Bombe, meme e video su TikTok: quella di Israele è un'anteprima delle guerre del futuro | Rolling Stone Italia
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Bombe, meme e video su TikTok: quella di Israele è un’anteprima delle guerre del futuro

L'esercito israeliano comunica con i meme, i suoi soldati fanno video su TikTok in cui scherzano sull'uccidere i nemici, gli attivisti palestinesi vengono censurati dai social: le guerre del futuro si combattono così, oltre che sul campo di battaglia

Questa notte l’esercito israeliano ha attaccato violentemente la Striscia di Gaza, bombardandola con l’aviazione e le forze di terra e fermandosi appena prima di un’invasione in piena regola – annunciata e poi smentita. Mentre la violenza aumenta e si va verso la guerra aperta, si sta verificando un fenomeno in parte nuovo: il racconto (e il commento) del conflitto sui social, con la diffusione di propaganda, video di bombardamenti, meme e battaglie nei commenti.

Almeno in parte non è una novità ma una caratteristica distintiva della guerra moderna, che viaggia sui social. Il grande laboratorio da questo punto di vista è stato rappresentato dalle Primavere arabe, che per prime hanno portato i social sulla scena dei conflitti sociali, e dalla guerra civile siriana, che nell’ultimo decennio ha fatto nascere una nutrita comunità di appassionati riunita su Twitter e su Reddit e impegnata a raccogliere e archiviare video di combattimenti, disegnare mappe delle linee del fronte e produrre meme. Una comunità divisa dalle simpatie per le varie parti in gioco, dalle cui fila sono usciti anche personaggi oggi relativamente noti come l’attivista per i diritti umani olandese Thomas Van Linge, che ha iniziato disegnando mappe della guerra in Siria.

Questa spettacolarizzazione dei conflitti non è passata inosservata agli occhi delle parti che in essi sono coinvolte. Com’è noto la comunicazione dei gruppi armati, jihadisti inclusi, si è fatta sempre più raffianata – con il caso estremo dello Stato Islamico, che nel suo periodo di massima estensione territoriale in Iraq e in Siria controllava una vera e propria media company, tramite la quale produceva video di propaganda di altissima qualità e diverse riviste in varie lingue. Anche gli attori statali hanno virato su questo tipo di comunicazione: l’esercito di Israele è molto attivo su Twitter e non è nuovo a comunicare tramite meme.

Finora però, non essendoci una guerra, i meme dell’esercito israeliano sui social si limitavano alle occasionali cartoline per San Valentino con delle battute sul partito-milizia sciita libanese Hezbollah. E l’utilizzo spregiudicato dei social per raccontare le proprie imprese militari sembrava essere limitato a gruppi armati non statali, come i jihadisti. Il grande cambiamento in questo senso si è avuto lo scorso anno, con la guerra tra Armenia e Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh: come ha scritto il Washington Post, mentre i due Paesi si facevano la guerra al fronte, i loro cittadini erano impegnati in una guerra combattuta sui social, postando contenuti patriottici, video fake e litingando nei commenti.

Il recente successo di TikTok ha fatto sì che questo tipo di comunicazione militare arrivasse anche lì, portando a un’ulteriore passo avanti nel processo di disintermediazione: sono arrivati infatti i video fatti dagli stessi soldati impegnati nel conflitto. I primissimi esempi di questo tipo vengono dal Myanmar, dove nel febbraio 2021 su TikTok è diventato virale un trend in cui alcuni soldati minacciavano i manifestanti che protestano contro il colpo di stato militare che ha portato i militari al potere.

Come riporta Reuters, il trend era composto da centinaia di video tutti più o meno simili: uomini con la divisa dell’esercito del Myanmar e fucili in mano, che puntavano le armi verso la telecamera. Alcuni di questi video avevano decine di migliaia di visualizzazioni. Come aveva detto un portavoce di TikTok riguardo al fenomeno, “abbiamo linee guida molto chiare che affermano che non permettiamo la pubblicazione di contenuti che incitano alla violenza o diffondono disinformazione potenzialmente pericolosa. Per quanto riguarda il Myanmar, abbiamo rimosso e continuiamo a rimuovere rapidamente tutti i contenuti che incitano alla violenza o diffondono disinformazione”.

