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Breve storia dei coming out nella politica italiana

Da Nichi Vendola a quello del grillino Spadafora a "Che tempo che fa", nel Paese che ha affossato il ddl Zan l'omosessualità in politica è ancora un tabù e un'arma usata per attaccare gli avversari

Nichi Vendola nel 2013. Barbara Zanon/Getty Images

Questa domenica, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa per presentare il suo libro Senza riserve, il parlamentare del Movimento 5 Stelle ed ex ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha detto pubblicamente di essere gay. Con una comprensibile emozione, Spadafora ha dichiarato di aver voluto fare coming out perché “è molto importante volersi bene e rispettarsi” e “per testimoniare il mio impegno politico, per tutti quelli che tutti i giorni combattono per i propri diritti e hanno meno possibilità di farlo rispetto a quante ne ho io grazie al mio ruolo”.

Siamo nel 2021 e una notizia del genere non dovrebbe suscitare chissà quale scalpore, ma da questo punto di vista l’Italia ha una storia particolare: da 30 anni a questa parte le personalità pubbliche che hanno parlato pubblicamente della loro omosessualità sono state pochissime – sia per via dello stigma sociale che continua a permanere attorno al tema, sia perché, come evidenziato dallo stesso Spadafora, “in politica l’omosessualità viene usata anche per ferire, per colpire l’avversario”.

Una visione condivisa anche da un altro esponente di primissimo piano del M5S, l’ex portavoce di Giuseppe Conte Rocco Casalino. In una recente intervista al Fatto Quotidiano Casalino ha parlato dell’emarginazione subita negli anni per via della propria omosessualità: “Se ci fosse una pillola per diventare etero, la prenderei. Ho vissuto questa esperienza con sofferenza, per la difficoltà di trovare un amore stabile. Oggi sono convinto che se fossi stato etero avrei trovato il grande amore della mia vita”

Nonostante questo – e nonostante il recente clamoroso fallimento del ddl Zan – la storia dell’omosessualità nella politica italiana è una storia lunga. È una storia che parte da Franco Grillini, attuale presidente onorario dell’Arcigay e simbolo del movimento per il riconoscimento dei diritti civili italiano, che è stato uno dei primi politici italiani a fare un coming out pubblico. Che passa per una figura come quella di Alfonso Pecoraro Scanio, già senatore dei Verdi e due volte ministro (dell’Ambiente e dell’Agricoltura), che nel 2000 ha scoperchiato un vaso di Pandora rivendicando di essere “il primo ministro bisex” e proclamando: “scelgo l’assoluta libertà sessuale”. Che arriva a Rosario Crocetta, primo sindaco omosessuale d’Italia (a Gela), e a Ivan Scalfarotto, diventato nel 2017 il primo esponente di un governo in carica a usufruire della legge sulle unioni civili approvata l’anno prima. E che trova la sua figura più nota e iconica in Nichi Vendola.

Soprattutto Vendola è passato alla storia come il simbolo dell’omosessualità nella politica italiana. Ha fatto coming out giovanissimo, a 19 anni, ed è stato il primo governatore regionale apertamente gay in Italia. Nei suoi due mandati ha contribuito a sviluppare la Puglia, trasformandola in una delle mete turistiche più rinomate del Paese e a ritagliarsi uno spazio importante nella sinistra italiana, arrivando addirittura a essere un papabile candidato premier.

Tutti questi successi, però, sono arrivati mentre addosso a Vendola piovevano da ogni parte attacchi omofobi. Solo per fare qualche esempio: nel 2012 Luigi Marattin, oggi deputato di Italia Viva ma ai tempi assessore a Ferrara, l’aveva invitato su Twitter a “elargire prosaicamente” il suo “orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”. Nel 2013 era stato definito una “vecchia isterica” dal berlusconiano Paolo Trudu, che aveva detto che da sinistra sentiva “odore di becero frociame”. E nello stesso anno un capogruppo leghista al Comune di Milano aveva pubblicato su Facebook una sua foto con la scritta “gay e pedofilo”.

Va notato che ritirarsi dalla politica non era servito a far cessare questi attacchi: nel 2016, quando insieme allo storico compagno Ed Testa era diventato padre grazie alla maternità surrogata, Vendola aveva dovuto nuovamente subire attacchi omofobi. La sua figura, insomma, ha svolto per i diritti LGBT una funzione simile a quella svolta da Cecile Kyenge contro il razzismo: rompere un soffitto di cristallo, creare un precedente positivo nella politica italiana, sì, ma allo stesso tempo attirare gli insulti e l’odio di chi quel precedente non lo vorrebbe vedere stabilito.

C’è una differenza però: mentre il colore della pelle è qualcosa di immediatamente visibile, l’identità sessuale è un segreto finché non viene rivelata. E se rivelarla vuol dire esporsi a insulti di questo tipo, si capisce come mai i coming out nella politica italiana siano stati finora così pochi. Lo ha spiegato chiaramente Alessandro Zan in un’intervista su Repubblica: “Oggi tra Camera e Senato, ci sono 945 parlamentari. Quelli apertamente gay e lesbiche sono quattro: Ivan Scalfarotto, Tommaso Cerno, Barbara Masini e io. È statisticamente impossibile che siamo solo noi quattro e io so per certo che ci sono parlamentari gay in Forza Italia e in Fratelli d’Italia. In vacanza a Mykonos ho incontrato un deputato della Lega, del quale mi ricordo cartelli particolarmente aggressivi contro la legge Zan. Stava baciando un uomo”.