Breve storia delle giravolte retoriche usate dalla destra per giustificare il saluto romano | Rolling Stone Italia
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Breve storia delle giravolte retoriche usate dalla destra per giustificare il saluto romano

Dal 'gesto antistorico' di Meloni ai 'fantasmi che non esistono' di La Russa, quando si parla di saluto romano il messaggio che la destra vuole far passare è soltanto uno: «scurdammoce 'o passato»

TIZIANA FABI/AFP via Getty Images

Non è un segreto che il saluto romano sia una sorta di dardo avvelenato, un simbolo fascista capace di sopravvivere anche nell’Italia repubblicana e in grado di monopolizzare l’attenzione mediatica ogni qual volta viene sfoggiato per rimarcare la propria vicinanza a un determinato ambiente politico.

Se i saluti romani continuano ad essere tollerati anche adesso è perché la legge Scleba non punisce tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle che potrebbero determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste, e le gesta e le espressioni potenzialmente idonee a provocare adesioni e consensi. Sulla base di questo principio la Cassazione – e, prima di essa, la Corte d’appello di Milano – fa rientrare il gesto nel novero della semplice manifestazione di pensiero, nonostante si tratti di un cenno dal valore simbolico ed evocativo inequivocabile.

Nonostante ciò, ogni volta che un saluto romano viene esibito fieramente in pubblica piazza, la destra italiana tenta di mantenersi in equilibrio su un filo sottilissimo, tradendo spesso un palpabile imbarazzo. Un disagio, tutto sommato comprensibile, se proviamo a vestire per un secondo i panni di un rappresentante eletto tra le fila di Fratelli d’Italia e cerchiamo di immedesimarci nel suo dramma. Pensateci: da un lato è necessario “condannare” il gesto in un qualche modo, seppur nella maniera più morbida possibile – non fosse altro che viviamo in una Repubblica fondata sull’antifascismo; dall’altro, però, la “condanna” potrebbe ritorcersi contro gli interessi della bottega, dato che – perdonate il gioco di parole – difficilmente quella percentuale (piccola, ma rumorosa) di elettori dichiaratamente fascisti prenderebbe alla leggera eventuali prese di posizione antifasciste da parte della destra post-fascista.

Questo cortocircuito logico si è ripresentato ieri, in occasione dei funerali di Donna Assunta, la moglie di Giorgio Almirante, storico leader del Movimento Sociale Italiano. All’uscita del feretro, come da previsioni, alcuni partecipanti hanno eseguito il saluto della discordia, fomentando gli animi dei loro sodali e, al contempo, indignando una parte di opinione pubblica (quella maggioritaria, per fortuna) secondo cui quel gesto dovrebbe essere condannato in quanto eredità di un periodo buio della storia italiana.

Verosimilmente, un’altra distesa di braccia tese potrebbe palesarsi questa sera, in occasione del corteo e delle commemorazioni per la morte di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano, ucciso nella primavera del 1975 da militanti di sinistra. Ripercorriamo tutte le giravolte retoriche che, negli ultimi anni, gli esponenti della destra nostrana hanno pronunciato per ridimensionare l’entità del saluto romano (ovviamente, premurandosi di non condannarlo mai esplicitamente).

Giorgia Meloni e il ‘saluto antistorico’

Partiamo dal caso più recente: per attenuare le polemiche relative ai bracci tesi durante le celebrazioni per la morte di Donna Assunta, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha scelto di buttarla sull’anacronismo, parlando genericamente di “gesti antistorici”. Un ottimo modo per insabbiare la questione senza inimicarsi gli elettori più nostalgici dell’olio di ricino, ennesimo virtuosismo di una politica abilissima e capace di compattare l’elettorato nei momenti più difficili, come accaduto in autunno con il caso della Lobby Nera. Voto: 10.

La Russa e il classico scurdammoce ‘o passato

Nel 2019, dopo che alcuni militanti di destra erano stati assolti per aver eseguito il saluto romano durante le celebrazioni di rito per Sergio Ramelli nel 2013, Ignazio La Russa inviò un messaggio ben preciso ad Emanuele Fiano, che da anni è in prima linea assieme all’Anpi per criminalizzare cerimonie di questo tipo. Rispetto alla strategia di Meloni, quella di La Russa è più radicale: l’avvocato ed ex ministro della Difesa nega che, in Italia, il fascismo rappresenti ancora un problema da affrontare con una certa serietà: «Un’altra assoluzione, due su due. La dedico al mio amico Fiano, perché è venuto il tempo di distinguere il grano dal loglio», disse, aggiungendo che «una cosa è il rispetto e la tutela dell’ordine democratico e un’altra inseguire fantasmi che non esistono». Tradotto in maniera più terrena: scurdammoce ‘o passato, braccia alzate al cielo come durante un concerto di Vasco, ché i problemi so’ altri. Voto: 8.

Salvini e le ‘due braccia, due pugni’

Per minimizzare i saluti romani sfoggiati durante la manifestazione anti-governo che Salvini e Meloni tennero insieme nel 2019, il segretario del Carroccio scelse di giocare una carta diversa: il parallelismo con il comunismo sovietico (che l’Italia non ha mai sperimentato) e il fascismo, ovviamente mantenendo ben salda la questione dell’anacronismo. Il leader leghista, infatti, disse che «I pugni chiusi e i saluti romani sono cose del passato fuori dalla storia. Poi se si riesce a sminuire una manifestazione di migliaia di persone per qualche braccio teso, allora è qualcosa che non fa onore ai giornalisti, ma poi ognuno agisce come crede». Meno brillante dei colleghi, ma efficace: 7.

Michetti e il ‘saluto igienico’

Nel maggio dello scorso anno Enrico Michetti, ai tempi candidato sindaco a Roma, premiò la natura “igienica” del saluto romano, prospettandolo come una soluzione più sicura rispetto al pugno o al gomito raccomandati per mantenere sotto controllo i contagi, dato che salutandosi da lontano non ci si tocca e ci si pone al riparo da eventuali malattie. Durante un’ospitata a Radio Radio, Michetti disse che «Adesso si sta rispolverando anche il vecchio saluto a distanza, quello romano. I romani quando inventavano le cose rasentavano la perfezione, qui qualcuno se lo dimentica. Salutavano così perché era il modo più igienico», aggiungendo che «Se per qualcuno per cui la storia inizia nel 1917 con la Rivoluzione russa il saluto romano è rievocativo del fascismo e del nazismo è un problema suo». Per la creatività, il voto non può che essere 10.