Bosnia ‘Anno zero’: lo spettro della secessione a 30 anni dalla guerra | Rolling Stone Italia
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Bosnia ‘Anno zero’: lo spettro della secessione a 30 anni dalla guerra

A trent’anni dall’inizio del conflitto – che, ironia della sorte, coincide con l’indipendenza del Paese – la Bosnia-Erzegovina è nel mezzo di una crisi politica insidiosa, che vede protagonista il membro della presidenza Milorad Dodik

Foto di Pierre Crom/Getty Images

Il pomeriggio del 1° marzo 1992 Ajla Nuhbegovic giocava per le strade di Sarajevo, in Bosnia. Intanto, in un seggio vicino, suo padre presiedeva gli scrutini di un importante referendum. «Faceva caldo per quel periodo dell’anno, ma la sera papà mi disse “è meglio se vai a casa perché ci sono stati degli incidenti ai seggi”. La sera, non ricordo bene quando, c’è stata la proclamazione dei risultati», racconta Nuhbegovic.

I risultati sancirono l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, con il 99,4% dei sì, anche se gran parte della popolazione serbo-bosniaca boicottò il referendum, con i politici serbi che ne rifiutarono subito la validità. «Il 2 marzo ci siamo svegliati con i primi check point ai principali incroci, avevano messo le transenne, c’erano soldati bardati e con kalashnikov», racconta Nuhbegovic rievocando i ricordi di bambina. Era Sarajevo alla vigilia della guerra, un mese prima dell’assedio che sarebbe durato fino al 29 febbraio 1996. A trent’anni dall’inizio del conflitto – che ironia della sorte coincide con l’indipendenza del Paese – la Bosnia-Erzegovina è nel mezzo di una crisi politica insidiosa, che vede protagonista Milorad Dodik, membro della Presidenza, leader dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD). Il partito di Dodik uno dei partiti di coalizione del governo dell’Entità territoriale della Republika Srpska, che insieme alla Federazione della Bosnia-Erzegovina compone la Repubblica della Bosnia-Erzegovina. La guerra fratricida ha portato più di 100 mila morti, un genocidio di uomini e bambini a Srebrenica, crimini di guerra e numerose condanne dei dignitari, militari e politici serbi e serbo – bosniaci presso il Tribunale penale per l’ex-Yugoslavia. La guerra in Bosnia è finita con gli accordi di pace di Dayton, città dell’Ohio, dove firmarono nel novembre 1995 i presidenti della Repubblica Serba (Slobodan Milošević), della Croazia (Franjo Tudjman), e della Bosnia-Erzegovina (Alija Izetbegović).

La Bosnia-Erzegovina come la conosciamo oggi deriva direttamente dalle decisioni prese a Dayton: è uno stato unitario diviso in due entità federali: la Federazione croato-musulmana che detiene il 51% del Territorio bosniaco, e la Repubblica Srpska (49%). Alla Presidenza collegiale del Paese siedono i rappresentanti dei popoli costitutivi del Paese: un serbo, un croato e un bosniaco che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente. Ogni entità ha un suo parlamento indipendente. Il 10 dicembre 2021, l’Assemblea nazionale della Republika Srpska (RS) ha adottato la risoluzione che predispone il trasferimento delle competenze statali al livello d’Entità nel campo della tassazione indiretta, della giustizia, della difesa e della sicurezza. Un provvedimento che mette in pericolo l’unità della debole Repubblica bosniaca.

Il 9 gennaio 2022, giorno della commemorazione per i serbo-bosniaci della nascita politica della Republika Srpska, il presidente Dodik ha affermato che «la storia della Bosnia-Erzegovina civile è un’illusione che vogliono imporci e spingere il popolo serbo nelle minoranze civiche».

Dopo queste prese di posizione, l’Alto rappresentante dell’Unione europea Josep Borrell ha manifestato preoccupazione: «La retorica nazionalista sta aumentando, è a rischio l’integrità del Paese». La questione bosniaca è al centro dell’agenda europea, per il rischio di un nuovo conflitto nei Balcani e per la possibilità di integrare la Bosnia all’interno dell’Unione europea, un processo bloccato dai problemi legati alla corruzione e un’economia che non è mai decollata, anche a causa del difficile assetto istituzionale e burocratico. Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, invece, per fermare le aspirazioni secessioniste della parte serbo-bosniaca, all’interno dell’Unione europea è in corso un dibattito su eventuali sanzioni ai danni di Dodik, con la Germania a favore dei provvedimenti e l’Ungheria che afferma che sarebbero controproducenti e finirebbero per alimentare un nuovo conflitto.

L’instabile situazione della Bosnia-Erzegovina preoccupa anche i bosniaci in Italia, che hanno denunciato un possibile «disastro storico senza precedenti», ovvero «concedere l’indipendenza a un’entità i cui leader politici e militari (oltre al suo esercito e alla sua polizia) sono stati condannati per gravi crimini di guerra e genocidio, con oltre un milione di espulsi».

