Il caso Matteo Messina Denaro è la conferma che siamo una Repubblica fondata sui complotti | Rolling Stone Italia
Complotti

Il caso Matteo Messina Denaro è la conferma che siamo una Repubblica fondata sui complotti

Tirare in ballo coincidenze, cospirazioni e regie occulte sull'arresto del boss di Castelvetrano serve a pochissimo, se non ad aumentare esponenzialmente il senso del ridicolo

Foto: La7

L’arresto di Matteo Messina Denaro dopo trent’anni di latitanza ha inevitabilmente catalizzato l’attenzione mediatica: i giorni passano, i retroscena aumentano, il confine tra interesse pubblico e gossip si fa sempre più labile e, com’è ovvio, siamo sempre più confusi. Dopo la cascata di articoli sulla quotidianità del boss di Castelvetrano che ha infestato i nostri feed, di “Diabolik” crediamo di sapere tutto: i segreti della sua dieta, “le sue donne e i suoi amori” (semicit.), i profumi, gli orologi, gli abiti costosi e tutto quello che attiene a quella spirale perversa che coincide in toto con il vizio – nostranissimo – di romanticizzare il più possibile il boss di turno.

E poi ci sono loro: i complotti, le dietrologie, i non detti veri e presunti, le spiegazioni non ufficiali che tanto ci piacciono. Tutto è iniziato dall’intervista che Salvatore Baiardo, ex faccendiere della famiglia Graviano, ha concesso a Massimo Giletti il 5 novembre dello scorso anno, poco più di due mesi prima dell’arresto del boss.

In quell’occasione, Baiardo aveva ipotizzato – senza fornire alcuna prova, mantenendosi nel territorio della vaghezza più totale – che la mafia avrebbe potuto offrire qualcosa in cambio allo Stato se il governo, come contropartita, avesse abrogato l’ergastolo ostativo, ovvero la pena prevista per alcuni reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo, che fino ad allora, prima del decreto legge che il Consiglio dei Ministri ha adottato a ottobre in risposta ai profili di incostituzionalità rilevati dalla Corte Costituzionale, impediva ai condannati che non collaboravano con la giustizia di accedere a misure alternative alla detenzione – la nuova norma, approvata in Parlamento a dicembre, prevede che i detenuti possano accedere a “benefici penitenziari” anche senza aver collaborato con la giustizia, dimostrando però di aver tenuto una corretta condotta carceraria e partecipato a un percorso rieducativo; sono esclusi da questa possibilità i detenuti in regime di 41-bis.

«Magari chi lo sa, che arriva un regalino. Che magari, presumiamo, che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso. E così arrestando lui magari esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore. Sarebbe un fiore all’occhiello per il governo, un bel regalino», aveva detto Baiardo, solleticando le fantasie di complotto di milioni di persone. Baiardo aveva anche fatto riferimento all’importanza di “certe date”, e anche in questo i teorici del dubbio hanno pensato bene di leggere un parallelismo con la data dell’arresto di Messina Denaro – il 16 gennaio, trent’anni e un giorno dopo l’arresto di Riina: coincidenze? Secondo la società dell’irrazionale, assolutamente no.

Baiardo è tornato a prendere parola ieri, di nuovo da Giletti, di nuovo in veste di profeta – capitalizzando sulla situazione, il conduttore di Non è l’Arena non l’ha trattato come un farneticatore con manie di protagonismo, ma con toni un pelino enfatici ha scelto di presentarcelo addirittura come «l’uomo che ha previsto l’arresto di Matteo Messina Denaro».

Quando il fu mattatore de I fatti vostri ha chiesto a Baiardo coma mai fosse a conoscenza delle condizioni di salute del boss, l’ex faccendiere ha risposto che la notizia della malattia di Messina Denaro gli è arrivata «da un ambito palermitano ma non dai fratelli Graviano. Sono 30 anni che non li vedo e sento. Sono 1022 le persone che hanno l’ergastolo ostativo». 

Vista così, presentando Baiardo come il depositario di un segreto inconfessabile, pensare a una regia occulta verrebbe quasi automatico. Eppure, proprio la circostanza che, a livello di opinione pubblica, di Messina Denaro non sapessimo niente, assolutamente nulla, è stata il presupposto che ha reso possibile l’arresto del secolo; l’informazione che il boss di Castelvetrano stesse male, evidentemente nota nel sottobosco mafioso, si è rivelata fondamentale per la conduzione delle indagini. La necessità di recarsi in una clinica per le sedute di chemioterapia è stata la parte scoperta della cotta di maglia di Messina Denaro, quella in cui affondare la spada: ha permesso agli inquirenti di restringere il campo delle ricerche, di ricostruire con più precisione le dinamiche che scandivano la quotidianità di Messina Denaro, di avere più chiaro la cronologia dei suoi spostamenti. Lo stesso Teo Luzzi, comandante generale dei Carabinieri, ha spiegato che da tempo i Ros effettuavano screening su cliniche private e strutture pubbliche, tenendo d’occhio i fiancheggiatori che gli davano copertura.

Anche l’enfasi sulla “trattativa” è un argomento fragilissimo, e per un dettaglio macroscopico: la presunta contropartita che il boss avrebbe richiesto per farsi arrestare e uscire alla luce del sole non esiste. L’ergastolo ostativo è rimasto lì: il governo lo ha modificato per allinearsi alle richieste della Corte Costituzionale, premurandosi però di escludere dai benefici i detenuti in regime di 41 bis (e, quindi, rendendo vana la richiesta di Messina Denaro che, seguendo alla lettera le parole di Baiardo, vincerebbe a mani basse il titolo di negoziatore peggiore di sempre).

Tirare in ballo coincidenze, cospirazioni e mani occulte serve a pochissimo, se non ad aumentare esponenzialmente il senso del ridicolo.