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Elly Schlein che posa per Vogue e l’armocromia come linea di frattura della Nazione

Altro che ONG, raver, anarchici, farina di grilli e pillole anticoncezionali: c'è un nuovo argomento capace di spaccare in due l'opinione pubblica. Ci riferiamo, ovviamente, all'armocromista che si occupa del look segretaria del Partito Democratico. Cronistoria di un dibattito disfunzionale
Elly Schlein

Foto: Antonio Masiello/Getty Images

Altro che ONG, raver, anarchici, farina di grilli e pillole anticoncezionali: da ieri in Italia c’è una nuova linea di frattura capace di spaccare l’opinione pubblica in due. Ci riferiamo, ovviamente, all’armocromista che si occupa di consigliare Elly Schlein, la segretaria del Partito Democratico protagonista di una discussa intervista concessa all’edizione italiana di Vogue.

Il colloquio sarà ospitato sul prossimo numero, che uscirà in edicola il 3 maggio, ma è stato anticipato sul sito in occasione della festa della Liberazione. Rispondendo alle (intelligenti) domande di Federico Chiara, l’ex eurodeputata mette in fila una serie di argomenti che contribuiscono a formare una specie di bignami dell’Elly–pensiero. Ad esempio, Schlein racconta della sua battaglia per riformare il regolamento di Dublino, parla delle attiviste che hanno ispirato la sua azione politica (da Greta Thunberg a Marielle Franco), espone le idee che ha in mente per accelerare sul fronte dell’energia pulita e ridurre le emissioni climalteranti, palesa la delusione che ha provato in seguito all’affossamento del DDL Zan e evidenzia i passi che intende compiere per estendere le tutele attualmente negate al mondo LGBTQ+.

Schlein ha parlato anche dei suoi consumi culturali: ad esempio, da un punto di vista cinematografico si è dichiarata “onnivora”, ma con una certa predilezione per i film di Kim Ki Duk (il regista sudcoreano scomparso nel dicembre di due anni fa a causa del Covid) e quelli di Tarantino e Ken Loach (e ci mancherebbe pure).

Insomma: per il 90% si tratta di un’intervista che ha a che fare con la politica e la cultura, ovviamente con il taglio che compete a una rivista come Vogue. Di sicuro è un pezzo giornalisticamente strutturato bene e contenutisticamente interessante, anche perché ci dà accesso a una Schlein inedita, a metà tra il salotto (la sua formazione) e la piazza (le sue idee politiche, che ha tutto il diritto di coltivare a prescindere dalla classe sociale di appartenenza). Insomma, in un Paese normale ci sarebbe solo da dire: «Good game, Chiara».

E invece no, perché a un certo punto è arrivata la domanda della discordia, quella che ha catalizzato l’attenzione mediatica nelle ultime ore. Chiara, precisando di star passando a un argomento più frivolo – ma fino a un certo punto, dato che piaccia o meno l’abbigliamento è una componente essenziale della comunicazione politica e che, insomma, stiamo parlando di un’intervista concessa alla rivista di moda più blasonata e conosciuta al mondo – domanda alla segretaria cosa pensa del cosiddetto “power dressing” – uno strumento comunicativo su cui le donne hanno sempre puntato al fine di trasmettere un’immagine di potere. Ebbene: Schlein ha confessato l’inconfessabile, ossia che proprio lei, la leader politica dell’opposizione, alla testa del secondo partito italiano per preferenze, costantemente sotto la luce dei riflettori, si avvale dell’aiuta di un’esperta, ossia l’armocromista Enrica Chicchio. Sacrilegio! La segretaria del PD paga tot euro l’ora per farsi aiutare ad abbinare le tonalità degli abiti e del trucco? Non scherziamo.

Fatto sta che, come accade spesso in un Paese costitutivamente provinciale, l’armocromista di Schlein è diventata un piccolo caso mediatico. Apriti cielo: prima le decine di articoli con titoloni SEO oriented intenzionati a spiegarci Che cos’è l’armocromia (e perché c’entra con la politica) (il mercato dell’informazione sa essere sciagurato); subito dopo le speculazioni sul tariffario di Chicchio (le cifre riportate sono diverse: c’è chi parla di una retribuzione di 300 euro l’ora, chi rilancia a 400) e il tentativo di portare alla luce il secondo, inaccettabile sacrilegio, ossia che una professionista possa avere l’ardire di farsi pagare adeguatamente per le sue prestazioni (anche qui, scherziamo?).

A rincarare la dose questa mattina ci ha pensato Repubblica, che ha intervistato Chicchio per conoscere qualche dettaglio in più sulle strategie comunicative di Schlein. «Abbiamo sostituito l’eskimo con un trench di taglio sartoriale”», ha spiegato, descrivendo in particolare il look scelto per la leader dem in occasione del suo servizio fotografico per Vogue,  E ancora, più nel dettaglio: «Abbiamo optato per un trench color glauco, una delicata tonalità di verde, grigio e azzurro-da molti definita salvia. Questa tinta è il risultato di un adattamento ambientale (tipico delle piante mediterranee): sposa il suo incarnato delicato e richiama il verde che nei nostri ricordi si accompagna a giornate immerse in quella natura che va protetta e custodita».

E infine la solita polarizzazione, con la fazione benpensante de noialtri, sintetizzata alla perfezione da Chiara Pazzaglia, presidente delle Acli bolognesi, secondo cui il servizio su Vogue è «un errore grande come una casa, con che faccia parla alle famiglie in difficoltà?» (e i bambini? A quelli non ci pensa nessuno?),  alle “voci contro”, su tutte quella di Oliviero Toscani, intervistato da La Stampa. Secondo il fotografo, la segretaria Dem «È elegante, sobria e fresca. Ha stile», mentre Giorgia Meloni «con quei completi Armani non è certo popolare», e «fa incazzare i conservatori di destra e di sinistra, parla un linguaggio nuovo, è nuova, vince, e va su Vogue». Insomma: la possibilità che possa trattarsi di un’intervista assolutamente normale, ben strutturata e priva di qualsiasi disegno cospirazionista di fondo non sembra essere balenata per la mente proprio a nessuno.

E poi c’è una specie di risentimento, forse dovuto al fatto che Schlein abbia concesso la sua prima intervista ufficiale da segretaria Dem a un periodico come Vogue, e non a un quotidiano generalista. Questo non aiuta, perché nel sentire comune una rivista come Vogue dovrebbe occuparsi di tutto, ma non di cose serie come la politica (nulla di cui stupirsi: è una “critica” che una folta coalizione di pigiatasti imbruttiti dalla vita rivolge spessissimo anche a noi, premurandosi di ricordarci che dovremmo limitarci a “scrivere di musica”, ovviamente ignorando che ci occupiamo di politica da, boh, più di cinquant’anni). Anche oggi abbiamo costruito il dibattito a partire dal nulla.

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