Le primarie del PD non interessano a nessuno (ma il PD non lo sa) | Rolling Stone Italia
Qualcosa di sinistra? Magari

Le primarie del PD non interessano a nessuno (ma il PD non lo sa)

L'interesse sul nuovo corso interno ai Dem è ai minimi storici. Radiografia (l'ennesima) di un partito capace di parlare unicamente a sé stesso.

Elly Schlein

Foto di Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images

E insomma, le primarie del Partito Democratico si stanno avvicinando: la partita che deciderà la persona incaricata di guidare il nuovo corso (l’ennesimo) all’interno del Nazareno sta per entrare nel vivo.

Chi sarà il nuovo segretario? Vincerà la linea inclusiva e ambientalista di Elly Schlein? Quella più pragmatica e improntata al “fare” di renziana memoria, portata avanti da Stefano Bonaccini? Il dogmatismo e il richiamo agli antichi valori di Cuperlo? L’esperienza consolidata dell’ex ministra e attuale parlamentare Paola De Micheli (c’è anche lei, giuro)? Non lo sappiamo, così come non sappiamo quando si potrà votare: in teoria manca poco più di un mese, in pratica non è stata ancora fissata una data ufficiale. Letta dice il 19 febbraio, secondo altri si potrebbe slittare di una settimana e procrastinare fino al 26.

Il primo voto, quello dove saranno scelti i due sfidanti per la segreteria, sarà riservato ai soli iscritti, mentre il 19 febbraio si terranno le primarie aperte a tutti dove dovrebbero poter votare anche i sedicenni. Ovviamente – da qui non si scappa – ci sarà il solito adempimento burocratico – magari agile, per carità, ma comunque fastidiosissimo in un periodo in cui ognuno di noi si è trasformato in un funzionario part time – da soddisfare. Letta, infatti, ha specificato che «I cittadini che affermano la volontà di partecipare al processo costituente, sottoscrivendo l’appello alla partecipazione con una adesione certificata, anche nella modalità on-line, che può prevedere la raccolta di un contributo volontario a partire dall’importo di un euro».

In ogni caso i dem, come sempre, sono in fibrillazione: vivono queste giornate con un entusiasmo genuino, quasi fanciullesco, non vedono l’ora di rintanarsi all’interno degli iconici gazebo che fanno tanto prima repubblica e poi hanno quel retrogusto un po’ antico di partecipazione che, vuoi mettere, conserva sempre un fascino particolare. I quotidiani italiani, quelli grossi, ne parlano moltissimo e, anzi, spesso dedicano l’apertura alle vicende interne al partito.

Dopodiché, però, c’è il famoso “paese reale”, quello disinteressato o – peggio – disaffezionato alla politica, quello che andrebbe condotto alle urne per ricucire un legame di fiducia ormai logoro, quello che ha spinto in più occasioni il Pd a fare pubblica ammenda e a prefigurare l’ennesimo “cambio di indirizzo”, quello che facciamo coincidere vagamente con il grande insieme dei “delusi”, composto da una porzione importantissima di cittadinanza attiva che, allo stato attuale, ha perso ogni entusiasmo per la cosa pubblica, si informa soltanto sporadicamente e ha scelto di tenersi bene alla larga dalle tessere e dai circoli e che, con ogni probabilità, è allergico al lessico assembleare tanto caro ai Dem e non sa neppure che cosa sia, un “comitato costituente”. E al “paese reale”, be’, il processo di trasformazione interno al più grande carrozzone ideologico della storia repubblicana interessa il giusto, ossia (quasi) nulla.

Come ha evidenziato Pagella Politica, «un primissimo indizio dell’interesse per le primarie può arrivare da una ricerca su Google Trends, lo strumento che analizza la popolarità delle ricerche fatte sul web dagli utenti: nei 30 giorni che vanno dal 4 dicembre al 4 gennaio le ricerche nella sezione “Notizie” relative a “primarie Pd” sono state in media 20 volte minori rispetto ad altri temi d’attualità come “Meloni” e “Ucraina”, mentre la distanza si accorcia se invece di “primare Pd” si inserisce la sola sigla “Pd”».

Fonte: Google Trends. Elaborazione di Pagella Politica

Dopo il duro colpo patito nelle elezioni politiche di settembre, il Pd avrebbe dovuto trovare una nuova strada per uscire da quella autoreferenzialità a cui sta sacrificando la sua stessa essenza e ragione di essere. E invece no: da giorni il dibattito è appiattito su una questione interna, ossia la possibilità di concedere ai votanti la possibilità di esprimere la propria preferenza online.

Schlein, promotrice dell’iniziativa, ha motivato la sua proposta spiegando che il voto online consentirebbe un «allargamento della comunità democratica», permettendo così di coinvolgere anche «quei mondi che negli ultimi tempi si sono sentiti lontano dal partito: terzo settore, comitati che lottano contro le disuguaglianze e per la salvaguardia del clima, il mondo sindacale, quello che lavora nella scuola e nell’accoglienza». «Il periodo del Covid ha abituato tutti a un nuovo approccio col digitale. Nel 2023 se ci sono strumenti democratici che possono rafforzare la partecipazione, usiamoli», ha aggiunto.

Sarebbe una soluzione ovvia: si vuole riavvicinare la comunità, e per farlo bisogna aprire i recinti – del resto, Vincenzo Emanuele e Bruno Marino, già nel lontano 2019, dimostravano dati alla mano che, cito testualmente, «il voto nei circoli è una messa con sempre meno fedeli». Benissimo: allarghiamo la parrocchia allora, no?

E invece… apriti cielo. Pina Picierno, sostenitrice ferrea di Bonaccini – e conscia del fatto che Schlein è una personalità che piace soprattutto fuori dal partito e che, di conseguenza, aprire al voto online significherebbe consolidare le sue possibilità di vittoria – ha subito ribattuto facendo sapere che la proposta «È sbagliata e oltretutto irrealistica e inapplicabile a poche settimane dal voto: significherebbe non garantire un voto sicuro alle iscritte e agli iscritti», e ha scomodato addirittura un paragone con l’esperienza traumatica dei Cinque Stelle e della loro democrazia partecipativa in salsa grillina, etichettando il voto online come un’aberrazione che «trasformerebbe così uno dei processi più importanti della nostra comunità in una insensata imitazione della piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle». Una frase che riassume al meglio il tratto più visibile del Pd, ossia la volontà di parlare unicamente a sé stesso, di arrovellarsi fieramente sul nulla.

E così, mentre i tatticismi, le composizioni delle correnti e le mere questioni procedurali occupano il primo posto, il dibattito sui temi politici si intravede appena, ridicolo come un calzino arrotolato nelle mutande.

Il risultato? Le primarie non interessano a nessuno, e a questo punto le possibilità sono due: o i vertici non se ne rendono conto (e sarebbe grave) o, come ha suggerito Giuditta Pini, si tratta di tattica pura e semplice (e sarebbe gravissimo): «Questa fase costituente così lunga e complicata, di cui nessuno ha capito l’utilità, è in realtà una precisa strategia della segreteria attuale di chiudere il dibattito fuori e dentro il partito e chiudere la dirigenza in una specie di Fort Alamo, allo scopo di controllare il più possibile il processo di trasformazione del Pd», ha detto l’ex deputata Dem alla summenzionata Pagella Politica. E, a questo punto, non possiamo che crederle e prepararci all’ennesima radiografia di un partito capace di parlare unicamente a sé stesso.