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Breve storia dei NAR e di come si è arrivati alla strage di Bologna, 40 anni fa

Un ex bambino prodigio della tv, gli ambienti del neofascismo, gli anni di Piombo: storia del gruppo terrorista autore della peggiore strage nella storia d'Italia

Fioravanti e Mambro durante il processo per la strage di Bologna. Foto Archivio Studio Camera Chiara

Nel 1968, l’anno della grande contestazione giovanile, la Rai iniziò a mandare in onda sul Programma Nazionale La famiglia Benvenuti, uno sceneggiato televisivo che raccontava le vicenda quotidiane di una famiglia italiana idealizzata della Roma medio-borghese. Nell’anno simbolo dello scontro generazionale, i Benvenuti erano il rassicurante ritratto di un’Italia in bianco e nero, dominata dai buoni sentimenti e galvanizzata dal boom economico. Il personaggio di maggior successo era il figlio minore, Andrea. Su YouTube si può vederlo sfoggiare un sorriso birichino, annusare un ananas per poi metterlo nel carrello della spesa e prendere parte alla meraviglia familiare di fronte a Caterina, la lavatrice che cammina, il nuovo scintillante elettrodomestico acquistato grazie all’accorta gestione dei risparmi del capofamiglia.

13 anni più tardi, l’ex beniamino della tv italiana viene arrestato da una pattuglia di Carabinieri mentre cerca di ripescare un borsone pieno di armi da un canale alla periferia di Padova. L’arresto non avviene pacificamente: Giuseppe Valerio Fioravanti, alias “Giusva”, alias “il piccolo Andrea Benvenuti” riesce a fuggire dopo aver ucciso due militari, ma è ferito e non fa molta strada. Viene catturato il mattino dopo e inizia per lui un lungo iter giudiziario. Dopo sei sentenze della Corte d’Assise d’Appello è condannato a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione come capo dei famigerati NAR (Nuclei d’Azione Rivoluzionaria) e dunque responsabile del più grave attentato terroristico del secondo dopoguerra: la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

I NAR nascono a Roma nel 1977, da un gruppo di giovani del MSI che mal sopportano la rigida gerarchia di partito e ritengono più efficace darsi all’azione diretta, mettendo la propria sigla a servizio di un generico spontaneismo armato di stampo neofascista. In pratica, si offrono come braccio armato “anti antifascista”. Il primo nucleo è composto appunto da Valerio Fioravanti, 18 anni, da suo fratello minore Cristiano e da Alessandro Alibrandi, entrambi sedicenni, e da Franco Anselmi, 21 anni, il più vecchio della compagnia. Anselmi è quello mosso da ragioni più personali: nel 1972 era finito in coma per le sprangate di due avversari politici e aveva perso parzialmente la vista, come attesta il suo soprannome: “il Cieco di Urbino”. Valerio invece racconterà di aver iniziato con la politica in primo luogo per proteggere il fratello minore, militante fin da giovanissimo.

A compiere il primo omicidio sono proprio i due piccoli del gruppo, il fratello sedicenne di Valerio, Cristiano, e l’amico Alessandro Alibrandi, anche se la verità sull’omicidio di Walter Rossi, militante comunista di 20 anni, si saprà solo molti anni dopo e nessuno verrà mai condannato. Cristiano Fioravanti farà infatti ricadere la colpa sul camerata Alibranti, già deceduto, e il suo ruolo di collaboratore di giustizia lo preserverà anche da accuse minori. “In realtà”, spiegherà nel 1989 Valerio, “la pistola era una e se la passavano l’un l’altro, ed è finita che Cristiano è riuscito ad attribuire il colpo mortale ad Alessandro. Alessandro è morto e il processo è finito lì”. Primo a darsi alla politica, primo a compiere un omicidio, Cristiano Fioravanti sarà anche il primo a pentirsi e a decidere di collaborare con la giustizia, guadagnandosi minacce di morte da parte del suo stesso fratello. A oggi vive in una località protetta con una nuova identità.

