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Immensamente Zlatan

L'addio al calcio di Ibrahimović segna la fine di un certo modo di intendere l'attivismo, lo sport, il professionismo e la propaganda di sé stessi. Breve ritratto di un'icona pop

Foto: KENZO TRIBOUILLARD/AFP via Getty Images

L’addio al calcio di Zlatan Ibrahimović è uno di quegli eventi a cui non si è mai preparati fino in fondo.

Il canto del cigno di questa sorta di superuomo non rappresenta solo l’atto finale di un romanzo sportivo più che ventennale – solo per dare un’idea della longevità di Ibra, basti pensare che il suo esordio nella Allsvenskan, il campionato di calcio svedese, risale al 1999, quando esordì con il suo Malmö subentrando contro l’Halm. Una prima volta che, ormai, rievoca sentimenti antidiluviani: tanto per dire, non avevamo ancora sperimentato il trauma collettivo delle Torri Gemelle, l’Euro non era ancora entrato il circolazione, il primo presidente afroamericano della storia statunitense non era neppure un’utopia da invincibili idealisti, i cellulari erano dei grossi scatolotti con un’antenna lunghissima e il passatempo preferito della contemporaneità, il travaso di bile sui social, non era neppure stato pronosticato.

Il freddo dato temporale, però, non rende bene l’idea: se la fine dell’era Ibra sta facendo parlare così tanto è perché Zlatan Ibrahimović non è stato solo un calciatore – uno dei più forti calciatori di sempre –, ma il simbolo – talvolta involontario, ma tant’è – di un certo modo di intendere il professionismo e l’attivismo, inteso come quel particolare momento in cui un atleta decide di uscire dall’iperuranio agonistico per schierarsi e pronunciarsi su temi sociali.

Il primo punto è il più facile da chiarire: Ibra – è cosa nota – ha tagliato definitivamente i ponti con il concetto di “bandiera”, tanto caro a coloro che rincorrono a tutti i costi un sentimento nostalgico e rimangono convinti che un sentimento intrinsecamente umano come la fedeltà debba essere un valore anche nel calcio – il tanto caro pallone che, al di là di tutte le velleità nazionalpopolari del caso, con un fatturato globale di 47 miliardi di dollari, rappresenta il 28% del giro d’affari generato dallo sport nel mondo: alla faccia del romanticismo.

Comprendendo alla perfezione lo spirito del tempo, lo svedese ha fatto definitivamente a pezzi i residui di questo portato tardo novecentesco: ha giocato ovunque, ha vestito (sempre e comunque da protagonista assoluto) le maglie dei tre club italiani più blasonati, ha fatto la differenza in Spagna, Francia e Inghilterra, senza precludersi una parentesi milionaria nella MLS.

Il suo approccio, insomma, è sempre stato quello di un tecnico, di colui che è consapevole di possedere un know how pesantissimo e decide di metterlo a disposizione degli altri. Ibra ha plasmato anche le regole del personal branding, seguendo una regola semplicissima ed efficace: Zlatan, anche quando parla degli altri, in realtà parla soltanto di sé stesso. E se non può essere il protagonista assoluto di una cosa allora, semplicemente, sceglie di non farne parte – come scrisse in tempi non sospetti Jonathan Liew sul Guardian, «Zlatan costruisce il marchio: il provocatore professionista, il talentuoso generatore di citazioni, la testa di cazzo delle teste di cazzo».

Il secondo piano d’analisi (quello dell’Ibra “attivista”) è parecchio più delicato, e richiede uno sforzo ermeneutico in più.

Ricorderete tutti la famosa querelle che, nel 2021, vide contrapposti lo svedese e LeBron James. Intervistato da Discovery+ Svezia per un’iniziativa Uefa, l’attaccante rossonero si espresse a proposito dell’impegno politico del cestista che, soprattutto in seguito all’omicidio di George Floyd, è in prima linea nel rilanciare le istanze del movimento Black Lives Matter: «Sì sì mi piace molto. Quello che fa lui (LeBron, nda) è fenomenale, però non mi piace quando le persone con qualche tipo di “status” parlano di politica. Fai quello in cui sei bravo. Fai quello che fai. Io gioco a calcio perché sono il migliore nel giocare a calcio. Non faccio politica. Se fossi stato un politico, avrei fatto politica (…). Per me meglio tenersi lontano da questi argomenti, e fare quello in cui si è bravi, altrimenti rischi di non farci una bella figura».

