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Qualche consiglio per smontare le stronzate del governo Meloni sull’immigrazione

I fatti di Lampedusa, la spettacolarizzazione degli sbarchi e una nuova concezione di confine: abbiamo intervistato Gabriele Del Grande, autore del saggio 'Il secolo mobile'. Una risposta alla propaganda xenofoba sui fenomeni migratori

Foto di ALESSANDRO SERRANO/AFP via Getty Images

Il giornalista e scrittore Gabriele Del Grande con il suo ultimo libro Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa (Mondadori)si è posto un obiettivo ambizioso: storicizzare il processo di illegalizzazione dell’immigrazione nera, asiatica e musulmana e sdoganare il discorso sulla libera circolazione. Nel 2006 Del Grande ha creato il primo osservatorio sulle vittime della frontiera, Fortress Europe. Da allora ha condotto ricerche in una trentina di paesi tra le due sponde del Mediterraneo e il Sahel, realizzando numerosi reportage per la stampa italiana e internazionale.

Il secolo mobile è il risultato di un decennio di ricerca sul campo e tre anni di studio. Un impegno che non tutti hanno dimostrato di apprezzare. Come raccontato nei giorni scorsi dallo stesso Del Grande, i principali festival del giornalismo e della letteratura a cui ha proposto il suo libro – Internazionale a Ferrara, Mantova, Sarzana e Pordenone – l’hanno snobbato, definendolo un “mattone”. Un giudizio sprezzante che dice tanto di un certo mondo culturale che preferisce slogan rassicuranti ad approfondimenti scomodi, ma necessari per comprendere il presente. La risposta alla propaganda xenofoba sui fenomeni migratori – e anche a una certa retorica umanitarista, come la definisce Del Grande – non può che arrivare da un lungo lavoro di ricerca e dalla proposta di soluzioni radicali.

‘Il secolo mobile’, Gabriele Del Grande, Mondadori 2023

Ci puoi aiutare a capire sta accadendo in questi giorni a Lampedusa?
Sta accadendo quello che è accaduto negli ultimi 32 anni. Da quando esiste il muro invisibile dei visti, una parte dei viaggiatori che le nostre ambasciate respingono bussa alle porte del contrabbando – comprando la merce proibita, cioè il viaggio dei poveri al mercato nero delle traversate senza visto – e si imbarca per le coste dei Paesi dell’Europa del Sud: Grecia, Spagna e Italia. Cambiano i porti partenza (Libia, Turchia e Tunisia), ma la storia è sempre la stessa. In questo scenario generale si creano delle crisi più concentrate che sono di tipo operativo, non di sistema. A Lampedusa c’è una crisi operativa, nel senso che arrivano tante barche in pochi giorni. Non c’è un dispositivo di salvataggio che prende le persone e le trasferisce a terra in altri porti, quindi arrivano tutte lì e si crea un imbuto. Nei giorni, guarda caso, in cui la Tunisia vuole far pressione sull’Europa mentre a Bruxelles si discute del Memorandum UE – Tunisia per avere l’ok su quel fronte. La crisi è lì sul posto, le persone sbarcate a un certo punto diventano più degli abitanti e si crea una situazione non gestibile. Ma a livello di sistema Paese o di sistema Europa stiamo parlando di numeri irrisori. 125 mila sbarchi senza visto in un anno, che sono ai livelli del 2016, sono meno di un quarto dei lavoratori immigrati che il ministro Lollobrigida ha chiesto pochi mesi fa. Quindi non c’è un’emergenza per l’Italia. Per l’Europa tantomeno. Nel 2022 sono transitate da Spagna, Italia, Grecia e rotta balcanica trecentomila persone senza visto contro tre milioni di ingressi legali e un milione e mezzo di uscite. Perché si parla sempre di quelli che arrivano e mai di quelli che vanno via. In pratica per una persona che sbarca, dieci arrivano in aereo tra ricongiungimenti e visti turisti e cinque lasciano l’Europa per emigrare altrove o rientrare in patria. La crisi è gestionale, non sistemica.