La prima azione rivendicata ufficialmente con la sigla NAR è invece di entità più lieve. Il 4 gennaio 1978 un commando armato di 5 persone entra nella redazione romana del Corriere della Sera, minaccia gli impiegati e se ne va lanciando tre molotov, una delle quali colpisce in testa il portiere dell’edificio, ustionandolo gravemente. Per la prima volta la rivendicazione è firmata appunto “NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari”. “La sigla N.A.R.”, spiegherà Fioravanti, “è stata usata per molti anni, inizialmente per semplici attentati di danneggiamento, e stava ad indicare soltanto la matrice fascista. Tale sigla peraltro non si riferisce ad una organizzazione stabile e strutturata; bensì soltanto alla matrice degli attentati”.

Convinti della superiorità politica dell’azione sulla parola, i NAR non produrranno mai documenti scritti che non siano volantini di rivendicazione. Della tanto odiata sinistra eversiva ammirano lo stampo anti-borghese e l’obiettivo di destabilizzazione dello Stato. Trovano l’MSI troppo moderato e incapace di rispondere con la giusta durezza alle provocazioni degli antifascisti. Non amano le sottigliezze di natura ideologica e gli ideali politici di natura elitista e anti-comunista finiranno per sovrapporsi presto a un generico entusiasmo per il caos, la violenza e un senso dell’onore che risiede nel vendicare le offese col sangue. La loro struttura poco organica li porterà, negli anni, a vantare tra i propri fiancheggiatori personaggi disparati come Massimo Carminati, storico collegamento tra la malavita comune e la destra eversiva, e a stabilire collegamenti anche con la Banda della Magliana. 

Ma siamo ancora al nucleo originario quando i fatti di Acca Larentia segnano una svolta che significherà la rottura definitiva con la destra istituzionale. Il 7 gennaio del 1978, davanti a una sezione dell’MSI del quartiere Tuscolano a Roma, un commando mai identificato (ma si pensa legato all’estrema sinistra) uccide due giovani militanti missini: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Un terzo missino, Stefano Recchioni, morirà lo stesso giorno negli scontri con le forze dell’ordine. Mentre è in agonia, un’amica cerca di soccorrerlo: si chiama Francesca Mambro e ha 19 anni. Di lì a poco si unirà ai NAR, si fidanzerà con Valerio Fioravanti, nel 1985 lo sposerà e con lui condividerà la sorte processuale. Il 28 febbraio dello stesso anno il gruppo decide di vendicare Acca Larentia e va a caccia di giovani di sinistra, incappando nei fratelli Scialabba: Nicola, che rimarrà ferito, e Roberto, operaio elettricista 24enne che resterà ucciso dalla pistola di Fioravanti. 

Oltre alla violenza con movente politico, il nucleo ama molto anche le rapine, soprattutto alle armerie. Il 6 marzo 1978 saccheggia l’armeria dei fratelli Centofanti nella zona di Monteverde a Roma, la più grande della città. Il colpo riesce ma qualcosa va storto: durante la fuga Franco Anselmi è raggiunto alla schiena da un proiettile sparato dal proprietario e muore sul colpo. Le rapine e le rappresaglie continuano: quasi un anno dopo la morte di Anselmi, un commando composto da Valerio Fioravanti Alessandro Pucci e Dario Pedretti irrompe negli studi di Radio Città Futura, dai cui microfoni era partita una battuta sui morti di Acca Larentia che Fioravanti e i suoi non avevano proprio apprezzato. È in corso la registrazione del programma femminista Radio Donna. I tre danno fuoco ai locali e feriscono a colpi di mitra le quattro conduttrici.

In quattro anni di attività i NAR sono ritenuti responsabili di ben 33 omicidi, ma è nel 1980 che mettono a segno il loro colpo più noto: l’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato. Mentre aspetta l’autobus, viene colpito alle spalle da Gilberto Cavallini, che fugge su una moto guidata da Luigi Ciavardini. La colpa di Amato è quella di aver ipotizzato un legame tra i NAR e Fioravanti nell’ambito di un’inchiesta sulla destra eversiva che da due anni conduce in solitudine, deriso dai colleghi, che lo rimproverano di “dare la caccia ai fantasmi”, e osteggiato dal suo diretto superiore, un certo giudice Antonio Alibrandi che è proprio il padre di Alessandro.

