Panico e medicine introvabili: la fine della strategia zero–Covid in Cina è stata un fallimento? | Rolling Stone Italia
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Panico e medicine introvabili: la fine della strategia zero–Covid in Cina è stata un fallimento?

Nelle ultime settimane da molte città cinesi sono arrivate foto di scaffali vuoti nelle farmacie, dove i clienti hanno fatto incetta di farmaci per proteggersi da un virus che fino a pochi mesi fa i media cinesi continuavano a descrivere come molto aggressivo

Foto di Stringer/Getty Images

Alla fine, anche la Cina ha iniziato a convivere col Covid. E a guardare l’andamento dei contagi, sembra proprio che “convivere” vada interpretato come un eufemismo. Secondo alcune stime proposte da ricercatori della Peking University ad oggi circa 900 milioni di cinesi (il 64% dell’intera popolazione) sono risultati positivi al Covid, mentre la Commissione sanitaria nazionale ha riportato che da inizio dicembre negli ospedali si sono contati poco meno di 60mila decessi.

Per molti cinesi, si tratta del primo contatto col virus vero e proprio che fino al mese scorso in Cina aveva avuto una circolazione estremamente limitata rispetto alla popolazione. Ed ecco che quindi puntualmente come già successo in altri paesi, tra la popolazione si è diffusa un certo panico ed è cominciata la corsa all’accaparramento. Strumentazioni mediche e medicinali sono andati a ruba su internet. Nelle ultime settimane da molte città cinesi sono arrivate foto di scaffali vuoti nelle farmacie, dove i clienti hanno fatto incetta di farmaci per proteggersi da un virus che fino a pochi mesi fa i media cinesi continuavano a descrivere come molto aggressivo.

Mentre ibuprofene, paracetamolo e gli altri analgesici e antipiretici sono diventati più difficili da reperire, un aiuto è arrivato da oltre confine. Non solo per i medicinali ma anche (e soprattutto) per i vaccini.

La riapertura della Cina e la fine della strategia zero-Covid

Da inizio dicembre le autorità del paese hanno cominciato ad allentare le restrizioni ferree che la Cina aveva applicato in ottemperanza alla strategia zero-Covid. Per quasi tre anni, gran parte della popolazione della Repubblica Popolare aveva potuto continuare le proprie vite indisturbata dal virus. I controlli sugli spostamenti delle persone, il tracciamento digitale e i tamponi di massa avevano permesso di riprendere una sembianza di vita normale anche mentre in Europa i lockdown si diffondevano. Ma dall’anno scorso, i ruoli avevano cominciato a invertirsi.

Mentre l’Europa ricominciava a riaprire, Shanghai piombava in un durissimo lockdown protrattosi per circa due mesi. Per tutto questo tempo l’obiettivo dichiarato della strategia zero-Covid è stato l’eradicazione del virus, costringendo di volta in volta alcune porzioni della popolazione a subire misure draconiane per il contenimento dei focolai locali. Ma l’arrivo della ben più contagiosa variante omicron ha mandato in tilt il sistema di controllo del virus elaborato da Pechino.

Non è che la Cina non avesse condotto una propria campagna vaccinale. I vaccini cinesi però differiscono da quelli a tecnologia mRNA, che in Europa e Stati Uniti hanno avuto ampia distribuzione ma che in Cina non sono mai stati approvati, e la protezione che offrono contro il virus è considerata generalmente meno efficace nel lungo periodo. Oltretutto, mentre in Cina vigeva ancora la strategia zero-Covid, in molti non vedevano quale fosse l’urgenza di vaccinarsi. Perciò, quando le restrizioni sono state allentate, la rapida diffusione del virus non è stata una sorpresa.

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La corsa alle farmacie ha lasciato molti cinesi senza possibilità di fronteggiare il contagio con gli strumenti adeguati, in particolare i positivi che hanno trascorso la propria quarantena rinchiusi in casa o quelle persone particolarmente vulnerabili al virus. Preoccupati per la salute dei propri familiari, questa situazione ha spinto moltissimi cinesi a mobilitarsi per sopperire a questa mancanza: se in Cina non si potevano trovare medicinali e tamponi, allora li sarebbero andati a cercare nei paesi limitrofi. Fin da dicembre, infatti, in Giappone e Corea del Sud si è registrata una vistosa impennata nelle vendite di medicinali contro la tosse e il raffreddore. Numerosi cittadini cinesi, residenti in loco o venuti di proposito, hanno fatto scorta di tutti quei farmaci che in patria non sono più disponibili nella farmacia vicino a casa.

