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Di cosa parliamo quando parliamo di rave party?

Tutti dicono la loro sui rave, tranne chi li organizza. Abbiamo intervistato una crew italiana specializzata in Free Party per parlare delle implicazioni del decreto Piantedosi e sfatare alcuni falsi miti

Foto Stephen Elliott/Mirrorpix/Getty Images

Il decreto legge esordio del governo Meloni è l’argomento polarizzante del momento, soprattutto sul tema rave: se ne dibatte da giorni, sollevando dubbi sulla legittimità costituzionale della norma o plaudendo alla volontà repressiva, in un discorso pubblico che dà spazio a giuristi, politici, opinionisti dell’ultima ora. A chiunque, insomma, tranne a chi quegli eventi li frequenta. Men che meno a chi li organizza. Come gli Hidden Sound System, nome di fantasia per una crew del nord Italia che preferisce rimanere nell’anonimato. Dopo diverse fusioni e cambiamenti, a oggi, la formazione vede una quindicina di componenti, vicini per ideali e voglia di fare musica. Se la misura diventasse legge e organizzatori e partecipanti dei raduni venissero puniti con una pena fino a 6 anni di carcere, gli Hidden potrebbero decidere di spostare la propria attività all’estero. «Come collettivo – raccontano – vorremmo portare questo movimento in altri Paesi. Uno dei problemi dell’Italia è che noi come giovani, non solo come raver, stiamo andando via tutti».

La repressione dei free party non è di certo una novità delle ultime settimane, ma il pugno duro del nuovo governo ne rende sempre più complessa e rischiosa la preparazione. «Se volessimo continuare a fare i rave in Italia avremmo bisogno del supporto di tutti i partecipanti: si dovrebbe smettere di utilizzare la localizzazione Gps e fare stories durante le feste. Ci deve essere una pari presa di coscienza, visto che l’organizzatore rischia l’impianto e la libertà per far divertire gli altri».

A livello organizzativo, un free party è una macchina complessa, in cui «ognuno ricopre i ruoli verso cui è portato naturalmente, per esperienza lavorativa o interesse», spiegano. C’è chi equalizza i sound system – gli imponenti impianti audio, colonna portante della cultura dei rave –, chi realizza le decorazioni, chi tira su le impalcature. «Si pensa che basti mettere giù delle casse per organizzare un rave, ma è un lavoro che richiede mesi, o anche anni nel caso delle feste più grandi». Prima degli eventi, squadre addette alla messa in sicurezza segnalano e risolvono eventuali situazioni di rischio. «Le misure di sicurezza che adottiamo per il montaggio delle strutture e la preparazione degli spazi – ci tengono a precisarlo – sono persino ridondanti rispetto alle norme. È nel nostro interesse che nessuno si faccia male». Gli edifici utilizzati per le feste sono poi, nella maggior parte dei casi, volutamente fatiscenti, degli ecomostri abbandonati e dimenticati dalle istituzioni, spesso trasformati in discariche abusive. «Siamo noi a renderli di nuovo vivi e spostare l’attenzione su spazi che sono dimenticati fino a quando non ci si crea un free party dentro».

Gli spazi poi vengono ripuliti dopo ogni evento, come è successo sia a Modena che a Valentano. «Sempre di più organizzatori e partecipanti diventano sensibili al tema», spiegano gli Hidden. «Chi va alla festa pulisce, perché si sente parte di un gruppo. Agli eventi legali, invece, sei un cliente e sai che stai pagando perché qualcun altro pulisca al posto tuo. Nel 2018, al termine di un party che avevamo organizzato all’interno di una fabbrica, i carabinieri ci hanno fatto i complimenti, perché l’avevamo lasciata più pulita di com’era quando siamo entrati».

Se ognuno ha il suo ruolo nella preparazione dell’evento, a suonare sono tutti quanti. Per questo motivo gli Hidden fanno fatica a identificare la loro crew con un unico genere musicale, che a ciascun evento si modella sulla soggettività di chi produce o riproduce il sound. «Quando ho iniziato ad approcciarmi all’elettronica – spiega una delle ragazze del gruppo – facevo un genere molto più soft di quello che suono adesso. Poi chi mi ha avvicinata ai rave mi ha insegnato ad ascoltare davvero la tekno e lì ho formato il mio stile. Ogni tipo di musica deve essere studiato per poter essere compreso».

Nella cultura rave, poi, l’artista è secondario rispetto alla sua musica, tanto che spesso si ricerca l’anonimato. «La gente guarda il sound, non l’artista. Soprattutto in passato non si aveva alcun interesse nell’identificare chi mixava o creava la musica. È una logica opposta a quella dei concerti». Quello che si cerca a un free party è un momento di evasione grazie al ritmo che, associato alle luci, agli stack e alle vibrazioni rilasciate dai sound system, permette con suoni ripetitivi «di spingere il corpo a movimenti concatenati e a ballare per ore. È una cosa quasi primordiale, ma accade pure con il valzer. È l’energia della musica che ti entra dentro».