Un nuovo momento di svolta nella storia dei NAR è la strage di Bologna. Dopo le prime ipotesi di disastro accidentale (si parlò dell’esplosione di una caldaia, esattamente come per Piazza Fontana) le indagini si concentrano sul terrorismo di estrema destra, forti dell’esperienza maturata nel decennio precedente. Molti neofascisti si danno alla fuga preventiva e alcuni militanti dei NAR finiscono in Libano ad addestrarsi nei campi militari cristiani della Falange, la milizia della destra cristiana alleata di Israele. Il 26 agosto, la Procura di Bologna emette ventotto mandati di cattura nei confronti di militanti dell’estrema destra, tra cui Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e altri membri dei NAR.

Il gruppo, che negli anni si era fatto sempre più nutrito, è progressivamente decimato dagli arresti. Alibrandi muore nel 1981 mentre nel 1982 Francesca Mambro e Walter Sordi vengono catturati, mentre Giorgio Vale – un altro dei membri più attivi – rimane ucciso. In questi anni la strategia della lotta spontaneista è in gran parte abbandonata per lasciare spazio soprattutto alle vendette e ai regolamenti di conti, anche all’interno della stessa destra eversiva. Delatori, supposti traditori e membri delle forze dell’ordine sono gli obiettivi principali. Nel frattempo, per gli arrestati, inizia la lunga e complessa vicenda giudiziaria che da un lato affronta i delitti rivendicati dalla sigla e dall’altro si concentra sul reato di strage. 

Nel 1995 la Corte di cassazione condanna Fioravanti e Mambro all’ergastolo in quanto responsabili, come esecutori materiali, della strage della stazione. Nel 2007 Luigi Ciavardini – che nel 1980 era ancora minorenne – è condannato a 30 anni di reclusione. L’ultimo a essere condannato è Gilberto Cavallini, che il 9 gennaio di quest’anno ha ricevuto l’ergastolo per concorso in strage. A oggi è detenuto nel carcere di Terni in regime di semilibertà provvisoria, mentre Ciavardini ha ottenuto la semilibertà nel 2009. Per Fioravanti e Mambro la pena è stata considerata estinta rispettivamente nel 2009 e nel 2013. Tutti loro hanno confessato gli omicidi e gli altri reati commessi come NAR ma hanno sempre negato di aver partecipato ai fatti di Bologna. 

Se da un lato queste condanne fanno della strage del 1980 l’unico attentato degli anni di piombo per il quale esista almeno una verità giudiziaria che ha identificato e punito gli esecutori materiali, le zone d’ombra restano parecchie. A cominciare dai numerosi depistaggi, come quello architettato da alcuni membri del SISMI – gli ufficiali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte – che hanno tentato di attribuire la responsabilità a un complotto internazionale, forse per sviare le indagini dalla ricerca dei mandanti. 

Un altro elemento di ambiguità è legato alla dubbia affidabilità del supertestimone Massimo Sparti, un pregiudicato fiancheggiatore dei NAR le cui testimonianze sono state più volte contraddette dai suoi stessi familiari. Infine la pista dei mandanti, che vede nei membri della loggia P2 gli effettivi finanziatori della strage, si è arricchita negli ultimi anni di nuovi elementi, mettendo in crisi l’identità autoproclamata dei NAR come gruppo spontaneista e facendone piuttosto il braccio armato della loggia di Gelli in accordo con un ramo dei servizi segreti.

Tutte queste zone grigie evidenziano come, a 40 anni dai fatti, la strage più sanguinosa nella storia della Repubblica sia ancora una vicenda torbida e indecifrata, di cui la verità processuale non è riuscita a restituire la complessità, esattamente come è successo per le altre grandi vicende che hanno caratterizzato la stagione delle stragi. Per questo è più che lecita la delusione che hanno suscitato i documenti desecretati e resi pubblici qualche settimana fa dai servizi segreti: “Pagine e pagine di documenti ‘pecettati’, con tratti neri sui nomi dei protagonisti di interrogatori e comunicazioni; materiale inutilizzabile”, ha commentato Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione dei Familiari delle Vittime, “Hanno depositato solo cartacce”. Per Bolognesi però una speranza di fare chiarezza c’è e risiede nei nuovi elementi emersi durante il processo Cavallini: la verità non c’è ancora ma per la prima volta appare “possibile”.