Ritieni che l’approccio emergenziale adottato dalla politica quando si parla di questi temi sia una scelta deliberata?
Per me rimane un grande mistero. Nel 1991 Italia, Grecia e Spagna hanno adottato il regime dei visti franco-tedesco (Francia e Germania avevano cominciato negli anni ’80 a usarli come strumento anti-immigrazione), delegando alle ambasciate i divieti di viaggio dei poveri dai Paesi non bianchi. Sono passati 32 anni. Non si capisce come si può definire emergenza un qualcosa che ormai è sistemico da più di un quarto di secolo. Non si capisce se c’è la volontà di non affrontare il fenomeno o se manca proprio la capacità di analizzarlo. Io credo più alla seconda spiegazione. Penso che ci sia un approccio ideologico al fenomeno che è figlio a sua volta di un immaginario che vede ancora correre lungo quella frontiera lì non soltanto una linea di confine, ma anche una linea del colore, per usare il linguaggio degli anni della segregazione in America. Come se finita la segregazione razziale negli Stati Uniti, l’unica forma di segregazione legalizzata rimasta fosse quella del confine. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito, dopo la caduta del Muro e l’allargamento a Est dell’Unione, alla liberalizzazione della mobilità e dei visti con tutto l’Est Europa. Pensate banalmente all’Ucraina. Da quel Paese in guerra sono arrivati in treno col passaporto 4 milioni di rifugiati ucraini nell’Unione europea. E sono arrivati in treno col passaporto perché c’era un accordo di liberalizzazione dei visti con l’Ucraina dal 2017. Dalla Siria ne è arrivato un milione, rischiando la vita in mare. Migliaia sono morti perché l’Europa non ha concesso un solo visto umanitario. Perché si è deciso negli ultimi anni di aprire completamente a Est e di continuare a chiudere verso Sud. Oltretutto è una situazione che non fa comodo a nessuno, nemmeno ai sostenitori della linea dura. Perché poi c’è l’illegalizzazione delle migrazioni, la criminalizzazione del viaggio. Viene a crearsi sul territorio europeo una fabbrica della clandestinità. Chi entra senza visto e chiede asilo nel 70% dei casi riceve un diniego. La gente chiede asilo per mettersi in regola perché è entrata senza visto. I 3/4 dei casi non rientrano nelle categorie della Convenzione di Ginevra sui rifugiati perché non sono perseguitati, ma persone che viaggiano in cerca di lavoro. E quella è gente che viene abbandonata a se stessa senza documenti e quindi senza la possibilità di poter lavorare, affittare una casa e farsi raggiungere dalla famiglia. Alla fine ciò che resta è una fabbrica di miseria e disagio che alimenta insicurezza e paura. Il problema è che dall’altra parte non c’è una narrazione alternativa. Quello che provo a fare con il libro è proprio questo. Cerco di mostrare che quello che accade oggi in frontiera è frutto di un secolo di illegalizzazione delle migrazioni non bianche. E poi tento di inserire in quella narrazione alternativa una proposta di futuro completamente diversa che può sembrare una proposta shock. Mi riferisco all’idea di togliere tutte le limitazioni, perché forse è l’unica modalità per gestire al meglio la mobilità del futuro, cioè lasciare che siano le effettive opportunità per i singoli a decidere chi si sposta, chi rimane e chi riparte. Che poi è esattamente quello che succede oggi non soltanto a noi cittadini comunitari, ma anche a chi vive nell’Europa orientale, area in cui abbiamo tolto i visti da 15 anni.

