Tassisti arrabbiati vs Pos, una storia italiana | Rolling Stone Italia
Attualità

Tassisti arrabbiati vs Pos, una storia italiana

Autisti indignati contro pagamenti elettronici: è successo ancora. L'ennesimo, triste alterco ha avuto come protagonista Silvia Salis, vicepresidente del Coni. Ma la narrativa dedicati ai conducenti pos–fobici è ricca e stratificata: ripercorriamola assieme

Foto di FRANCESCO PISCHETOLA/AFP via Getty Images

Tutti parlano di pos: la sua diffusione, con il dominio delle carte Visa e MasterCard, è iniziata negli anni Ottanta, ma dopo più di quarant’anni – nel nostro Paese e non solo – il dibattito attorno alla possibilità di sdoganarli definitivamente e di prevedere sanzioni per chi rifiuta di accettare i pagamenti elettronici continua a tenere banco. Piccolo ripassino: in Italia, la norma che ha introdotto l’obbligo di mettere a disposizione il terminale risale addirittura al 2012, ai tempi della crisi dei debiti sovrani e del governo Monti, che la inserì nel Decreto Crescita 2.0 (cioè il DL 179/2012, art. 15, comma 4).

Dopo due anni, nel 2014, un decreto aveva fissato a 30 euro la soglia oltre la quale sarebbe stato obbligatorio accettare pagamenti elettronici – soglia abbassata prima a 5 euro e poi eliminata. A mancare, però, era sempre stata la sanzione da applicare agli esercenti che non avessero accettato pagamenti elettronici.

A giugno, il governo Draghi sembrava aver sbrogliato definitivamente la matassa, prendendo una posizione chiara e definitiva sulla delicata questione dei pos, rendendo effettivo l’obbligo per tutti i commercianti di accettare pagamenti con carta o bancomat e introducendo sanzioni per gli esercenti che ne fossero sprovvisti.

Poi, però, è arrivato luglio: la caduta dell’esecutivo dell’ex banchiere, la campagna elettorale lampo, le inedite elezioni autunnali e l’avvento di Giorgia Meloni alla presidenza del Consiglio hanno scompaginato il quadro politico. Così, in un’escalation costante, a partire dal 25 settembre in poi il pos è diventato – assieme all’ormai celebre decreto “anti–Rave” e alla riproposizione della lotta alle navi umanitarie – una delle grandi linee di fratture imposte dal nuovo governo, il terreno di scontro dialettico tra maggioranza e opposizione.

La scorsa settimana, una bozza della Legge di Bilancio ha fatto parecchio discutere a causa dell’inserimento di un articolo dedicato alle “misure in materia di mezzi di pagamento” che avrebbe consentito ai negozianti di negare ai propri clienti la possibilità di effettuare acquisti tramite carta di credito per importi inferiori ai 60 euro, senza incorrere in alcuna sanzione.

Ieri, però, è arrivato l’ennesimo colpo di scena: marcia indietro di Meloni, per i fanatici del pos è ancora lecito sperare in un futuro migliore e contactless. Il presidente del Consiglio ha fatto sapere che la soglia dei 60 euro è «indicativa» e che dal suo punto di vista «può essere anche più bassa», anche in funzione delle indicazioni che, nelle prossime settimane, arriveranno a livello europeo (secondo quanto trapelato nelle scorse ore, il limite della discordia potrebbe passare da 60 a 40 euro).

Nel frattempo, però, la dicotomia No Pos/Pro Pos ha finito per radicalizzarsi sempre di più, toccando i nervi scoperti di alcune categorie. Tra queste, ça va sans dire, spiccano ovviamente i tassisti. Nulla da cui stupirsi: l’eterna battaglia senza quartiere tra tassisti e pagamenti elettronici è, ormai, un classicone della cronaca nostrana. Per ogni tassista che si rispetti (il morbo non infetta tutta la categoria, ma è comune a molti), il pos rappresenta la nemesi definitiva: nella prospettiva di questi notoriamente concilianti e per nulla arrabbiati professionisti del trasporto pubblico, i pagamenti elettronici rappresentano una sorta di iattura (per intenderci, il rapporto che li lega è, più o meno, quello che intercorre tra Paperone e Rockerduck: non esattamente buon sangue, ecco).

