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Brexit: come una vittoria populista si è trasformata in un incubo burocratico

Tra una decina di giorni la Brexit diventerà finalmente realtà: non c'è ancora nessun accordo e anche chi l'ha sostenuta nel 2016 sta cercando di abbandonare la nave che affonda

Un carro satirico sulla Brexit al carnevale di Dusseldorf, in Germania, nel 2017. Lukas Schulze/Getty Images

Il 2020 sta per finire, e con lui il tempo per trovare un accordo su Brexit tra Unione Europea e Regno Unito. Il 1 gennaio 2021, se nel frattempo non sarà trovato un accordo, scatterà, appunto, il “no deal”, cioè l’uscita britannica dall’Unione con tutte le sue conseguenze politiche e legali. Il governo di Londra intanto ha schierato quattro navi militari per “proteggere” le sue acque lungo il confine marittimo con l’UE: una di queste è la HMS Tyne, 1700 tonnellate e 80 metri di metallo con tanto di mitragliere Oerlikon. Un simbolo eloquente, per usare un eufemismo, delle difficoltà del Regno Unito di trovare un accordo sulla sua uscita dall’Unione.

La scelta delle navi da guerra può sembrare un’esagerazione propagandistica motivata dalle necessità, da parte del governo di Boris Johnson, di fare la voce grossa in modo da ottenere il massimo dall’eventuale accordo. Ma non è detto che sia solo questo. Il confine marittimo inglese effettivamente è uno dei problemi principali che impediscono l’accordo tra Regno Unito e Unione Europea: sia perché via mare passano i migranti provenienti dall’UE che Londra vorrebbe poter riportare indietro senza accoglierne nessuno; sia perché è su quel tratto di mare che i pescatori britannici e quelli europei, in caso di “no deal”, si contenderanno i diritti di pesca.  

Questo approccio alla diplomazia fatto di minacciosi schieramenti di navi militari può sembrare bizzarro, ma non è raro. Anzi, è così comune da avere un nome proprio: la “Gunboat diplomacy” – un modo bullesco di fare politica estera così vecchio che potremmo farlo risalire alle guerre dell’oppio nell’Ottocento ma più di recente è ricomparso nelle “cod wars”, gli scontri tra Inghilterra e Islanda dagli anni Cinquanta agli anni Settanta causati proprio dalle opposte rivendicazioni sulle aree di mare al confine tra i due stati e i relativi diritti di pesca. Un dato da non trascurare: gli inglesi persero tutte le controversie con gli islandesi.

Brexit, intanto, si avvicina: giorno dopo giorno le probabilità che vada a finire senza accordo aumentano, con il governo di Boris Johnson che intanto potenzia il controllo dei confini marittimi. Segnali poco incoraggianti, al netto dei quali però resta da capire se un accordo è ancora possibile. Più volte i rappresentanti delle due parti si sono incontrati, altrettante volte si è parlato di “ottimi progressi”, ma per ora i risultati non ci sono e ieri il portavoce del Parlamento Europeo Jaume Duch ha fissato un’ennesima ultima data di scadenza, dicendo che il Parlamento esaminerà un accordo solo se arriverà entro il 20 dicembre. Insomma è ormai questione di ore.

I paesi dell’UE sono davvero disposti ad arrivare a un “no deal” o anche loro mostrano i muscoli per ottenere il massimo dalle trattative? La prima opzione è estremamente più probabile. Sia la presidente Von der Leyen (che ha incontrato il premier inglese lo scorso 9 dicembre), sia la delegazione dei negoziatori europei hanno un mandato politico preciso: fare gli interessi europei e possibilmente trovare un accordo con lo stato uscente. Eppure molti dei membri dell’unione dal peso non trascurabile – Francia, Spagna, Italia, Danimarca e Olanda – hanno più volte annunciato di essere disposti a non appoggiare l’accordo nel caso in cui questo non offra solide garanzie sul cosiddetto “level playing field”. Detto in altre parole: o l’accordo protegge le economie europee dalla competizione sleale britannica, oppure benvenga un “no deal”.

Secondo Michel Barnier, capo dei negoziatori che lavora all’accordo sul versante europeo, un accordo è “difficile ma possibile”. Per quanto rimangano divergenze importanti, infatti, un’uscita del Regno Unito senza accordo sarebbe svantaggiosa per entrambe le parti, sia politicamente che economicamente. Gli inglesi perderebbero l’accesso privilegiato al mercato unico, che equivale al 46% delle loro esportazioni e anche l’UE subirebbe gli effetti negativi dovuti alla perdita di un partner strategico. 

