Parole, scandali, opere, omissioni: che papa è stato Joseph Ratzinger | Rolling Stone Italia
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Parole, scandali, opere, omissioni: che papa è stato Joseph Ratzinger

Le riforme, gli anni di studio matto e disperato, le inchieste, i sospetti, le dimissioni e le teorie del complotto su Bergoglio, etichettato come 'antipapa'

Foto di VINCENZO PINTO/AFP via Getty Images

Prima che diventasse papa nel 2005, ero del tutto convinto che quel cardinale di cui parlavano male i giornali di sinistra si chiamasse Ratzìnger, con l’accento sulla i. Forse per l’assonanza con Mazinga, forse perché mi sembrava un nome adatto a un tedesco dalla faccia perfida e la fama di conservatore ai confini con l’oscurantismo. E in effetti gli otto anni che ha occupato la poltrona più importante di piazza San Pietro, Ratzinger – Benedetto XVI – di posizioni dure ne ha prese moltissime, anche se sempre stemperate da un modo di fare assai mite e dalla consapevolezza più o meno diffusa che, in ogni caso, a parlare era un eminente studioso, uno di quelli cioè che possono anche dire cose inaccettabile ma che lo fanno sempre dall’alto di una cultura e di un’erudizione indiscutibili. Del resto è quello che si è sempre detto di lui: «Un grande teologo».

E però come capo della chiesa, nel suo ruolo politico cioè, di problemini e problemoni non ce ne sono stati certo pochi. Le liti erano continue e ogni uscita pubblica del papa si portava dietro il suo strascico di polemiche.

Dalla lezione di Ratisbona in cui, tra una citazione e l’altra, parlando del concetto di guerra santa, Ratzinger disse che Maometto predicava con la spada e che era stato capace di fare solo «cose cattive e disumane». Il papa rimediò dicendosi dispiaciuto per il fraintendimento, poi i difensori spiegarono che si trattava dell’opinione di un imperatore bizantino del quattordicesimo secolo. Ma la frittata era fatta, anche perché eravamo nel 2006, la principale preoccupazione del mondo cosiddetto libero era il terrorismo islamico e le parole del pontefice tedesco avevano l’odore tipico della tanica di benzina lanciata nel bel mezzo di un incendio.

Era la fine del 2007 invece quando il rettore della Sapienza di Roma fece circolare la voce di voler invitare Ratzinger all’inaugurazione dell’anno accademico. Il fisico Marcello Cini per primo – poi si accodarono altre decine di docenti – protestò con una lettera inviata al manifesto, dicendo quanto fosse inopportuna la cosa, un po’ perché mischiare le faccende spirituali con quelle accademiche non è esattamente il meglio che si possa chiedere a un paese laico e non confessionale, e un po’ per la sottopolemica relativa alle posizioni di Ratzinger sul processo a Galileo Galilei, con il pontefice a difendere le ragioni di Bonifacio VIII e a sostenere che gli scienziati non sono i custodi ultimi del sapere scientifico. Dibattito senza dubbio interessante e non privo di un suo fascino, ma per il clima che si era venuto a creare, anche la classica goccia che fa traboccare il vaso. Benedetto XVI, alla fine della fiera, rinunciò ad ogni pretesa di partecipare alla cerimonia, ma il Senato, con un colpo di mano della destra, riuscì per un periodo a bloccare la nomina al Cnr di Luciano Maiani, «colpevole» di aver sottoscritto la lettera di Cini.

Nel 2009, alla vigilia di un suo viaggio in Africa, rispondendo a una domanda sulla lotta all’Aids, Ratzinger dichiarò che l’uso del preservativo non rappresenta una soluzione ma, anzi, un aggravio del problema. La polemica in questo caso fu europea, con molti paesi che protestarono formalmente presso la Santa Sede e la rivista Lancet che accusò il papa di aver «distorto la verità scientifica con affermazioni oltraggiose ed estremamente inaccurate».