Nelle ultime ore, a rinverdire l’antica disputa ci ha pensato la (incolpevole) Silvia Salis, vicepresidente del Coni, martellista e atleta titolare di un palmares di tutto rispetto – ha in bacheca dieci titoli italiani tra invernali (6) ed assoluti (4). Eppure, neppure una sportiva navigata come lei ha potuto resistere all’onda d’urto della rabbia No Pos del sottobosco tassinaro nostrano.

Con una serie di storie su Instagram, Salis ha raccontato l’aneddoto che l’ha vista contrapporsi a un tassista genovese: al momento di pagare la corsa, una volta giunta all’Aeroporto di Genova, l’atleta ha avuto la – pessima – idea di domandare al conducente se, tante delle volte, fosse possibile saldare i 32 euro dovuti con il bancomat. Apriti cielo: stando a quanto riportato da Salis, il tassista non si sarebbe limitato a opporre il proprio rifiuto, giungendo addirittura a ricordarle che «è finita la pacchia delle banche» (la citazione vi ricorda qualcuno?), che a lui «servono i contanti» e che «ora lui può fare come vuole» – riferendosi, evidentemente, alla soglia promessa dal governo Meloni.

Come accennavamo, quello di Salis non è un caso isolato: gli alterchi che hanno contrapposto tassisti anti–possisti e clienti bancomat–friendly rappresentano, ormai, un genere letterario prolifico. Prendiamo, per comodità d’analisi, due episodi estivi: ad agosto un conducente – parecchio – inviperito, dopo aver negato il pagamento con il pos a due turisti australiani, ha pensato bene di scaraventare al suolo i loro souvenir. Gli sventurati protagonisti di questa vicenda di ordinaria “pos–fobia” – padre e figlia di Melbourne, Phillip e Raymie, rispettivamente 43 e 12 anni – rientravano da Venezia con i loro acquisti fatti a Murano, pronti per ripartire il giorno dopo per un’altra località. Ma la corsa dalla stazione Centrale a via Tenca, dove avevano l’albergo, ha rovinato il loro soggiorno. E ha lasciato il segno: «Ancora oggi ripensiamo a quel che ci è successo a Milano, mia figlia ancora ne parla, è stato scioccante», ha scritto il buon Phillip da Melbourne, dove lavora come broker assicurativo. Ora può tirare un sospiro di sollievo: il comune di Milano, infatti, ha deciso la sanzione disciplinare da applicare all’autista – sanzione che, per motivi di privacy, non potrà rendere pubblica; in ogni caso: We feel you, Phillip.

L’altra vicenda ha interessato Selvaggia Lucarelli, una delle più agguerrite sostenitrici della causa del pos: ad agosto, la giornalista di Domani ha preso un taxi dal Duomo, a Milano, per tornare a casa. A fine corsa, ha sfoderato il bancomat della discordia per pagare: da quel momento in poi, ha avuto inizio il teatrino dell’assurdo più assurdo dell’estate: in un primo momento il tassista si è detto disponibile ad aspettare l’arrivo della polizia (per la sanzione), minacciando di non voler fermare il tassametro. A quel punto, la giornalista gli ha rinfrescato la memoria, ricordando allo stimato professionista che, ebbene sì, avere il pos in vettura è un obbligo. Così, dopo qualche secondo, l’uomo ha sfoderato il coup de théâtre definitivo: «Il pos è di mio fratello, che è anche il mio socio. Non c’è bisogno di far precipitare le cose in questo modo». Applausi, sipario.

L’antologia non finisce qui – consigliamo vivamente la lettura di questo gustosissimo pezzo di Guia Soncini – ma, in attesa del prossimo capitolo, possiamo dirlo con certezza: la lotta tra possisti e tassisti è, ormai, una storia italiana.