Dopo queste dichiarazioni, Ibrahimović è stato posizionato fin da subito nel girone degli ignavi, calato nei panni di massimo testimonial di coloro che scelgono di non pronunciare verbo di fronte alle ingiustizie.

Come accennavamo, però, dobbiamo fare uno sforzo in più, a partire dal contesto in cui Zlatan si è formato, un contesto in cui ha subito il razzismo in primissima persona. Lo racconta lui stesso nelle pagine della sua autobiografia, Jag är Zlatan: il padre Šefik Kinko nacque a Bijeljina il 23 agosto 1951, giusto in tempo per vivere sulla sua pelle i bombardamenti del sanguinoso conflitto balcanico. Quando Zlatan aveva due anni, la guerra costrinse suo padre all’esodo in un polveroso ghetto di Malmö, il Rosengård.

Ibra ha regalato in più di un’occasione delle incursioni nella sua infanzia tribolata. Nel libro, ad esempio, si racconta come «Un bambino che ha sempre sofferto». «Ho sofferto per tutta la vita, continua, « scuola ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato odiato. E all’inizio reagivo male”. Non con le testate ma con l’isolamento. Perché quando lo stadio gli urlava “zingaro” o Sinisa Mihajlovic lo provocava con insulti in serbo-croato, lui si gasava: quella era benzina per il gioco.

E poi c’era la questione delle questioni, quella di classe. In un’intervista a Sky, Ibra ha raccontato la situazione di ristrettezza in cui si è formato come persona: «Sono cresciuto con mio papà. Lui lavorava tanto per permetterci di vivere. Il nostro frigorifero non era mai pieno, non avevamo tanto da mangiare. Per esempio, quando andavamo a giocare i tornei giovanili in Germania con la squadra primavera del Malmö andava dovevo chiedere 3000 corone a mio papà. Allora lui cosa faceva? Mi lasciava questi soldi e non pagava l’affitto per un mese, e mi mandava per giocare questi tornei, perché lui faceva tutto quello che poteva e mi dava tutte le alternative che c’erano».

Il suo è il passato di chi ha una discreta consuetudine con le discriminazioni fondate sull’etnia, di chi si trascina dietro per tutta la vita ferite di classe e di sangue.

Ferite che Zlatan – lo ripete in più occasioni nel libro – non ha mai dimenticato: e infatti, lasciando da parte la polemichetta con James, il calciatore ha agito eccome. 

Un esempio? 14 febbraio 2015, gara di campionato contro il Caen. Al secondo minuto del primo tempo Zlatan segna con un colpo dei suoi, uno di quelli presi in prestito dalle arti marziali (da buon superuomo, pratica taekwondo da quando è un bambino). Dopo essere stato attorniato dai compagni, ormai un minuto buono dopo la rete, Zlatan – tornando versa la propria metà campo – si sfila la sua maglia, la numero 10, e mostra a pubblico e telecamere il suo fisico statuario, in massima parte coperto da tatuaggi.

Sembrerebbe l’ammonizione più stupida ed arrogante di sempre; e però, meno di 24 ore dopo, ecco la verità: Ibra si è fatto tatuare sulla pelle il nome di alcuni bambini per una campagna di sensibilizzazione voluta dal World Food Programme, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’assistenza alimentare, mettendo a disposizione di una causa importantissima il suo stesso corpo.

Per dire che Ibra il lupo solitario, il leader crudele, il vincente a tutti i costi, il “mercenario” bersagliato dalla stampa nostrana, forse non sarà il più affabile degli esseri umani, il più comprensivo o altruista, ma è un atleta ben lontano da quel sentimento di indifferenza assoluta che in tanti hanno provato a cucirgli addosso.

Ieri abbiamo salutato un’icona pop, una di quelle cha ha cambiato tutto, propagandando un certo modo di intendere l’attivismo, lo sport, il professionismo e la propaganda di sé stessi.

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