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Ma davvero Elly Schlein è quello che serve al PD?

Tutti la cercano, tutti la aspettano. E lei si fa aspettare, giustamente. Ancora non è chiaro se concorrerà alla segreteria del partito: la sua diretta su Instagram ha fatto molto parlare, segno che i democrat cercano «qualcosa» (anche se non sanno bene cosa)

Foto di Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images

La qualità che nessuno, neanche i suoi più perfidi detrattori, le nega è quella di essere abile. E in effetti si tratta di un qualcosa che di solito si apprezza, là dove il cinismo conta molto più degli ideali e le discussioni politiche vertono tutte sul tema «chi ha fregato chi» e poi, eventualmente, «chi fregherà chi».

Elena Ethel Schlein, detta Elly, 37 anni, tre passaporti e un curriculum di tutto rispetto è la (pardon) next big thing del PD. Lo è da quasi dieci anni, per la verità, ma adesso tutti la cercano e tutti la aspettano. E lei, giustamente, si fa aspettare. Quando qualche giorno fa ha fatto sapere che avrebbe parlato – in diretta Instagram – tutti hanno pensato che fosse arrivato il momento della sua discesa in campo, cioè dell’annuncio della sua candidatura alla segreteria del partito.

Ovviamente le cose erano più complicate, come si addice a una che comunque la politica la capisce e la capisce bene. Elena Ethel, infatti, non si è candidata. Non ancora, almeno. Ha fatto sapere però che aderirà al tortuoso percorso congressuale varato da Enrico Letta, con l’obiettivo di riempirlo con quei contenuti che forse in effetti mancano e che in ogni caso molti reclamano tra i democrat. Piccolo particolare a far capire dove siamo: al momento Schlein non è nemmeno munita di tessera del PD, da cui è uscita sbattendo rumorosamente la porta nel 2015, un anno dopo essere stata eletta in Europa (anche) grazie al famoso 40% preso da Matteo Renzi.

E allora, in cosa consiste il piano Elly? Questo è tutto da capire, perché vanno bene «i temi» e «le idee» ma i congressi restano un affare complicato e si vincono – o si perdono – sulla base dei rapporti che si stabiliscono – o non si stabiliscono – tra le varie anime del partito. Schlein, va da sé, è a disposizione, qualora qualcuno degli alti papaveri decidesse di chiederglielo (è scontato, anche se quando il partito era il Partito di chi si candidava «perché me lo chiedono» veniva irrimediabilmente bollato come un confuso demagogo), ma è a disposizione anche per riempire di contenuti qualsiasi piattaforma politica: «Sarò impresa collettiva» è il messaggio sotteso alla sua mezz’ora di comizio su Instagram.

Potrà funzionare? Vicino a lei – ma non troppo – lo stesso spazio vorrebbe occuparlo un europarlamentare che si chiama Brando Benifei e che, non troppe settimane fa, ha convocato a Roma qualche centinaio di persone per un’iniziativa intitolata «Corraggio PD». Molti giovani, molte promesse, solita tirata sui temi, le idee e i contenuti che servirebbero ma che non ci sono. Elly li ha accarezzati nel suo discorso, ha detto di aver apprezzato la faccenda, «pur non conoscendo la storia politica di ha partecipato». E questo è vero solo in parte, perché le uniche cose che nel PD sanno tutti sono le storie politiche altrui. Magari non sanno nient’altro, ma di sicuro quando qualcuno si muove gli altri sanno perfettamente il come, il perché e il chi c’è dietro. Nel caso di Benifei i soliti rumors parlano di interlocuzioni possibili con l’eventuale candidato Stefano Bonaccini (che non ha ancora annunciato nulla ma che già parla da segretario).

E la sinistra? Cioè, quella cosa che sui giornali viene chiamata «sinistra del PD» (o «socialdemocratici» o, in sporadiche botte di ottimismo non sarcastico, «gli ultimi eredi di Togliatti») e che farebbe capo ad Andrea Orlando? Ecco, i rapporti di questa parte con Schlein non sono buoni. Per nulla, il ticket pure vagheggiato con lei è un percorso a ostacoli e, anche qualora si dovesse raggiungere un accordo, nessuno sano di mente scommetterebbe sulla sua tenuta.

Ma questi sono tatticismi congressuali, voci e spifferi che già circolano abbondantemente e che non smetteranno di farlo fino a che non si faranno le famose primarie (a febbraio o al massimo a marzo).

Il punto è che Elly Schlein nel PD rappresenta indubbiamente qualcosa. Forse «solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita». Perché nel PD si campa di pensieri del genere: la grande prospettiva, la luce oltre la siepe, il futuro che ci appartiene, eccetera eccetera. E perché per essere più di uno slancio servono le truppe. Schlein al momento è un generale senza esercito. Con l’ottima qualità di saper far parlare di sé (la differenza con Benifei è tutta qui: lui convoca una piccola folla a Roma e ottiene 20 righe sui giornali, lei fa una diretta da sola su Instagram e per giorni le si dedicano aperture), ma tutto sommato priva di sostenitori reali (e leali) che sappiano come si gioca al congresso (no, le folle plaudenti sui social non bastano né basteranno mai).

Non è un problema da poco, ma non è detto che non si possa risolvere con qualche accordo. Schlein anche in questo è maestra: nelle sue trattative il punto di caduta è sempre stato a lei favorevolissimo. Dopo i giorni di Occupy Pd nel 2013 (la simbolica occupazione di alcune sedi in polemica per il macello che il partito stava facendo a Roma, prendendo schiaffi dal M5s e, soprattutto, non riuscendo a eleggere Prodi alla presidenza della Repubblica), Elly si è presa un posto all’europarlamento a suon di preferenze (53mila) in più o meno conclamata ostilità verso il segretario Renzi. Poi ha mollato il partito per seguire Civati. Poi ha mollato Civati ed è scomparsa dai radar per un periodo ragionevole di tempo. Poi è tornata prendendo la solita vagonata di preferenze alle regionali emiliane del 2020. Poi è diventata vicepresidente di Bonaccini. Poi si è candidata alle politiche ed è entrata. Adesso tutti sono sicuri che stia arrivano il suo urgano. Chissà se ce la farà.

Intanto al congresso lei ci sarà, e questa è già una notizia: il PD potrà rifondarsi tutte le volte che vuole, ma non potrà mai smettere di essere il PD. Ovvero un partito liquido, post-ideologico, post-politico, post-tutto, in cui si straparla di temi e di prospettive senza mai affrontare davvero il punto di quello che si è e quello che si vuole essere. Insomma, chi si è mai iscritto a un partito per il suo programma e per i suoi temi? Di solito lo si fa perché ci si vede qualcosa anche se non si sa bene cosa, in cui ci si sente parte di un tutto perché tutto va dalla stessa parte. Questo il PD non lo è mai stato e ha scelto di non esserlo mai. Ed è proprio nelle pieghe del «mai» che si capirà se nasce o se muore una leader chiamata Elena Ethel.

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