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Andrea Purgatori, ufficiale e gentiluomo

Poche persone nel terzo millennio hanno interpretato l'archetipo del giornalista come lui, un pezzo di Novecento che è sopravvissuto alla fine delle notizie e, fino all'ultimo, ha continuato a fare quello per cui era nato: raccontare storie vere

Foto di Ivan Romano/Getty Images

Sono tantissimi i giornalisti che sostengono di aver deciso di fare questo mestiere a causa di Andrea Purgatori. E lo dicevano da prima della notizia della sua morte improvvisa. Lo dicevano perché è vero. Poche persone nel terzo millennio hanno interpretato l’archetipo del giornalista come lui, un pezzo di Novecento che è sopravvissuto alla fine delle notizie e, fino all’ultimo, ha continuato a fare quello per cui era nato: raccontare storie vere.

Aveva la faccia per farlo, Andrea Purgatori. Il mosaico di rughe che percorreva la sua faccia è esattamente ciò a cui aspira qualsiasi giornalista, perché è quello il volto di chi di realtà ne ha vista tanta e tanta ne ha raccontata. E poi, certo, aveva anche la voce.

Atlantide, il programma che conduceva su La7, quella voce l’ha consegnata alla storia del giornalismo. Perché i documentari proposti erano sì belli, ma mai quanto i momenti in cui si interrompevano e Purgatori attaccava a raccontare, rintuzzare, commentare, chiarire.

La sua carriera, cominciata negli anni ’70, l’ha portato ad attraversare gli anni lunghissimi dei misteri italiani ed è grazie a lui che, per esempio, sulla strage di Ustica sappiamo qualcosa in più del silenzio che all’inizio si voleva fosse la versione ufficiale. Non è poco. Anzi, è molto. Dire Ustica è come dire Purgatori e l’espressione «muro di gomma» nasce da un film di Marco Risi sulla storia di un giornalista del Corriere della Sera che passa un decennio dietro alle misteriose indagini sull’incidente aereo del 27 giugno 1980. Sceneggiatore del film, insieme agli immancabili Rulli e Petraglia, era Purgatori, che davvero aveva passato un decennio (e poi avrebbe passato altro tempo ancora) dietro al mistero di Ustica.

Basterebbe già questo a spiegare per quale motivo tanti hanno cominciato a fare i giornalisti ispirandosi a lui. C’è però ovviamente anche dell’altro, piccole mitologie professionali che diventano storie da tramandare di caporedattore in cronista, perché oltre al tran tran quotidiano, alla corsa dietro alle notizie, al generico disprezzo che le persone provano verso chi per vivere riempie pagine di giornali, c’è un senso della leggenda degno dei film western. E c’è la voglia di inseguire una storia dall’inizio alla fine per poterla raccontare, anche se poi non se la ricorderà nessuno anche se le trasmissioni chiudono e sopravvivono come tranci da trenta secondi da mettere su TikTok, anche se i giornali di carta sono in crisi (e comunque già dalle undici del mattino sono buoni solo per incartare il pesce), anche se le notizie non si sa più bene cosa siano né dove trovarle.

Purgatori, peraltro, ha interpretato lo spirito del cronista come autentico lottatore civile: è stato, tra le altre cose, presidente di Greenpeace Italia tra il 2014 e il 2020, ha diretto per un periodo il settimanale Left, non ha mai nascosto le sue idee. Il rigore giornalistico, la ricerca di quel concetto filosofico chiamato verità e il tentativo (sempre vano) di immortalarne un po’ in un articolo o in un servizio non possono prescindere dall’avere una precisa idea del mondo. Quando si dice che il giornalista deve essere oggettivo bisogna tendenzialmente cominciare a sbraitare: è la realtà a non essere oggettiva e chi sostiene il contrario è un imbroglione o poco più.

Purgatori, negli anni, si è andato a ficcare in tutti i più grossi guai della Repubblica, anche quelli più recenti, come il caso Abu Omar, il sequestro illegale da parte della Cia dell’Imam di Milano, accusato di essere un terrorista anche se non era vero. Erano gli anni della guerra al terrorismo di George W. Bush e l’Italia era completamente piegata alla logica statunitense del sospetto e della negazione dei diritti umani nel nome della (presunta) sicurezza internazionale. Tra i pochissimi che si occuparono di quella faccenda senza fare sconti, anzi evidenziando i lati oscuri e quelli vergognosi, c’era Andrea Purgatori. Ne scrisse anche un bel libro, nel 2007: I segreti di Abu Omar. Un imam, la CIA, il SISMI. Misteri, dubbi, illegalità.

Il giornalismo, comunque, non è stato tutta la vita per Andrea Purgatori. C’era anche un altro lato della sua personalità che, a un certo punto, ha quasi preso il sopravvento su tutto il resto: la sua carriera da autore, sceneggiatore e anche attore. Era lui il camerata Fecchia di Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti, con il quale peraltro ha anche collaborato in imprese del calibro del Caso Scafroglia e Aniene. Difficile da dimenticare anche la parte di Purgatori in Boris: era l’avvocato Kalemzuck, l’uomo che rappresentava Cristina, «la fija de Mazinga», sul set degli Occhi del cuore. A un certo punto René Ferretti gli propone di interpretare Gesù in una fiction, ma lui risponde di non poterlo fare: «Gesù mica fumava il sigaro».

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