I numeri la smentiscono, ma la retorica dell’invasione spadroneggia nei palinsesti televisivi e sulle pagine dei principali quotidiani. I fatti sono destinati a soccombere davanti alla propaganda?
Innanzitutto ritengo che ci sia una sovrapposizione di percezioni. I dati dicono chiaramente che gli ingressi senza visto in frontiera – via mare, terra o rotta balcanica – sono il 10% dei nuovi arrivi. Statisticamente questa cosa ci dice che se l’immigrazione illegale non ci fosse stata negli ultimi anni sarebbe cambiato poco. Ma questo è il problema, nel senso che la gente vede aumentare la presenza della popolazione non bianca nelle società europee e associa questa cosa agli sbarchi perché sono il fenomeno più spettacolarizzato e spettacolarizzabile. Il fatto che su ogni aereo che atterra da Dakar, Istanbul o Dacca ci siano 4, 5 persone che rimangono illegalmente in Europa non fa notizia. Infatti in un post di pochi giorni fa scrivevo che paradossalmente l’unica cosa su cui ha ragione la presidente del consiglio Giorgia Meloni è che arriveranno milioni di persone dall’Africa perché è un trend che non si può fermare. Non si può fermare per il semplice e banale motivo che il mondo di oggi è un mondo globale. Un mondo mobile dove soprattutto le giovani generazioni vivono la mobilità come un valore aggiunto. Noi siamo i primi a essere cresciuti così. Dalla generazione Erasmus in poi siamo stati spronati a imparare un’altra lingua, a viaggiare all’estero e a cercare un lavoro fuori per un periodo della vita. Viaggiare è bello finché a farlo siamo noi, quando lo fanno gli altri è un problema. Ma la realtà è quella. E un altro grande tema non più rimandabile è la necessità di uscire dal racconto “afropessimista” degli ultimi decenni. Il continente africano sta crescendo economicamente. E più l’Africa cresce, più famiglie ci sono a sud del Sahara con un capitale da investire sulla mobilità dei figli. Dopodiché l’Europa è una delle destinazioni. Noi siamo eurocentrici in tutto, anche nella sindrome dell’assedio. Di 30 milioni circa di africani emigrati all’estero, 20 milioni e passa l’hanno fatto all’interno dell’Unione africana. Quindi ci si sposta da un paese all’altro nei vari hub economici del sub Sahara e altri 4, 5 milioni sono nei Paesi arabi del Golfo, altra zona ricchissima e di fortissima immigrazione africana, araba e asiatica. Un’altra parte raggiunge i Paesi del Nord Africa, Nord America e poi c’è un pezzettino, 5 milioni circa, che sta qui in Europa. Nei prossimi decenni porteranno i figli, le mogli e i mariti. È una popolazione che andrà naturalmente aumentando. Questo è un dato di fatto. Chi rimpiange l’Europa bianca facesse i conti con la realtà. L’Europa è cambiata, ma non da adesso. Italia, Spagna e Grecia sono nazioni entrate relativamente tardi in queste dinamiche. Ma in Francia, nel Regno Unito e in Germania sono processi iniziati negli anni Cinquanta. «La Gran Bretagna non è più bianca», scriveva negli anni Settanta lo scrittore afroamericano James Baldwin. Lo stesso si può dire dell’Europa. E non credo che sia un problema. Forse lo è per quei politici che prendono i voti dell’elettorato più anziano e conservatore.

Ne Il secolo mobile affronti molti temi: dalla decolonizzazione ai movimenti islamisti, passando per la guerra fredda e i movimenti islamisti. Perché la scelta di realizzare un libro dal respiro così ampio?
Inizialmente doveva essere un agile pamphlet sulla libera circolazione da leggere in due ore. Però mentre lo scrivevo mi sono reso conto che quel discorso non si sarebbe capito senza avere le basi della storia che ci ha portato fin qua. Avevo dieci anni di ricerca dal 2006 al 2016. Ho viaggiato in lungo e in largo, indagando queste cose sul campo e ciò nonostante avevo io stesso dei buchi sulla storia della mobilità tra ex colonie ed Europa prima degli sbarchi. Sentivo il bisogno di recuperare uno sguardo storico, soprattutto perché veniamo da un decennio in cui questi temi sono stati ridotti a un derby “porti aperti vs. porti chiusi”, un dibattito ridotto veramente all’osso, quasi a sondaggio social. Mi pare che si sia insistito molto sull’aspetto umanitarista della questione, perdendo un po’ di vista la prospettiva più politica. Il vero tema è quello della libertà di movimento. Un obiettivo raggiungibile solo criticando il regime dei visti usati come sistemi anti-immigrazione. Le scelte che sono state prese su questi temi non sono sbucate fuori dal nulla. Era necessario parlare di Guerra fredda, decolonizzazione, segregazione e razzismo scientifico in Europa. Per fare un esempio le polemiche in Germania negli anni Venti per la Renania occupata dai soldati neri africani delle truppe francesi sono discorsi che in qualche modo fanno ancora parte dell’immaginario collettivo europeo. E per smontarli devi partire da lì, da lontano.

