook è stato condannato a pagare le spese legali e a una multa di 800 euro per ogni giorno in cui la pagina di CasaPound rimane bannata. 

L’idea dietro la decisione del giudice è semplice: CasaPound sarebbe un’organizzazione alla cui propaganda non possono essere imputati atti di violenza e che fa parte del panorama politico-culturale italiano da almeno un decennio. Di conseguenza avrebbe tutto il diritto di stare su Facebook. 

Bisogna vedere che impatto avrà questa sentenza e se la pagina di CasaPound tornerà attiva. Ma di certo c’è che ha già un paio di implicazioni. Primo: CasaPound – un’organizzazione dichiaratamente fascista – ne esce facendo la bella figura di chi si batte per tutelare la libertà di espressione e la Costituzione. Secondo: il dibattito su a chi tocchi decidere sulla censura e su chi può e non può frequentare lo spazio pubblico italiano è tutt’altro che chiuso.  

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