A Hanam, una città poco fuori Seul, un cliente cinese ha comprato medicinali per un valore di circa 4700 dollari e pochi giorni dopo, sempre vicino a Seul, un altro cliente cinese ha fatto lo stesso in un altro negozio. A Tokyo alcune farmacie hanno quasi esaurito le scorte mentre altre hanno imposto limitazioni sulla frequenza degli acquisti e sulle quantità acquistabili: a fine dicembre una circolare del ministero della salute indirizzata alle farmacie e ai venditori al dettaglio invitava a garantire una “fornitura stabile di analgesici e antipiretici per assicurarsi che siano disponibili per chiunque intenda comprarli”. In Corea invece per ora non si prevede alcuna restrizione, nonostante anche le autorità di Seul abbiano ricordato ai farmacisti che vendere grandi quantità di un farmaco potrebbe essere contrario alla legge.

Nonostante i media locali ultimamente abbiano riportato diversi casi, non sembra affatto che in Giappone e Corea gli acquisti in massa da parte di cittadini cinesi abbia prodotto una carenza di medicinali. Un fenomeno simile, oltre ai due paesi già menzionati, si è verificato anche a Singapore e Taiwan.

La porta vaccinale di Macao e Hong Kong

Comprensibilmente però i cittadini cinesi preferirebbero non ammalarsi. E infatti da dicembre le due amministrazioni speciali di Macao e Hong Kong, le uniche in tutta la Cina in cui i vaccini mRNA sono disponibili alla popolazione locale, sono state meta di pellegrinaggio vaccinale per moltissimi cinesi.

Macao tra le due è stata la prima a permettere la vaccinazione col vaccino di BioNTech anche ai cittadini cinesi. Da novembre i residenti della Repubblica Popolare possono arrivare nella città e, pagando un contributo di 170-210 dollari, possono ricevere una dose. Per il momento le autorità sanitarie di Macao hanno reso disponibile solo la versione originaria del vaccino, non quella bivalente che è stata commercializzata in seguito contro la variante omicron. A giudicare dalla risposta dei cinesi sembra che questo non sia un problema, soprattutto da quando a fine dicembre Macao ha anche rimosso l’obbligo di quarantena per chi arrivasse da fuori. Inizialmente il solo l’ospedale della Macao University of Science and Technology era stato preposto per la vaccinazione dei turisti, ma da qualche settimana è stata aperto un secondo centro vaccinale al Kiang Wu Hospital per far fronte alla domanda cinese.

Da fine dicembre, anche Hong Kong ha reso disponibile il vaccino sviluppato da BioNTech ai cittadini cinesi arrivati in città. Ricategorizzando il vaccino come un prodotto farmaceutico e non più come un trattamento per uso emergenziale, le autorità dell’ex colonia britannica l’hanno reso accessibile in tutta la città anche a chi non ne è residente. Qualche giorno fa, il South China Morning Post riportava che più di dieci cliniche e ospedali privati di Hong Kong hanno approcciato il distributore del vaccino per organizzare la somministrazione a chi arriva in città. Per un prezzo leggermente superiore rispetto a Macao, i cittadini cinesi potranno ricevere il vaccino bivalente contro le varianti BA.4 and BA.5.

Stando a quanto dichiarato dal Shanghai Fosun Pharmaceutical Group, l’unico distributore autorizzato a vendere il vaccino brevettato da BioNTech nella cosiddetta “Greater China”, la società ha ricevuto oltre 10.000 prenotazioni sul portale online ma il numero di persone che intendono recarsi a Hong Kong per ricevere una dose è sicuramente molto più alto. Dall’8 gennaio per i cittadini cinesi sono cadute le restrizioni che limitavano l’uscita dal paese e in pochi giorni centinaia di migliaia di persone hanno presentato domanda per potersi recare a Macao e Hong Kong.