Sul fronte inglese i primi concreti segnali d’allarme arrivano proprio sul fronte economico. Uno su tutti: l’Italia ha superato il Regno Unito nelle esportazioni verso gli USA – cosa che non succedeva dal 1980. La forte diminuzione delle esportazioni inglesi non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche altri paesi chiave come Cina, India e Giappone. Con la fine della prima ondata pandemica in Cina c’è stato un rimbalzo positivo delle esportazioni verso Pechino per tutte le più grandi economie europee, ma non per il Regno Unito.

Ma oltre all’economia c’è la politica. Brexit è nata come una delle battaglie più importanti per i populisti inglesi e anche europei. Commentando il referendum del 2016 vinto dai fautori dell’uscita del Regno Unito dall’UE, Matteo Salvini  scriveva: “Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. GRAZIE UK, ora tocca a noi”. Non era il solo a festeggiare: per  tutti i partiti populisti e di estrema destra d’Europa, dall’Ungheria, alla Francia fino alla Polonia, Brexit era una grande vittoria “del popolo” e l’inizio della fine per l’Unione Europea. I sovranisti crescevano nei sondaggi, sembravano destinati a vincere un po’ ovunque, ci si chiedeva se dopo Brexit avremmo avuto Frexit, Italexit e così via. Sembravano riusciti a convincere una larga fetta della popolazione europea che l’UE non fosse altro che un incubo burocratico e le singole nazioni dovrebbero riprendersi la propria “libertà” abbandonandolo.

Poi, però, è successo qualcosa – quell’incubo burocratico se li è mangiati. L’effetto del referendum britannico sembra aver vaccinato le altre spinte populiste europee: per poche migliaia di voti un insieme di slogan e proposte politiche poco realistiche si è trasformata in un vero processo politico, e in questo passaggio Brexit ha perso tutto il suo appeal. Il fascino dell’apparenza rivoltosa ed energica dei populisti è poi evaporato non ha incontrato la realpolitik. Niente più colorate manifestazioni di piazza con Nigel Farage nel ruolo del capo popolo, solo seriose riunioni tra burocrati, politici e tecnici, infinite e inconcludenti proposte di legge e opzioni di negoziato da valutare spulciando tra interpretazioni di leggi e commi. Brexit si è svelata per quello che era dall’inizio: una sconveniente conseguenza di un impeto sovranista senza solide basi politiche o economiche né dei veri vincitori. 

Una volta abbandonata la fase impulsiva e rivoltosa ecco che la narrazione attorno a Brexit ha preso il sapore del pentimento. Si è cominciato a parlare di fine del progetto Erasmus per gli studenti inglesi, di fine della libera circolazione tra UE e Regno Unito e di economia in sofferenza. Lo scontento è aumentato quando il governo di Londra ha proposto false soluzioni ai veri problemi, come sostituire l’Erasmus con un’“alternativa interna”, rimpiazzare il commercio con l’Europa con quello con l’Australia o magari sfruttare i buoni rapporti di Johnson con la presidenza Trump per placare gli effetti di un “no deal”. 

Se sul fronte inglese il pessimismo sembrava palpabile, sul fronte europeo stranamente è sempre stato l’ottimismo a farla da padrone. Dopotutto il Regno Unito era sempre stato il membro dell’UE più scettico e ostico e aveva fatto fallire alcuni importanti progetti di unificazione, come quelli in campo militare. Quattro anni dopo quest’ottimismo non è scomparso: l’ex premier italiano Enrico Letta ha recentemente detto che il piano di aiuti da 750 miliardi di euro, il Next Generation EU, non sarebbe stato possibile con gli inglesi ancora seduti al Parlamento Europeo.

Nel frattempo, i problemi inglesi si sono moltiplicati: tra poco Trump – la sponda principale dei populisti pro-Brexit – non sarà più presidente, la pandemia ha colpito duramente il Regno Unito evidenziando la necessità di collaborazione col resto del continente, la conseguente crisi economica lascia poco spazio per trovare nuovi modi per attutire il colpo di un eventuale “no deal”. Proprio per questo oggi gli stessi populisti europei non solo non guardano più con ammirazione Brexit, ma non ne fanno più nessuna menzione: lo stesso Brexit Party (passato dal 26% del giugno 2019 al 3% di oggi) vuole cambiare nome. Da parte del partito politico nato appositamente per portare avanti l’idea dell’abbandono dell’UE, sembra una fuga maldestra da una nave che affonda.