Dalla fondazione del gruppo, gli Hidden hanno suonato un po’ ovunque, specialmente nel nord Italia e in Europa. «La scorsa estate a ferragosto ho organizzato un rave in Grecia con altre persone – racconta un ragazzo della crew  – in cima al monte Olimpo, per scomodare direttamente Zeus». L’attività non è mai stata priva di conseguenze, tanto che quasi tutti hanno denunce a carico, per occupazione e deturpamento di terreni privati, e più volte hanno subito il sequestro dell’attrezzatura, se non il danneggiamento. «Gli impianti che portiamo non ci piovono dal cielo, lavoriamo e facciamo sacrifici per acquistarli e portarli agli eventi. Tutto quello che facciamo è autofinanziato e non c’è alcun guadagno, perché se qualcosa entra in cassa attraverso le vendite dai banchetti viene subito reinvestito in attrezzatura». Denunciano poi di aver ricevuto più volte minacce da parte delle forze dell’ordine, che avrebbero spesso sgomberato con violenza anche i partecipanti. «Quello che succede quando ci sono le telecamere è diverso da quando non ci sono».

La stessa repressione non è riservata, però, a eventi che la crew ritiene abbiano una pericolosità sociale maggiore di quella dei rave. «L’opinione pubblica ha fatto il confronto con Predappio, che non è però il più calzante. A parte l’apologia al fascismo, di certo non marginale, non ci sono stati crimini violenti durante il corteo. Mentre sgomberavano noi da Modena, però, allo stadio gli ultras dell’Inter cacciavano con la forza un’intera curva di gente sotto gli occhi della polizia, che non è intervenuta».

In un’intervista al Corriere della Sera, il neo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha spiegato che l’intenzione del decreto è di «allineare» l’Italia «alla legislazione degli altri Paesi europei» che, secondo quanto dichiarato in passato anche dall’ex ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, avrebbero regole «più severe» in materia. In realtà, nei principali Paesi europei, come Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, partecipanti e organizzatori di free party incorrono in pene inferiori a quelle fissate dal nuovo decreto. «La cultura dei rave in diversi Paesi esteri è molto più radicata e la musica tekno ha uno status professionale», spiegano ancora gli Hidden. «Tanti musicisti sono nati dai generi underground. Lo stesso Carl Cox ha iniziato a lavorare come dj ai free party nell’Inghilterra degli anni ‘80 e ora riempie i club di tutto il mondo. In Italia, invece, è un genere di “sottofondo”».

La strumentalizzazione dei free party a fini politici contribuisce a cristallizzarne un’immagine stereotipata e semplicistica. Non si tratta, come si tenta di raccontarli, di raduni dei reietti della società. «La parola stessa del free party lo dice: è una festa aperta a tutti. Non c’è selezione all’ingresso o dress code. Così si ritrovano insieme tutte le persone che compongono il tessuto sociale: studenti, operai, anche i figli dei poliziotti, che portano con sé gli stessi problemi endemici e trasversali che si hanno negli altri contesti». Anche chi gli eventi li organizza non vive al di fuori della società. C’è chi lavora come contabile in uno studio di commercialisti, chi fa il muratore e chi il sound designer.

La libertà dei rave è connessa e associata anche a una libertà di consumo di sostanze stupefacenti, che, più del resto, contribuisce a infuocare gli animi dei detrattori. «Ci teniamo a sfatare il mito che per ascoltare la tekno serva drogarsi. Le droghe girano ai rave come in qualsiasi altro ambiente, ma non sono il fulcro dell’evento. Tanta gente partecipa per la musica, così come c’è chi non lo fa». Diversamente da altri contesti musicali, i free party ospitano uno spazio di «riduzione del danno», un luogo appartato in cui riprendersi dalla musica, dove è possibile trovare banchetti gestiti da associazioni, che fanno spesso riferimento all’Asl, che sensibilizzano all’uso delle sostanze e ne permettono l’analisi per un consumo consapevole. «Finché l’Italia negherà un approccio costruttivo nei confronti del consumo la gente continuerà ad assumere droghe, ma lo farà criminalizzata e marginalizzata, senza un controllo e senza sapere davvero cosa sta facendo».

L’illegalità è, in ogni caso, un elemento fondante dei rave, che si propongono come eventi al di fuori del sistema. La filosofia alla base è quella di creare una società che, per quell’intervallo di tempo, si autodetermini grazie alla collaborazione dei partecipanti. «Ballare è da sempre un atto sovversivo. Un modo per evadere da una realtà fatta di guerre, crisi ambientale, davanti a cui ci sentiamo impotenti. Ma più di tutto, i rave sono un evento dove le persone possono sentirsi loro stesse per 24 ore o per una settimana».

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