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Brexit, cent’anni di inettitudine

Dalla gestione fallimentare dell'ex impero coloniale fino all'intervento militare in Iraq e al recente caos parlamentare della Brexit, la classe dirigente britannica ha una vasta tradizione di scelte politiche fallimentari

Nigel Farage, leader di UKIP

Foto Getty Images

L’ex Impero britannico non sa dove sbattere la testa. Con la sua influenza globale in rapido declino e alle prese con spinte centrifughe sul suo stesso territorio, il governo di Londra è ormai la pallida ombra di quello che fu soltanto sedici anni fa, ai tempi dell’intervento statunitense in Iraq. La Brexit è solo l’ultima decisione fallimentare presa dal governo britannico nei suoi ultimi cent’anni. E dire che, anche durante la Prima Guerra Mondiale, la politica britannica non brillò per lungimiranza. La frase del segretario agli affari esteri, Lord Grey, “le luci di tutta Europa si stanno spegnendo e non le rivedremo più per la nostra vita”, incarna in un certo senso l’impotenza del governo di Sua Maestà.

Nel 1914 è all’apogeo della sua potenza. Le sue navi controllano i mari del mondo, sia dal punto di vista commerciale che militare. La questione irlandese sta per essere risolta, con la concessione dell’autogoverno a Dublino entro l’anno. Pochi anni prima, anche in campo sanitario, con il National Insurance Act del 1911 tutti i lavoratori dipendenti avevano ottenuto l’assicurazione sulle malattie. Sembrava che nulla potesse disturbare il quieto dominio britannico del mondo. E invece ci pensò la sua classe politica. Senza aver per nulla colto la lezione proveniente dalla guerra civile americana, assecondò la tattica di logoramento francese nelle trincee, che consumò un’intera generazione di soldati. La gestione della rivolta di Pasqua 1916 a Dublino, lanciata da una piccola minoranza di indipendentisti, spinse la popolazione irlandese ad abbandonare la causa britannica e a puntare direttamente all’indipendenza.

Finita la guerra, il nuovo governo conservatore, succeduto a dodici anni di regno liberale, si dimostrò totalmente inadeguato a ricostruire una sorta di normalità economica, lasciando altissimi livelli di disoccupazione nel Paese e una debolezza generalizzata che ebbe ripercussioni anche sulla tenuta delle colonie, che ormai sentivano sempre come impellente l’autonomia dalla madrepatria, autonomia che l’Irlanda aveva conquistato dopo una durissima guerra lunga tre anni.

Foto Getty Images

Negli anni successivi, quando le spie della neonata Unione Sovietica infestavano Londra, il terrore del comunismo spinse molti membri dell’élite, anche di sinistra come un baronetto ex sottosegretario laburista di nome Oswald Mosley, a guardare con favore ai regimi di Mussolini e Hitler. Qualcuno voleva l’instaurazione vera e propria di uno Stato totalitario, altri, più moderati, si limitavano ad assecondare le mire espansionistiche della Germania nazista in senso anticomunista. Per anni la vulgata storiografica tentò di usare delle giustificazioni a questa condotta, spiegando che questo periodo servì alla Gran Bretagna per ricostruire le proprie forze armate, che da anni ricevevano finanziamenti inadeguati. Certamente c’è del vero. Ma negli stessi anni, approssimativamente dal 1936 al 1939, la Germania fece lo stesso. E anzi, fece in tempo a sperimentare le potenzialità dell’aviazione nella guerra civile spagnola, dove la giovane repubblica non ricevette nessun aiuto da parte di Londra e Parigi, ricevendo solo un interessato aiuto sovietico, che per certi versi fu dannoso. Quindi, quest’atteggiamento passivo non solo diede il tempo a Hitler di organizzare la propria macchina di morte, ma consegnò una giovane democrazia a un quarantennio di tetro dominio fascista.

La leadership eccezionale di Churchill in tempo di guerra e di Attlee in tempo di pace, però, non seppe far fronte in modo ordinato allo sgretolamento di un Impero, ormai eccessivamente costoso per un Paese che lo sforzo bellico aveva stremato a tal punto da fargli chiedere un maxi prestito per la ricostruzione agli Stati Uniti. La situazione in Rhodesia, futuro Zimbabwe, venne lasciata a una leadership bianca razzista che esacerbò il conflitto etnico, favorendo lo sprofondare di quel Paese verso la povertà assoluta. In Medio Oriente la situazione tra coloni ebrei e residenti arabi fece sì che i britannici, dopo l’assassinio del governatore Lord Moyne, lasciassero l’ex protettorato alla svelta, senza pensare a possibili tensioni. Infine, la Perla dell’arcipelago coloniale, l’India, divisa su basi vagamente religiose, fonte di un conflitto senza fine e che ancora oggi mostra segni di non voler terminare affatto. Insomma, l’ombra dell’ex Impero è diventata sempre più ingombrante e la sua memoria divide non solo gli storici: chi, come Niall Ferguson, che ne vede positivamente la spinta modernizzatrice e chi invece, come Philip Murphy, vede questa memoria come distorsiva e foriera di scelte azzardate. Che non sono mancate, come l’improvvisato intervento a difesa del canale di Suez nel 1956, finito con una ritirata fallimentare. O, più recentemente, l’intervento in Iraq, che ha dissanguato l’esercito britannico riducendone drasticamente l’influenza a livello “parrocchiale”, per usare l’espressione di un noto commentatore.

La Brexit altro non è che la fuga di una classe dirigente che non sa più affrontare le responsabilità di uno stato ridimensionato. E che vede il vicino irlandese, distaccatosi a suo tempo, come l’esempio di chi invece partendo dalla povertà assoluta è riuscito a diventare un attore rispettabile. Senza fantasmi del passato a imbrigliare le possibilità per il futuro che tanto spaventano l’ex centro dell’Impero.

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