Di minor valore le polemiche sull’arruolamento del giovane Ratzinger nella Gioventù Hitleriana: gli storici hanno ricostruito che questo passaggio in effetti avvenne, ma il futuro papa venne obbligato a farlo e diverse testimonianze affermano che, in ogni caso, provenisse da una famiglia di provata fede antinazista. Il soggetto, comunque, restò buono per una lunga serie di (divertenti) barzellette condite dai soliti, triti e ritriti, luoghi comuni sui tedeschi. Il caso di cronaca in qualche modo attinente è del 2009, quando Ratzinger revocò la scomunica a quattro vescovi lefebvriani che in molteplici occasioni pubbliche avevano negato la Shoah. Il Gran Rabbinato d’Israele protestò e arrivò a far saltare alcuni incontri con il Vaticano, fino a che Ratzinger – sollecitato da più parti – chiese e ottenne che i quattro prendessero le distanze da ogni tipo di negazionismo.

La storia più oscura e in qualche modo mai arrivata a una sua conclusione, però, riguarda la gestione che Ratzinger fece degli scandali dei preti pedofili, in una serie di vicende che riguardano soprattutto le diocesi tedesche e che, almeno in un paio di occasioni, lo hanno sfiorato.

Nel 2010 il vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Muller istituì una commissione per indagare sui molti casi segnalati nel famoso collegio della città bavarese. Le conclusioni a cui giunse l’inchiesta, però, furono definite talmente blande e omertose che le vittime (per lo più appartenenti al Coro delle voci bianche della diocesi) arrivarono a chiedere e ottenere una nuova commissione, che portò alla luce molti degli orrori effettivamente avvenuti nel corso dei decenni: 547 abusi accertati tra il 1945 e il 2015. Il rapporto uscì nel 2016, quando Benedetto XVI non era più papa da tre anni, ma era impossibile non far notare che, per un trentennio, il collegio di Ratisbona era stato diretto dal fratello di Joseph, Georg Ratzinger, che commentò il tutto dicendo di aver saputo dei maltrattamenti ma di non aver mai sentito parlare di abusi sessuali.

Pochi mesi fa, infine, la stampa tedesca ha portato alla luce una serie di documenti che rivelavano come Joseph Ratzinger (allora arcivescovo di Monaco di Baviera) fosse stato accusato dalla sua diocesi di aver trattato con eccessiva leggerezza il caso di un prete pedofilo. Per un certo periodo ci fu anche l’ipotesi che il papa emerito (che si scusò formalmente) dovesse andare a testimoniare in un processo, ma alla fine non se n’è mai fatto nulla.

L’anno prima delle sue clamorose dimissioni – evento avvenuto solo otto volte nella storia della chiesa e prima di lui, l’ultimo a fare un passo del genere fu Gregorio XII nel 1415 – la Santa Sede venne scossa da una serie di scandali e rivelazioni. Era il famoso caso Vatileaks, con Paolo Gabriele, maggiordomo del pontefice, che fu arrestato per aver passato di nascosto dei documenti al giornalista Gianluigi Nuzzi. A leggere le cronache dell’epoca, il clima dalle parti di Piazza San Pietro era pesantissimo e quando nel febbraio del 2013 Ratzinger annunciò (in latino) che si sarebbe fatto da parte lo stupore fu grande, ma in effetti era una voce (clamorosa, certo) che già girava in diversi retroscena. Da allora il ritiro in un convento all’interno del Vaticano e tante teorie complottiste sui due papi, le due chiese, lo scontro in seno al potere spirituale, l’apocalisse imminente.

Suo malgrado, le frange più reazionarie della chiesa hanno sempre lasciato intendere di considerare Ratzinger l’unico vero pontefice, in opposizione al suo successore Jorge Bergoglio. I due, per la verità, si sono fatti vedere insieme più volte e hanno anche scritto a quattro mani diversi testi, ma là dove da due millenni si vive di mistero, non si può certo pretendere che la verità venga rivelata.