Rolling Stone Italia

Ma quindi, umiliare aiuta davvero a crescere?

Questa la tesi del ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, secondo cui l'umiliazione pubblica sarebbe una manna contro il bullismo. Ecco la scuola del governo Meloni: tra il megadirettore galattico di Fantozzi, il sergente maggiore Hartman di Kubrick e il gangsta rap degli anni '80

Foto di ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images

In Halloween – The beginning Rob Zombie prova a spiegare ciò che mai è stato spiegato in tutta la saga di Michael Myers: le sue origini. La prima parte del film, dunque, mostra un bambino biondo e paffutello costretto a subire una lunga serie di umiliazioni sia dentro casa sia a scuola, fino al giorno in cui prende un bastone, massacra il bullo che aveva offeso sua madre, poi torna a casa e uccide il patrigno.

Rinchiuso in un manicomio, lo ritroviamo qualche tempo dopo grande, grosso e dotato di forza sovrumana, pronto a diventare uno dei serial killer più brutali della storia del cinema. Il film, ad ogni modo, venne stroncato in maniera piuttosto netta sia dalla critica sia dal pubblico: la storia del mostro che diviene tale perché è stato eccessivamente mortificato da piccolo è talmente banale da essere un luogo comune, un qualcosa di talmente tanto trito e ritrito che manco varrebbe la pena raccontarlo. Ecco, con ogni probabilità, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara il film non l’ha visto. E, se l’ha visto, non l’ha capito.

Ospite dell’evento Italia, direzione nord organizzato a Milano dall’associazione Amici delle Stelline (sic), Valditara parlando di bullismo ha citato un episodio qualunque avvenuto in una scuola italiana – vero o falso poco importa – e, riferendosi alla punizione del reprobo responsabile di chissà quale atto orrendo, ha detto testualmente: «Quel ragazzo deve fare i lavori socialmente utili, perché soltanto lavorando per la collettività, per la comunità scolastica, umiliandosi anche. Evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità. Di fronte ai suoi compagni è lui, lì, che si prende la responsabilità dei propri atti e fa lavori per la collettività. Da lì nasce il riscatto. Da lì nasce la maturazione. Da lì nasce la responsabilizzazione».

Adesso, senza insistere troppo sul teorico, su quello che diceva John Watson e quello che sosteneva Erich Fromm – ma pure lasciando perdere le sorelle Agazzi e l’era dell’attivismo pedagogico italiano –, come e perché umiliare un ragazzino potrebbe risultare utile alla sua educazione non è chiaro.

L’unico riferimento culturale possibile sembrerebbe essere la figura del megadirettore galattico di Fantozzi – «Cari inferiori…» –, personaggio che tuttavia Paolo Villaggio aveva caratterizzato come «medio progressista» e non come uomo nettamente di destra come Valditara: ex Alleanza Nazionale, ex Popolo della Libertà, ex Futuro e Libertà (è uno dei pochi che credette a Fini ai tempi della famosa scissione), poi consigliere politico di Matteo Salvini e candidato a Milano alle politiche dello scorso settembre. Non eletto, a lui è stato comunque dato il ministero dell’Istruzione. E «del Merito», fissa di vecchia data della destra italiana, capace di andare a ripescare un vecchio termine inizialmente coniato con un’accezione negativa («meritocrazia» è un concetto inventato dal sociologo Michael Young, che in un romanzo intitolato proprio «The rise of meritocracy» raccontava l’orrore di una società futura in cui qualsivoglia ipotesi di uguaglianza non trova cittadinanza) e farne una bandiera identitaria: la società del merito, là dove i migliori vanno avanti, alla faccia dei fannulloni e dei raccomandati.

Forse però il vero riferimento pedagogico di Valditara è un vecchio disco dei N.W.A., Straight Outta Compton, pietra miliare del gangsta rap, con testi in cui la lotta sociale, l’odio verso le istituzioni, la retorica di strada e l’esaltazione del crimine si accompagnano alla strana velleità di cercare di spiegare ai giovani del ghetto che cadere nella droga è sbagliato e che gli spacciatori sono gran brutte persone. Ecco, in quel contesto l’unica cura al bullismo in effetti pare essere la scarica di mazzate in mezza alla strada: vendetta più umiliazione.

Il problema di questo modello, va da sé, è che si rischia sempre che poi arrivi qualcuno di più grande e più cattivo a vendicare la precedente vendetta, in una spirale che può senza dubbio avere ottimi risvolti narrativi ma che non dovrebbe far parte delle idee del ministro dell’Istruzione di una democrazia occidentale.

La verità, più semplicemente, è che l’idea del mondo di Valditara è la stessa identica del sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket: l’ordine e la disciplina da ottenere attraverso il sistematico ricorso all’insulto, alla vessazione e all’umiliazione. Per Kubrick quello era un personaggio tragicomico – infatti a un certo punto muore sparato dall’insultatissimo soldato Palla di Lardo –, mentre per il nostro ministro si tratta di un modello serissimo e funzionante. La scuola di Valditara deve essere una sorta di campo di addestramento con torrette guardate a vista da reclute armate e un generale che passa le sue giornate a urlare ordine ai coscritti, i quali devono tacere e obbedire nella speranza che prima o poi diventeranno loro quelli che urlano gli ordini.

Insomma, già è tanto che Valditara non abbia chiesto il ritorno del servizio militare, limitandosi a dire che bisognerebbe togliere il reddito di cittadinanza a chi non completa la scuola dell’obbligo (ai minorenni?) e che i cattivi soggetti vanno umiliati perché questo li fa maturare e li responsabilizza. Il prossimo passo sarà sostenere che due schiaffi non hanno mai fatto male a nessuno e che le bacchettate sulle dita aiutano a imparare le tabelline. È il merito: umiliare e punire.

Iscriviti