Mentre scrivevi Il secolo mobile avevi in mente una sorta di identikit di chi l’avrebbe poi letto? Ho l’impressione che la «modesta proposta per fermare gli sbarchi e azzerare l’immigrazione illegale» che conclude il tuo libro potrebbe mettere in una posizione scomoda anche molte persone di area cosiddetta progressista.
Mentre lo scrivevo mi sono reso conto che pensavo soprattutto ai giovani. Volevo un libro che rimanesse per le future generazioni, perché sono convinto che la generazione dei miei figli è quella che di qui a 30, 40 anni assisterà inevitabilmente al ritorno della libera circolazione globale. Si ritornerà a quello che era lo stato dei confini prima del 1914. E per questa generazione è importante che ci sia un libro che gli ricordi quello che è stato. Per quanto riguarda la scomodità… Sono abbastanza critico su questa narrazione umanitarista della frontiera. Penso che nel XXI secolo la mobilità internazionale non possa essere ridotta a uno stato d’eccezione dei disperati. Perché poi su quello ci troviamo tutti d’accordo: da Meloni alla presidente della Commissione europea von der Leyen, fino alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. Persino Meloni e von der Leyen dicono “riconosciamo i veri rifugiati di là dal mare e poi li facciamo arrivare con i corridoi umanitari”. E gli altri? Possibile che dall’Africa ci si possa spostare soltanto se perfetti rifugiati con il certificato medico che attesta e comprova le torture subite? E i giovani, gli studenti, i talenti, i familiari? Ma chiunque, anche chi insegue un sogno. Mi sento a disagio a spiegare a mia figlia che lei domani può andarsene a inseguire un amore o un progetto di vita in India o in Madagascar e non è vero il contrario per chi da là vuole venire in Italia, negli Stati Uniti o in Inghilterra. Una proposta così radicale scuote anche i più aperti e progressisti. Quando si parla di libera circolazione, storcono il naso in tanti. E lo fanno perché vivono ancora nel racconto afropessimista ed eurocentrico del mondo. Pensano che tutto giri intorno all’Europa e che fuori dai nostri confini ci siano soltanto miseria, fanatismo, irrazionalità, povertà e malattie.

17 anni fa creavi Fortress Europe, il primo osservatorio che si è occupato dei naufragi dei migranti senza visto annegati nel Mediterraneo. Il prossimo 3 ottobre sarà il decennale del naufragio di Lampedusa (368 morti). Gli anni passano, così come gli inviti a non dimenticare e i vari “mai più” di politici e società civile. Qual è il tuo bilancio personale di questi anni?
Nel 2006 ero l’unico a livello nazionale che faceva un conteggio delle vittime e realizzava bollettini mensili. Poi, però, a un certo punto ho staccato e se ritorno oggi è perché penso ci sia bisogno di recuperare uno sguardo storico, politico e concreto che non è quello dei proclami, dei “mai più”, dello “stare dalla parte giusta” o “con gli ultimi”. No, è proprio il linguaggio della proposta. Siamo arrivati fin qua per questi motivi, ma esiste un’alternativa ed è quella della libera circolazione. Esiste un’utopia. Negli ultimi anni il dibattito è andato scemando. Siamo ridotti a queste due opposte tifoserie. Nel libro le chiamo “gli ultrà del sovranismo e dei porti chiusi” e “gli ultrà del mondo civilista, umanitarista dell’asilo per tutti all’ora dell’aperitivo”. Entrambe le tifoserie vedono orde di disperati in fuga dall’Africa in fiamme, e non riescono a capire che c’è sotto una questione grossissima di accesso alla libertà di movimento. Non si può continuare a rinchiudere la gente perché ha un timbro scaduto per 18 mesi dentro un centro per rimpatri, separando le famiglie e tutto quello che ne consegue. Bisogna riconoscere a tutti la libertà di spostare il proprio corpo nel mondo.

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