Rolling Stone Italia

A Torino c’è un problema con i pronto soccorso

Sale sovraffollate, medici sfiniti, parenti costretti a dare da mangiare ai malati per colmare la carenza di personale, pazienti che dovrebbero essere ricoverati entro sei ore e, invece, rimangono in attesa per giorni e giorni: viaggio nel limbo della sanità pubblica

Foto di Diego Puletto/SOPA Images/LightRocket via Getty Images

Sono una giornalista: ho visto in questi anni le terapie intensive colme di pazienti Covid intubati, racconto i problemi della sanità italiana, vado in piazza e seguo le proteste dei lavoratori che si lamentano dei tagli, riporto le dichiarazioni dei politici che scaricano le colpe su chi c’era prima. Poi mio padre è stato portato con un’ambulanza in ospedale e ho indossato i panni della figlia.

Accadeva venerdì, quattro giorni fa. Oggi sembra un’eternità, soprattutto se si considera che lui li ha passati in pronto soccorso, dove si trova tutt’ora, senza la possibilità di venir inserito in reparto, e noi fuori ad attendere. Che cosa aspettiamo? Un miracolo, mi viene da dire a questo punto. Tutti i pronto soccorso di Torino si trovano nella stessa situazione, spostarlo non è un’opzione.

Mio padre è un soggetto fragile: se rimane lì, abbandonato a sé stesso su una barella in un corridoio del pronto soccorso, in balia dei virus di tutti i pazienti che si trovano nella stessa condizione, potrebbe peggiorare, prendersi qualcos’altro, come se non gli bastasse la polmonite grave che si ritrova.

I racconti che arrivano da dentro lasciano poco spazio all’immaginazione. «Un lazzaretto», è il commento dei parenti che entrano per andare a trovare i propri cari in questo limbo della sanità pubblica: tutti ammassati, uno sull’altro. «Ci fanno entrare solo alla sera, ma i medici con noi non parlano a quell’ora dicendo che ci hanno già spiegato tutto per telefono. La verità è che siamo qui per sostituire il personale carente e dare da mangiare ai malati. Senza di noi non c’è nessuno che lo faccia». C’è qualcosa di peggio?

«Avete ragione», mi dice al telefono chi deve aggiornarmi sulle sue condizioni di salute, «siamo arrabbiati anche noi, non possiamo svolgere correttamente il nostro lavoro se abbiamo in contemporanea settanta pazienti». «In una situazione ottimale dovrebbero essere ricoverati entro sei ore, invece rimangono giorni e giorni», mi spiega uno dei medici del pronto soccorso. Vuole rimanere anonimo, perché chi si espone rischia: «Una collega che è stata riconosciuta in un’intervista video ora subisce continue vessazioni».

E poi prosegue con il racconto: «Non siamo semplicemente arrabbiati, siamo proprio stremati, soprattutto perché non si intravedono soluzioni a breve termine». Il Covid non ci ha insegnato nulla, penso, ma lui specifica che «nei pronto soccorso era così da ben prima della pandemia, ogni anno puntualmente con dicembre arrivano le influenze stagionali e i pronto soccorso e i reparti sono pieni, ma tra la carenza di personale e il continuo smantellamento delle strutture ospedaliere territoriali è sempre peggio. Quest’anno è un incubo».

Da giornalista questo discorso lo capisco, lo sento da anni. Da figlia sono devastata. Mio padre avrebbe dovuto rimanere sei ore in pronto soccorso, invece sono quattro giorni, tre notti, un numero indefinito di pasti che chissà se qualcuno gli ha portato. Sono incazzata, sia da giornalista sia da figlia, un po’ di più per la seconda. Ma con chi mi arrabbio? Con chi posso prendermela? Non con i medici, che anche se a volte usano toni sgradevoli sono tra le vittime di questo sistema. Con chi è ora ai vertici? O con chi c’era prima? E da quanto indietro bisogna partire, per individuare la genesi di quel prima?

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