Fenomenologia di Stefano Bonaccini, lo ‘sceriffo’ che sogna di diventare capopopolo | Rolling Stone Italia
Home Politica Attualità

Fenomenologia di Stefano Bonaccini, lo ‘sceriffo’ che sogna di diventare capopopolo

Il governatore dell'Emilia Romagna si candida come segretario dei Dem. Una questione di look? Forse, ma anche tante idee che piacciono alla destra, una fama da buon governante acclarata e molto vento a favore

Foto di MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images

Quando in vista delle regionali del 2020 cambiò look, la cosa destò un certo scalpore. Fino ad allora Stefano Bonaccini era conosciuto come il governatore dell’Emilia Romagna meno votato della storia, vincitore in pieno renzismo alle regionali del 2015 con un’affluenza che manco il baretto dell’angolo un lunedì sera di novembre. Ecco, lì Bonaccini veniva considerato come un valente amministratore locale dall’aspetto un po’ dimesso: la barba incolta, la stempiatura incipiente, un fisico piazzato da emiliano verace. A un certo punto, boom!, Stefano il buono diventa Bonaccini l’implacabile. Testa completamente rasata, barbone da guerra e occhiali a goccia. «Sembra un militante di Casapound», disse qualcuno con un tono a metà tra il dileggio e la malcelata invidia. In realtà il suo look era appena a un cappello texano dal tipico look da sceriffo del vecchio west.

Siamo alla fine del 2019: il governo giallorosso è appena nato e le prospettive sono pessime, la prima uscita elettorale della coalizione tra Pd e Movimento Cinque Stelle, in Umbria, è un massacro senza precedenti. Il secondo esecutivo di Giuseppe Conte balla paurosamente, si parla di elezioni anticipate. Il Covid, che da lì a qualche mese avrebbe cambiato forse per sempre la concezione che abbiamo della vita umana sul pianeta Terra, era appena una colonnina nelle pagine interne dei giornali più attenti. In Emilia Romagna, intanto, siamo in piena campagna elettorale: la destra, che ha scelto come candidata la leghista Lucia Borgonzoni, sogna il colpo grosso in una storica regione rossa. Dall’altra parte c’è solo lui, Stefano Bonaccini, governatore uscente sin lì abbastanza anonimo e privo di grandi amicizie a Roma, dove il partito fa il partito. Sarebbero successe un po’ di cose (la piazza delle Sardine a Bologna, per esempio), ma nessuno si aspettava che Bonaccini si sarebbe rivelato un grande condottiero capace di spazzare via la destra con una performance brillantissima e una quantità di voti alla quale il centrosinistra non credeva minimamente. Nemmeno in Emilia, dove peraltro sono abituati bene.

Adesso, passata un bel po’ d’acqua sotto ai ponti e dopo una storica sconfitta alle politiche dello scorso settembre, Bonaccini ha annunciato la sua intenzione di correre per la segreteria del Partito Democratico. La sfidante, stando a quello che si dice, sarà la sua vicepresidente, Elly Schlein.

I sondaggi dicono che non c’è partita: Bonaccini viene dato per favorito alle primarie che dovrebbero svolgersi il 19 febbraio (la domenica di carnevale) e già i retroscenisti ipotizzano che lui alla fine darà la sua sfidante un ruolo d’onore nel nome dell’unità del partito, del ticket uomo/donna, del necessario incontro tra il realismo e l’utopia e tutte quelle altre cose a cui i militanti del Pd fingono di credere ormai da quindici anni.

Ma chi è Stefano Bonaccini davvero? Un uomo di partito, innanzitutto. Assessore del Pds a Campogalliano (ottomila abitanti) all’inizio degli anni ’90, poi fedele alla linea come segretario provinciale della Sinistra Giovanile fino al 1995, poi ancora assessore comunale a Modena, segretario provinciale del Pd e, dal 2010, consigliere regionale con un buon pacchetto di preferenze personali. Sostenitore di Pierluigi Bersani fino all’avvento di Renzi, Bonaccini dal 2014 in poi incarna lo spirito del perfetto «nuovo amministratore» del Pd: poca ideologia, tanto pragmatismo. Talmente tanto che è un attimo a scivolare a destra: per esempio uno dei suoi cavalli di battaglia è quello dell’autonomia. Molto tempo prima dell’attuale dibattito sull’autonomia differenziata tra le varie regioni, il governatore Stefano aveva cominciato a cavalcare un’onda storicamente leghista. Con una serie di politiche, in pratica, «salvaguardando l’unità nazionale e la solidarietà tra territori», Bonaccini ha realizzato una cosa che alle regioni del Carroccio è sempre riuscita solo in parte: tenersi gran parte dei soldi delle tasse dei cittadini, senza che questi vadano a Roma, dove chissà cosa succede. Ecco, lo avesse fatto Zaia in Veneto, mezza Italia sarebbe scesa in piazza con i forconi e le fiaccole.

L’ha fatto Bonaccini in Emilia Romagna e tutti apprezzano questa idea progressista di fare del bene al proprio territorio. E questa è solo una tra le tante: a Bonaccini la sinistra più di sinistra non è mai piaciuta granché, del resto lui è un comunista emiliano, cioè uno di quelli secondo cui il comunismo è come il capitalismo, «però gestito da noi». Gode di buona stampa, Bonaccini: i pragmatici piacciono all’establishment giornalistico, anche perché non mettono mai in discussione le basi del sistema. Bisogna stare dalla parte del sindacato ma anche della Confindustria, no? Il Pd è nato per questo, giusto? Durante il Covid, da portavoce delle regioni, Bonaccini è sempre sembrato lucido e razionale, anche quando ogni dodici ore il governo cambiava idea sul da farsi. Politicamente la partita è ancora più facile: «Bonaccini vince facendo presente che lui ha battuto la destra con la sola imposizione delle mani», dice un vecchio volpone del Pd. È questo che ci vuole: uno che ha suonato Salvini nel momento di massima forza. Fa niente se lo stesso Salvini ci ha messo del suo – ricordate la citofonata «scusi lei spaccia»? – e la sua candidata, Borgonzoni, non aveva dalla propria parte neppure il padre.

E allora eccoci qua, venga il regno di Stefano. Anzi, la segreteria. E pensare che i precedenti emiliani al vertice del partito sono tutto fuorché forieri di successi. Basti pensare a Bersani e alla catastrofe del 2013, tra una «non vittoria», un «non governo» e un «non presidente della Repubblica» (un altro emiliano: Romano Prodi). Quando c’era il Pci, i compagni emiliani venivano considerati tutti, dal primo all’ultimo, degli amministratori straordinari, ma raramente li si lasciava accostare alle stanze più importanti di via delle Botteghe Oscure. Un caso? Forse non ha importanza. Il Pci è morto, a Botteghe Oscure adesso c’è un hotel di lusso e anche il Pd non si sente tanto bene.