Nelle ultime ore, questo tipo di video è arrivato anche al conflitto israeliano: è diventato infatti virale un TikTok di una soldatessa che, in uniforme e imbracciando il fucile, faceva il lip-sync di un trend di TikTok basato su una frase del personaggio di Harley Quinn nel film Suicide Squad – che però in bocca a un militare e nel contesto del conflitto israelo-paestinese assume un significato molto più reale e molto più oscuro: “What was that? I should kill everyone and escape? Sorry. It’s the voices. I’m kidding, jeeze. That’s not what they really said”.

Sempre negli ultimi giorni è diventato virale un altro video girato da un militare israeliano – stavolta pubblicato nelle storie di Instagram. Girato all’interno di un edificio delle forze di sicurezza israeliane, mostra una serie di palestinesi seduti a terra, ammanettati e bendati, con sovraimpressione la scritta “in vendita” e la voce fuori campo che dice “2 per 100, 3 per 75”, facendo una battuta sulle offerte dei supermercati.

Se da una parte l’arrivo di questo tipo di video e di meme era inevitabile, dall’altra segnala come anche nella disintermediazione e nella spettacolarizzazione dei conflitti i rapporti di forza tra le parti non siano paritari. Le decisioni relative alla moderazione di questo tipo di contenuti sono lasciate alle singole piattaforme, che hanno policy diverse tra loro, si comportano diversamente nel modo in cui le fanno rispettare e non è detto che siano neutrali.

Nel caso del Myanmar, per esempio, l’importanza di TikTok è cresciuta tantissimo dopo che l’esercito ha messo al bando Facebook subito dopo aver preso il potere. La app è diventata quindi il rifugio di moltissimi attivisti contro il colpo di stato, e l’hashtag #SaveMyanmar ha superato il miliardo di visualizzazioni. Quando poi la giunta militare ha provato a costruirsi una presenza sulla piattaforma, TikTok gli l’ha impedito e ha provveduto a rimouvere tutti i TikTok dei soldati – schierandosi di fatto dalla parte del movimento pro-democrazia.

Lasciando da parte il giudizio morale, è chiaro che la politicizzazione delle piattaforme private è un tema delicato – perché non sempre si schierano dalla parte dei “buoni”. Durante la guerra in Nagorno-Karabakh, ad esempio, la propaganda dell’Azerbaijan è stata diffusa principalmente su Twitter, che è l’unico social non bloccato dal governo azero perché si piega alle richieste del governo in materia di privacy, rimozione di contenuti scomodi e possibilità di creare account finti per amplificare la propaganda governativa.

Un discorso simile si può fare per Israele: mentre l’esercito isralieano ha una presenza social molto marcata, le voci palestinesi vengono sistematicamente censurate sia da Instagram che da Twitter. Come ha dettoReuters l’organizzazione no-profit palestinese 7amleh, che si occupa di garantire la libertà di espressione e l’accesso a internet, all’inizio di questa settimana i casi di censura di attivisti palestinesi sui social erano già centiania – che Instagram e Twitter hanno imputato a errori dei loro algoritmi. Un caso simile ha interessato anche l’Italia: un post su Instagram dell’account dei Giovani Palestinesi d’Italia è stato rimosso da Instagram.

 

 
 
 
 
 
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L’uso dei social network a scopi militari – sia per documentari i conflitti, sia per commentarli, sia per estenderli a internet – sta cambiando i conflitti stessi. Come scrivono gli analisti P. W. Singer e Emerson T. Brooking nel loro LikeWar: The Weaponization of Social Media, uno studio sul tema del 2018, le guerre a colpi di commenti su Twitter producono vittime nel mondo reale, la disinformazione diffusa a colpi di video sui social altera il risultato delle battaglie, le infografiche degli attivisti su Instagram riescono ad attirare l’attenzione su conflitti che altrimenti interesserebbero pochi. I video dei soldati su TikTok che scherzano sull’uccidere i nemici sono solo l’ultimo tassello di questo trend – l’intersecarsi di guerra, tecnologia e politica che dà una nuova forma a tutte e tre le cose, e le trasforma in “contenuto” per la fruizione di utenti lontani dal campo di battaglia.