Ajla Nuhbegovic, che vive a Roma dal 2005, condivide le stesse preoccupazioni: «Sono delusa e arrabbiata perché ci ritroviamo nel 2022, a
distanza di 30 anni dall’inizio della guerra in una situazione simile, in cui il paese non va avanti. Per anni la nostra situazione è stata congelata a livello politico. L’accordo di Dayton ha fatto cessare la guerra ma non ha dato le basi solide a un Paese per poter prosperare. Raramente i tre presidenti vanno d’accordo su qualcosa».

I ricordi del 1992 sono ancora vivi, talmente presenti da alimentare la paura del ritorno della guerra, in un periodo storico diverso, ma non per questo al riparo dall’uso della violenza e della forza. Lo dimostra la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina: «La storia sembra che non ci abbia insegnato niente. Siamo in Europa, è un conflitto davvero vicino come è stato in Bosnia. Spero che non vengano ripetuti gli errori fatti in Bosnia». Tra questi, Nuhbegovic cita l’embargo sulle armi, che ha lasciato la popolazione bosniaca – e in particolare Sarajevo – senza possibilità di difendersi contro l’esercito serbo-bosniaco, appoggiato da Slobodan Milošević: «Da una parte c’erano i ragazzi con le converse e i jeans, dall’altra i soldati armati». Nuhbegovic ha vissuto la sua infanzia mentre Sarajevo viveva il suo assedio. Dopo l’inizio del conflitto, la famiglia ha deciso di restare e di non partire con l’ultimo autobus verso la Germania: «C’erano convogli che uscivano dalla città per donne e bambini ma gli uomini non potevano uscire dal Paese. Di fronte all’ultimo autobus pronto per lasciare Sarajevo, con le borse nella stiva dell’autobus, abbiamo deciso di restare con papà». La famiglia Nuhbegovic abitava di fronte al palazzo della televisione, il luogo che ospitava i giornalisti da tutto il mondo, venuti a Sarajevo per raccontare la guerra. Durante il conflitto, la città è rimasta isolata dal mondo per quattro anni, l’unico collegamento con l’esterno e quindi con la sopravvivenza, erano gli aiuti delle organizzazioni umanitarie e dell’Onu. «Non avevamo quasi niente, ci arrivavano aiuti umanitari che si potevano mantenere. Ma non avevamo nemmeno dell’olio per la pasta all’olio. Avevamo delle lattine di carne che venivano dalle riserve dell’esercito americano. Ma nessuno sapeva che tipo di carne c’era dentro (ride)». «Avevamo bisogno di sentirci vivi perché ci stavano uccidendo», racconta Nuhbegovic, «Io cantavo in un coro, prima della guerra. Eravamo 50 o forse 100. Poi quando è iniziata la guerra, il professore di canto ha cercato di organizzare il gruppo delle bambine di quei quartieri, perché non c’erano tram e autobus. C’era il viale dei cecchini in mezzo. Spesso io non riuscivo a tornare a casa dal palazzo della televisione e dovevo solo attraversare una strada, quell’incrocio veniva bombardato e io mi ritrovavo a dormire nel palazzo».

Nuhbegovic è una delle dieci bambine che appaiono nel video della canzone Ulica prkosa, del gruppo sarajevese Indexi, registrato insieme cantante Davorin Popovic. «Il titolo della canzone si potrebbe tradurre come “La via della resistenza””, spiega Nuhbegovic, un brano dedicato al luogo e alle vittime del primo massacro che è successo il 27 maggio del 1992 in Via Vase Miskin, nel quale 26 persone persero la vita dopo la caduta di una granata, mentre stavano in fila per comprare il pane: «Quello è stato il primo di tanti massacri che sono capitati ed era la prima volta che vedevamo le scene così orribili, con i corpi massacrati e la strada coperta di sangue. Nel video io ero una delle dieci bambine vestite come la bandiera della Bosnia ed Erzegovina. Mia mamma, che faceva anche la sarta, ci aveva cucito delle tuniche blu che sul petto avevano la spada e sei gigli, proprio come lo stemma della bandiera».

Il 24 febbraio, anche considerando la possibilità di un’influenza negativa del conflitto russo-ucraino nei Balcani, Eufor, la missione militare dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina, ha annunciato l’arrivo a Sarajevo di altre unità, per un totale di circa 500 uomini. Si tratta di contingenti della riserva stazionati fuori del territorio bosniaco. La Bosnia sembra diventato un caos calmo pronto a esplodere di nuovo, con una situazione politica che porta in sé gli echi di una secessione vicina, più chiara a chi è lontano da casa, come Nuhbegovic e i bosniaci nel mondo.

«La popolazione sembra che abbia perso le speranze, è una situazione che dura da tanto tempo. Spesso mi capita, quando vado da mia madre, accendo la tv e mi sembra di sentire sempre le stesse cose. Le persone in Bosnia sono abituate a certi discorsi, forse hanno paura o non pensano possano avverarsi. Sappiamo che la Bosnia non è la priorità a livello internazionale, ma siamo nel cuore dell’Europa, non siamo una mina antiuomo da lasciare sotterrata, prima o poi qualcuno ci mette il piede e salta in aria».

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