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Bernie Sanders non sarà mai presidente, ma ha già cambiato il futuro del Partito Democratico


Il senatore del Vermont si è ritirato dalle primarie, ma il suo partito è già molto diverso da quello dell'era Obama. Ora dovrà accompagnare la generazione di Alexandria Ocasio-Cortez e convincere i suoi a votare Joe Biden

Foto: Matt Rourke/AP/Shutterstock

Una resa annunciata, quella di Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont ancora in corsa nelle primarie democratiche, confronto che l’ex vicepresidente Joe Biden già aveva ipotecato il giorno del Super Tuesday, il 3 marzo, quando la sua candidatura grazie a un’accorta manovra di partito aveva ripreso improvvisamente quota. Ma non c’è solo quello. Nonostante la breccia aperta nell’elettorato latino, la sua candidatura personale non aveva avuto lo slancio del 2016. Poco appeal nelle aree ex industriali e del Profondo Sud ex segregazionista, dove viceversa Joe Biden gode di un certo seguito (è andato a far campagna per altri candidati sia in Alabama nel 2017 che in Indiana nel 2018, due stati vinti da Trump a doppia cifra alle scorse presidenziali).

Con l’elettorato afroamericano, già freddo nel 2016, nemmeno stavolta è scattato quel feeling che ci si poteva aspettare. A poco è valsa il suo aggancio con le istanze con l’elettorato latinoamericano, di suo già estremamente ostile a un Donald Trump che ha cancellato il lavoro fatto da George W. Bush per conquistarne le fasce conservatrici. Ma soprattutto è sembrato che, al netto di alcune differenze, la sua candidatura rispetto a quattro anni fa sembrasse più estremista e divisiva. Totalmente assurde sono proposte come un sistema di controllo federale sugli affitti e la legalizzazione della marijuana, non tanto per le idee in sé ma per la loro scarsa fattibilità: anche qualora il presidente Sanders avesse trovato un sostegno sufficiente per approvarle al Congresso, difficile che queste leggi avrebbero retto a un ricorso nelle Corti federali che Donald Trump e il capogruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell hanno riempito di giudici conservatori. Infine, le critiche circostanziate da chi si candida a raccogliere la sua eredità, quella Alexandria Ocasio Cortez che sembrava una pericolosa estremista miracolata da un’elezione insperata e che invece potrebbe pian piano scalare i ranghi della leadership del partito alla Camera. Sui social il suo seguito è impressionante, potrebbe essere un buon punto di partenza.

Sanders infine ha suonato spesso il ritornello della sua ballata polemica con l’establishment del partito. Che lo ha sempre sostenuto ufficialmente sin dalla sua prima elezione al Senato nel 2006, nonostante gli elettori lo votassero come indipendente. Ma è difficile non notare la differenza con i primi anni di Obama. In quell’epoca l’Obamacare, la proposta di costituire un sistema sanitario basato sull’obbligo di assicurazione privata, sul modello di quello instaurato dal governatore repubblicano Mitt Romney in Massachusetts, a sua volta ispirato a uno studio del think tank conservatore Heritage Foundation, venne definito come troppo estremista anche da alcuni democratici. Adesso l’ex presidente sarebbe più a destra del suo ex vice Biden. E non avrebbe superato i contest dei primi mesi per la sua eccessiva moderazione politica. I temi di welfare classico, come la malattia pagata, le ferie e un sistema sanitario prevalentemente pubblico adesso sono mainstream. E alcune di queste proposte sono già state temporaneamente approvato nel maxi stimolo approvato dal Congresso in modo bipartisan anche grazie alla grande capacità negoziale della speaker Nancy Pelosi.

La vecchia affermazione del sociologo tedesco Werner Sombart sull’assenza del socialismo in America adesso ha ben poca aderenza con la realtà. E anche se questo socialismo in realtà è più un sistema di welfare meno escludente di quello attuale, si può dire che Bernie Sanders abbia avuto successo quantomeno nello spostare il partito democratico più a sinistra. Non è ancora il tempo però di un presidente che entra alla Casa Bianca sulle note dell’Internazionale, ma di sicuro adesso Bernie Sanders ha davanti a sé una missione davvero difficile. Convincere i suoi sostenitori duri a morire, i cosiddetti “Berniebro”, paragonabili a un Tea Party di estrema sinistra, a sostenere il suo vecchio collega in Senato Joe Biden. Perché anche quegli studenti di lettere che ora protestano e rivogliono indietro le loro donazioni alla campagna di Sanders comprendano che, a questo punto, un’astensione vuol dire regalare la Casa Bianca a Donald Trump per altri quattro anni. Con un nuovo record per lui: rieletto nel bel mezzo di una recessione globale. Impresa, fino a ieri, impossibile.

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