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Bugliano non esiste, lunga vita a Bugliano

Col passare del tempo, il comune fittizio più famoso d'Italia ha finito per trasformarsi in una sorta di termometro utile a sondare il nostro livello di superficialità e dabbenaggine nell'approccio alle notizie (ci è riuscito anche ieri, con la "tradizionale gara di lancio del gatto"). Che dire: grazie, Bugliano, per ricordarci ogni giorno che, sì, la ragione è agli sgoccioli

Bugliano è il comune più controverso d’Italia per tanti motivi: basti pensare ai “corsi accelerati di gesticolazione all’italiana” che la Proloco locale attiva ogni mese per consentire alla popolazione immigrata di integrarsi e, finalmente, comunicare agevolmente con la gente del posto; o, ancora, alle norme surreali e un po’ grottesche a cui, a intervalli regolari, vengono sottoposti i suoi cittadini – come il divieto di portare a scuola le renne, “anche se dotate di museruola”, o le sanzioni previste in caso di accertati rapporti sessuali intercorsi tra persone vaccinate e non vaccinate.

Bugliano è balzata agli onori delle cronache anche negli scorsi giorni, per via di una delle sue usanze più radicate e ancestrali: la “tradizionale gara di lancio del gatto”. L’iniziativa ha fatto storcere il naso a qualche commentatore da social, infastidito dalla crudeltà irragionevole con cui i buglianesi trasformano dei poveri micetti in dei frisbee viventi.

Solo che, ecco, c’è un piccolo particolare da tenere in considerazione: Bugliano non esiste – almeno dal punto di vista amministrativo, s’intende.

Per chi negli ultimi tre anni fosse vissuto in una caverna: il fittizio comune in provincia di Pisa che, a cadenze regolari, punzecchia una parte di opinione pubblica con le sue ordinanze ai confini dell’assurdo è nato nel 2019, con la creazione di una pagina Twitter impostata come se fosse davvero l’account ufficiale di un ente locale.

Tutto, nella grammatica della finzione di Bugliano, è maledettamente verosimile (a partire dallo stemma del Comune), con la differenza che, appena si passano in rassegna i vari post, ci si accorge che qualcosa non va, tra assemblee comunali convocate per decidere se la strada di via Magenta sia in salita o in discesa, divieti di esposizione di decorazioni natalizie nell’unica scuola del Comune (curiosamente dedicata a Bava Beccaris, il generale che nel 1898 ordinò all’esercito di sparare sulla folla che manifesta a Milano contro l’aumento del prezzo del pane) fino all’abbattimento (sofferto, ma indispensabile) di un unicorno impazzito che rischiava di porre a serio rischio la sicurezza dei buglianesi. Più in generale, quello di Bugnano è un ecosistema narrativo pienamente efficiente: c’è tutto, dal sito ufficiale al giornale specializzato nella cronaca locale, fino all’immancabile gruppo Facebook “Sei di Bugliano se…”, un classicone di ogni comune da 2mila anime abbandonato da Dio che si rispetti.

L’operazione è così congegnata e ben riuscita che, periodicamente, Bugliano finisce per entrare nel mirino di utenti un po’ sprovveduti/turboindignati o, nei casi più clamorosi, viene citato da testate di caratura nazionale infastidite dalle sue scelte amministrative un po’ weird (spoiler: quando accade, sono quasi tutte di destra): ad esempio, lo scorso anno, commentando le dichiarazioni negazioniste del coronavirus di Andrea Bocelli con un (finto) comunicato stampa in cui il Comune annunciava il ritiro della cittadinanza onoraria (evidentemente, mai conferita) al tenore, Bugliano scatenò l’immediato travaso di bile de La Nuova Padania (un quotidiano che accede al finanziamento pubblico e che, quindi, almeno teoricamente, dovrebbe dare sostanza al “pluralismo dell’informazione”), che in un articolo abbastanza piccato definì il sindaco Fabio Buggiani (che, ça va sans dire, non esiste) un «seguace di Renzi ma amico del PD».

Col passare del tempo, questo luogo della mente – che per alcuni versi sembra ubicato nell’Alabama segregazionista, più che a due passi dal Lungarno – ha finito per assolvere a una specie di funzione “social(e)”, trasformandosi in una sorta di termometro utile a comprendere quanto possa essere profonda la tana del Bianconiglio ai tempi della post-verità e dello sdoganamento completo della pillola rossa, fornendo una prova empirica del livello di superficialità e dabbenaggine che, spesso, sfoggiamo nell’approccio alle notizie.

Una superficialità che, ahinoi, accomuna una porzione (neppure troppo piccola) di utenti disposti a credere a qualsiasi cosa e a piegarsi alle tante “verità” diffuse dal cialtrone mediatico di turno sulla base di un semplice post su Facebook. Viviamo in tempi bui in cui, volenti o nolenti, abbiamo imparato che le notizie false o tendenziosi non conoscono limiti, sfociando spesso nel complottismo più intransigente e radicale: dal Covid creato in laboratorio alla memoria dell’acqua, dai vaccini che causano autismo ai negazionisti del clima, sempre più persone (e, attenzione, non parliamo di emarginati confinati in un fortino, ma di individui perfettamente inseriti nel tessuto sociale; possiamo incontrarli ovunque: in metro, in fila al supermercato, al bar sotto casa. “Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”, citando un saggio) non sono disposte ad accettare che, ebbene sì, viviamo in un mondo complesso in cui non tutto è spiegabile attraverso la lente interpretativa dei “poteri forti” e delle presunte cospirazioni e, sì, non siamo tenuti allo scuro di tutto: ogni cosa è conoscibile, basta informarsi e non fermarsi alla prima impressione; pazzesco, vero?

In un contesto del genere, un esperimento come Bugliano è un memorandum per nulla banale: ci ricorda che, sì, la ragione è ormai agli sgoccioli e, sì, non abbiamo il diritto di credere a ciò che vogliamo. Pena estinzione.

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