I manifestanti in Iran vengono uccisi da proiettili italiani? | Rolling Stone Italia
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I manifestanti in Iran vengono uccisi da proiettili italiani?

Ieri, a Livorno, è stato organizzato un presidio di fronte allo stabilimento dell'azienda italo-francese, accusata di produrre e vendere cartucce usate dalla polizia iraniana per sparare contro i manifestanti. «È inaccettabile vendere munizioni a un regime che le usa per reprimere il dissenso»

La strada di grande comunicazione Firenze-Pisa-Livorno corre per 102 chilometri, su di un terreno in gran parte pianeggiante, e va a morire dentro al porto industriale della città labronica. Mentre si percorre il suo tratto finale, cisterne cariche di oli combustibili e montagne di container blu e arancione marchiati Hapag-Lloyd si susseguono a perdita d’occhio, grosse ciminiere sbuffano fuoco su di un cielo grigio perla e, a far da cornice al panorama, una sottile linea blu delinea un orizzonte dall’inconfondibile pennellata marittima. Il mare però non c’entra con questa storia, c’entrano piuttosto le cartucce, i morti e l’Iran degli Ayatollah.

Ieri il Coordinamento livornese per il ritiro delle missioni militari all’estero ha organizzato un presidio di fronte allo stabilimento della Cheditte, azienda italo-francese che ha una delle sue fabbriche proprio a Livorno. La società è accusata di produrre e vendere cartucce usate dalla polizia iraniana per sparare contro i manifestanti.

Secondo un’inchiesta di France24, tra le pallottole usate per far fuoco sulla folla durante le proteste che sono esplose in Iran in risposta all’omicidio di Mahsa Amini, ci sono anche quelle della Cheddite, riconoscibili dal logo della società – o dal marchio “12*12*12*12*”, stampigliato sulla base metallica del proiettile.

L’emittente francese ha ricevuto le fotografie di 13 bossoli di questo tipo, provenienti dalle città di Yazd, Teheran, Mahabad, Shiraz, Karaj, Rasht, Sanandaj e Kamyaran. Il comitato, che accusa la ditta di aggirare le sanzioni contro l’Iran triangolando la vendita delle munizioni attraverso un’impresa turca, chiede l’immediato stop delle esportazioni verso la Turchia, ricordando che Il regolamento 359 del 2011 del Consiglio dell’Unione Europea vieta l’esportazione in Iran, diretta o indiretta, di attrezzature militari che possano essere utilizzate nella repressione del dissenso nel paese, comprese «armi da fuoco, munizioni e relativi accessori».

Nonostante l’azienda esporti in Turchia per lo più cartucce vuote (involucro di plastica e basi metalliche che contengono un innesco che produce scintille) che vengono poi comprate da altri produttori incaricati di riempirle con polvere esplosiva e pallini, secondo il Comitato la vendita sarebbe comunque vietata perché il divieto si estende anche ai «componenti delle cartucce per fucili». Contattata per chiarimenti, l’azienda non ha ritenuto necessario rispondere alle e-mail. Per tutti questi motivi, in città si protesta.

Per arrivare al presidio si deve passare dal quartiere di Salviano, che è alla periferia est della città e che è stato urbanizzato soltanto negli anni Settanta del Novecento, con la costruzione di nuovi blocchi di edilizia popolare. Dalla zona passa anche il Rio Maggiore, salito agli onori delle cronache nel 2017 a seguito di un’esondazione, determinata da un violento nubifragio e dalla inadeguata tombatura del fiume, che ha causato ingenti danni al territorio e provocato quattro morti.

Alla rete che circonda la fabbrica i manifestanti hanno appeso uno striscione con su scritto «Le dittature sparano Cheditte, stop all’invio di armi all’Iran» e, al presidio, i ragazzi della comunità iraniana hanno simbolicamente coperto gli occhi con delle bende mediche. «Perché le cartucce di questa ditta accecano i nostri compagni in Iran», dice Ahmad che, sul volto, ha anche la mascherina chirurgica. «La metto per non farmi riconoscere», mi spiega, «lo faccio per i miei genitori che sono rimasti in Iran, così come tutti i miei amici; non posso rischiare, l’avete visto anche voi come può andare a finire».

Ahmad è venuto in Italia cinque anni fa per frequentare la facoltà di odontoiatria a Pisa; è uno studente, come gli altri suoi compagni che sono qua oggi. Quando chiedo perché hanno deciso di partecipare alla manifestazione, risponde: «Siamo qui per dare il nostro sostegno a chi sta manifestando in Iran, e perché è immorale vendere munizioni a un regime che le usa per reprimere la popolazione. La situazione è gravissima, io stesso riesco ad avere pochissimi contatti con familiari e amici, internet è fortemente limitato e, anche se le persone si ingegnano scaricando VPN al ritmo di un milione al giorno, non si riesce ad avere conversazioni più lunghe di venti secondi. Va un po’ meglio con le e-mail, ma è comunque molto difficile».

Tra le realtà che hanno aderito al presidio c’è anche Potere al Popolo, presente anche con il portavoce nazionale Giuliano Granato: «Il fatto che munizioni italiane giungano persino in Iran, paese sottoposto a un divieto assoluto di vendita di armi, la dice lunga sul potere che la lobby degli armamenti ha nel nostro paese», spiega, aggiungendo poi che «nel caso della Cheditte non è neppure la prima volta, pure in Myanmar furono trovati bossoli di questa azienda dopo la repressione brutale delle manifestazioni contro il golpe militare».

Assieme a Granato c’è anche Aurora Trotta, consigliere comunale di Potere al Popolo a Livorno. «Abbiamo presentato una mozione in consiglio comunale perché la città e l’amministrazione tutta vengano coinvolte nel controllo di queste esportazioni e perché la giunta faccia pressione politica sul governo affinché le impedisca. Staremo a vedere come va», spiega. La pioggia battente non disperde il presidio, i manifestanti restano lì, sotto il diluvio, in attesa di risposte che la ditta non ha ancora ritenuto opportuno dare.