La (triste) fine del caso ‘bidella pendolare’ racconta bene il (triste) Paese che siamo | Rolling Stone Italia
Sbatti la bidella in prima pagina

La (triste) fine del caso ‘bidella pendolare’ racconta bene il (triste) Paese che siamo

Come per magia, la portabandiera del sacrificio è diventata una potenziale "furbetta" da bastonare a suon di fact checking, appostamenti paramilitari davanti all'istituto per cui lavora e interrogatori a studenti e collaboratori. Dalla gloria alla pubblica fustigazione in appena 24 ore: benvenuti in Italia

Ve la ricordate, Giuseppina Giugliano? Fino a qualche giorno fa, una parte di stampa ne celebrava le gesta e ne lodava le virtù, sottolineandone la disposizione al sacrificio, la grande abnegazione che la conduceva a percorrere 1600 chilometri al giorno pur di proteggere il posto di lavoro nella scuola pubblica.

Bei tempi quelli, vero? Be’, nel caso in cui vi fosse sfuggito, nelle ultime ventiquattro ore la narrazione dedicata all’epopea della “bidella pendolare” è cambiata in maniera radicale: sono iniziati a circolare dubbi sulla veridicità della versione pubblicata in prima istanza sui giornali e, di conseguenza, (per qualche oscuro motivo) anche sulle virtù umane della bidella più famosa dello Stivale. Da quando l’esercito dei fact checker ha cominciato ad agitare  la bandiera del sospetto (i casi più tragicomici sono quelli relativi a quei quotidiani che hanno prima rilanciato la notizia in assenza di qualsiasi verifica e solo a danno compiuto, folgorati sulla via di Damasco, hanno pubblicato accurate analisi per dare la smentita ed evidenziare che, insomma, “i conti non tornano”), la parabola di Giugliano ha iniziato ad assumere dei contorni drammatici.

Prima i dubbi sul prezzo comunicato dalla lavoratrice per raggiungere via Italo, ogni giorno, la Stazione Centrale di Milano (400 euro, diceva lei; altamente improbabile, la tesi degli oppositori), poi quelli relativi a un possibile congedo straordinario retribuito, partiti dalla rivelazione di un utente che, su Twitter, ha dichiarato di essersi messo in contatto con il personale della scuola in cui Giugliano lavora e di aver scoperto che la nostra eroina 2.0 avrebbe compiuto il fantomatico viaggio della speranza in sole due occasioni – la diretta interessata ha spiegato a Il Giorno che di aver usufruito di un solo congedo «per accompagnare un parente a una visita medica», considerato anche che i suoi genitori «sono venditori ambulanti e purtroppo non sempre si possono assentare dal lavoro perché guadagnano a giornata in base a quello che vendono».

Per questa via, la portabandiera del sacrificio, assurta a simbolo involontario della battaglia di una parte politica contro il reddito di cittadinanza e il sempiterno “popolo del divano”, è diventata una potenziale “furbetta” da bastonare a suon di verifiche certosine, appostamenti paramilitari di fronte al Liceo Boccioni (la scuola per cui lavora), domande indiscrete a studenti, interrogatori a colleghi e personale di turno, radiografie profondissime del suo profilo Instagram e tutto l’armamentario “investigativo” del caso, in un accanimento che rende indistinguibile il confine tra verifica e vessazione.

A cosa porterà questo accanimento terapeutico? Nel migliore dei casi, a un’ospitata della bidella in televisione; nel peggiore, a un nocumento della sua reputazione presso l’istituto per cui lavora. Peraltro abbiamo pure scoperto che Giugliano, comunque, la prospettiva di traslocare nel capoluogo milanese la caldeggia eccome. «Certo, spero che questa situazione non sia eterna – ha detto Giuseppina a Il Giorno – perché ora sono ancora giovane e la fatica la sopporto, ma andando avanti con gli anni non credo. Comunque, sono fiduciosa e sono certa che il destino ha in serbo per me una bella casetta a Milano a un prezzo per me abbordabile. Così come sono riuscita a realizzare il mio sogno di trovare un lavoro che mi piace in questa città, sono certa che realizzerò presto anche questo mio desiderio».

In ogni caso, il “Bidella–gate” dice molto del Paese che siamo. La lezione per il futuro recita, più o meno, così: attenzione, dalla gloria alla pubblica fustigazione possono passare appena 24 ore. Con il sottotesto sociale di questa storia tristissima – una lavoratrice che afferma senza troppi problemi di essere disposta a sacrificare bioritmo e salute sull’altare di poche centinaia di euro, una mortificazione cronofaga del proprio essere, scandita dai tic e i malcostumi nostrani più insopportabili, dalla provincialissima glorificazione del “posto fisso” come panacea di ogni male all’accettazione passiva di standard di vita inaccettabili: in un Paese sano, la lente interpretativa da adottare avrebbe dovuto essere questa – che, come da previsioni, è destinato a rimanere sullo sfondo.