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Blackface, come non risolvere un problema sociale

Dopo i casi Gucci e Prada (e relative soluzioni) storia passata e recente di una questione che dal razzismo si sta trasformando perciolosamente in un fatto di "moda"

Un'immagine storica dell'attore Bert Williams, con la "blackface"

Un'immagine storica dell'attore Bert Williams, con la "blackface"

Il primo, si fa per dire, è stato Michael Ertel, governatore della Florida. Verso la fine di gennaio è comparsa online una sua foto del 2005 con la “blackface”, dove sembrava pure prendere in giro le vittime dell’uragano Katrina: le dimissioni non c’hanno messo neanche 24 ore ad arrivare. Circa una settimana più tardi, è stato il turno del Governatore del Virginia Ralph Northam, che anni prima si era dipinto la faccia di nero – oltre ad accompagnarsi da qualcuno vestito da KKK – per una festa in cui avrebbe dovuto impersonificare Michael Jackson. Il giorno dopo anche il Procuratore Generale del Virginia ha confessato di aver “indossato” la blackface quando era all’università, e per non farsi mancare nulla Baton Rouge, città della Louisiana, ha chiesto recentemente scusa ai suoi cittadini dopo che è emersa una foto di due suoi ufficiali di polizia con la blackface, mentre imitavano dei pusher. Tutto questo mentre in America si celebra, a febbraio, il Black History Month. Il fenomeno però, non è circoscritto alla classe politica statunitense, anzi: solo la scorsa estate Pusha T – nel corso del suo dissing con Drake – pubblicò una foto di Drake con la blackface come cover della sua dissing-track The Life of Adidon.

Ma cos’è la blackface? E perchè sembra essere così intrinsecamente radicata nella tradizione americana? Il fenomeno della blackface – che consiste nel tingersi la faccia di nero, per imitare gli afroamericani – nasce nella prima metà del 1800, come parte integrante degli spettacoli dei menestrelli. Nasce principalmente per deridere e umiliare gli atteggiamenti degli schiavi afroamericani, e non è un caso se l’immagine più ricorrente della blackface sia sorridente; l’idea che si voleva trasmettere era quella dello schiavo stupido, contento di essere al Sud nelle piantagioni di cotone. Lo stereotipo della blackface è stato velocemente replicato in tutti i comparti artistici americani, arrivando fino a Broadway (dove spesso era l’unico modo che avevano gli attori neri per lavorare) o alla radio, per non parlare del cinema. Si può considerare infatti, la blackface non solo come causa di Jim Crow, ma pure come l’antenata dei film blaxpoitation come Superfly o Foxy Brown. «La sua longevità è dovuta all’istituzionalizzazione che ha avuto in ogni aspetto della vita americana. Le persone hanno perpetrato la blackface perché non insegniamo la storia dei menestrelli», ha detto al New York Times il professor Rhae Lynn Barnes, autore del saggio Darkology: When the American Dream Wore Blackface.

La blackface esiste da sempre, non che questo sia un pretesto per continuare a perpetrare una tradizione comunque razzista e dal forte retaggio colonialista. Se però oggi se ne sente parlare sempre più è, ovviamente, a causa dei social media. Sono nate su Twitter infatti i due più clamorosi esempi di backlash derivanti da blackface, che hanno investito il mondo della moda. Prima i portachiavi di Prada, poi il maglione di Gucci: output estetici realizzati senza nessuna intenzione discriminatoria, che pure si ritrovano a essere prontamente ritirati dal mercato da aziende che non possono permettersi il minimo passo falso sui temi dell’inclusione, sociale e razziale. Marco Bizzarri e Alessandro Michele – CEO e direttore creativo di Gucci – non solo hanno ritirato il loro capo dal commercio, hanno rilasciato un comunicato e si sono scusati pubblicamente, ma si sono immediatamente rimessi in contatto con Dapper Dan, il celebre “sarto di Harlem”, recentemente riscoperto come icona afroamericana del brand, dopo che quest’ultimo aveva scritto sul suo Instagram che «nessuna scusa può cancellare questo tipo di insulto. Non può esserci inclusività senza responsabilità. Riterrò tutti responsabili».



Cosa può fare dunque la moda? La risposta scontata (oltreché giusta) sarebbe “prestare attenzione a non legittimare messaggi razzisti”, un’altra proposta è arrivata da Spike Lee – seguito a ruota dai rapper TI e Soulja Boy: boicottare Gucci e Prada finché gli stessi brand non mostreranno politiche attive di inclusione sociale, ad esempio annoverando tra le loro fila designer neri. Come fatto da Louis Vuitton con Virgil Abloh, sembrava voler suggerire il messaggio di Lee. Vuitton che con Abloh, oltre ad accaparrarsi uno dei designer più in hype del momento ha sicuramente fatto scuola, aprendosi a una cultura più smaccatamente street, giovane e diversa. All’interno di un lungo articolo di The Cut dello scorso agosto, la giovane designer Recho Omondi ha detto: «non si tratta di blackness, si tratta del contesto e dello storytelling, di capire chi siamo, da dove veniamo e quando ampia la diaspora è. Se non riesci a capire quel contesto allora stai già perdendo, non importa quanto inclusivo cerchi di essere».

L’inclusività invece – più che un tentativo diffuso di assimilazione – sembra essere l’unica risposta dei brand. Dopo il backlash subito sui social, Prada ha annunciato l’istituzione di un nuovo “Comitato Consultivo per l’Inclusività e la Diversità” con l’obiettivo di “supportare le iniziative di Prada per supportare le voci di colore all’interno della compagnia e nell’industria del fashion». A presiedere il comitato ci saranno Ava Duvernay – regista di Selma – e Theaster Gates – curatore della mostra Black Image Corporation, ovvero due figure di spicco del panorama culturale afroamericano. I brand insomma sembrano essere bloccati in quell’infinito loop dell’errore-seguito-da-scusa-pubblica che non serve a loro e rischia di banalizzare in un botta e risposta un argomento che meriterebbe una comprensione molto più approfondita e simbolica, una ricerca delle motivazioni che paiono spingere i designer – per lo più occidentali – a ricascare in errori magari inconsci che dovrebbero essere ormai superati.



La blackface ha conosciuto origine e proliferazione nell’arte e nell’intrattenimento, ed è pertanto giusto considerarli settori (moda inclusa) inclini alla sua diffusione, senza però permettere che l’indignazione digitale possa distrarre da caratterizzazioni razziste ben più pericolose. D’altronde, come scritto da Robin Givhan, Premio Pulitzer per la critica nel 2006, in un pezzo di pochi giorni fa sul Washington Post : «la blackface è solo un costume. Solo moda. Forse. Ma allora perché sceglierla? La gente lo fa per la stessa identica ragione per cui l’ha sempre fatto: li diverte. È un’opportunità di mettersi nei panni degli altri e poi tornare nei propri, tornare a essere bianchi, con tutti i benefici che ne conseguono».

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