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Breve guida al mentanesco, il linguaggio ipnotico con cui Mentana ci vende se stesso

Tolti i giornalisti italiani, nessun altro essere umano parla così nella vita normale, perché verrebbe preso per svitato

Ernesto Ruscio/Getty Images

Ogni tanto ho provato ad ascoltarlo, ma non ce la faccio. Quando sento la voce di Enrico Mentana la prima cosa che penso è: ma come cazzo parla? Per dire una frase di un secondo ne impiega quattro. Alcune sillabe le appiccica velocizzandole, altre le allunga rallentandole. E lo fa apparentemente a caso, come volesse distribuire gli accenti sulle note di uno spartito. Alcune note si suonano forte e altre piano, sì, ma in una sinfonia! Nel linguaggio parlato il risultato è la cadenza di una sorta di sbronzo lucido che sproloquia (non voglio essere offensivo ma ho sentito parlare così solo la gente brilla). Tra una sillaba e l’altra, Mentana rincara la dose e spesso piazza a caso delle “ehhh” o delle “ahhh”. Così, tipo bridge di una canzone che deve arrivare al ritornello. La frase diventa una roba tipo: «Buonaserabenarrivaaaaa-ti aaaaaaaaaaaaaal- con-sueto-ehhhhh a-ppuntameeeeento ehhhhhhh serale».

E così come lui ormai parlano tutti i suoi sottoposti e ogni singolo giornalista nella più scarsa tv locale. Se non parli con quella cadenza, non sei nemmeno ascrivibile alla categoria. Maccio Capatonda, che è un genio, già anni fa esasperando la parodia del linguaggio giornalistico, era arrivato là dove la Crusca non ha mai messo bocca (quelli poi non li capisco, si sentono dei fenomeni per aver sdoganato “petaloso” ma non si pronunciano su questo orrore fonico che attanaglia la categoria dei giornalisti tv. Ah ecco, il sindacato stesso dei giornalisti mi chiedo: dov’è? Cosa ne pensa?).

Tolti i giornalisti italiani, nessun altro essere umano parla così nella vita normale, perché verrebbe preso per svitato. Aggiungerei che nessuno oltre loro parla così in televisione. Non parlano così i presentatori delle trasmissioni, gli ospiti dei talk, gli chef, gli esperti e tutti gli altri frequentatori della tv. 

Non c’è neanche un nome per definirlo questo fenomeno, forse adesso qui siamo i primi in assoluto che si pongono il problema di su questo slang noiosissimo che scandisce ooooogni paaarolaaaaa ehhhh cooooon un’aaaaaaltra in-ter-ruz-ziooooone. Mistero. Mi azzardo a definirlo “mentanesco” perché vedo in Mentana il maggior divulgatore di questa moda ma ruota si sono affiliati a lui tutti i suoi sottoposti poi i colleghi, forse per imitare fantozzianamente il capo come faceva il ragionier Calboni gongolando: “È un bel direttore!”. 

Il Mentanesco è comparso in forma così complessa nel giornalismo televisivo da molti anni, ma anche la vecchia guardia anni Novanta era palesemente più moderata. Ok, fare gli strambi, ma c’è pur sempre un limite, si saranno detti. Frajese non parlava così, forse un po’ Lilli Gruber, ma ecco non erano poi tanto marcati.

Dopo anni che mi chiedo come mai mi irriti tanto mi sono anche chiesto se Mentana non avesse problemi di dizione. Così ho fatto un po’ di ricerche e mi sono ritrovato a chiedere un parere a una logopedista, un medico specializzato nelle anomalie di dizione delle parole.

“Credo che questa non sia affatto una patologia ma una tecnica. Dobbiamo renderci conto che magari Mentana sta parlando per un pubblico molto vasto, in cui molti non capiscono bene l’Italiano e vuole essere sicuro di essere compreso. Ha un linguaggio monotonale per essere privo di giudizio”. Ci son rimasto male, la scienza è dalla parte di Mentana. 

E tutte quelle parole strascicate? “Comunicare a un pubblico e contemporaneamente seguire un gobbo determina una maggior concentrazione che in qualche modo aumenta la frammentarietà del discorso. Diciamo che sono delle “pause di programmazione”.

Non mi torna. La stessa dottoressa mi fa notare che Mentana non parla sempre così. In altri contesti, tipo quando è fuori dal TG, si esprime quasi normalmente (quasi, perché parla abbastanza mentanesco lo stesso). Allora sono arrivato a una conclusione. È qualcosa che riguarda il suo ego. Un segreto che non rivela a nessuno. Forse si sente come se dovesse spiegarci le cose a rallentatore, come se fosse appena sbarcato da una delle Tre Caravelle e noi fossimo degli abitanti del nuovo mondo. Quella sua lingua diventa un ponte tra il linguaggio dei gesti e il famoso discorso in francese di Totò a Milano: “noio volevòn savuar”. 

Questo spiegherebbe anche il suo atteggiamento da blastatore sul web. Ci tratta come bambini della scuola materna. Tanto abbiamo milioni di analfabeti funzionali che figurati se stanno lì a porsi il problema del mentanesco. Mentana quindi diventa ipnotico, ti entra nel cervello, potrebbe dirti che c’è un cane che vola nel cielo sopra San Pietro e alla fine ci crederesti. “Eeehhhhh c’è uuuuuuuun ca-neeeeee ehhhhhh chevvola aaaaahhhhhh”. Detta in mentanesco ci credi. La immagazzini e il giorno dopo la snoccioli a tua nonna. “Sì, l’ha detto Mentana! C’è un cane che vola”.

E se Mentana fosse un generatore di fake news per aumentare la gente da blastare sul web e diventare il numero uno dei social-giornalisti? Sono un complottista? Sto diventando paranoico? No. Per dirla con Pasolini: “Io so, ma non ho le prove”.

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