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Le storie delle atlete trans alle Olimpiadi di Tokyo

C'è un motivo per cui queste Olimpiadi resteranno nella storia: è la prima volta che tre sportive trans sono in gara per rappresentare i rispettivi Paesi di origine. Ecco le loro storie

Le Olimpiadi di Tokyo stanno facendo la storia. È la prima volta da quando nel 2004 il Comitato Olimpico Internazionale ha cambiato le sue linee guida – per permettere agli atleti e alle atlete transgender di partecipare alle competizioni – che tre sportive trans sono in gara per rappresentare i rispettivi Paesi di origine.

Il primo caso è quello di Quinn, che gioca a calcio nella Nazionale femminile del Canada dal 2013 (ha già partecipato alle Olimpiadi del 2016 e ai Mondiali in Francia nel 2019). Difensore centrale e centrocampista, classe 1995, ha fatto coming out nel settembre 2020 sul suo profilo Instagram, spiegando di avere un’identità di genere non binary: non si identifica né come maschio né come femmina. Perciò ha chiesto, nei suoi confronti, l’uso di pronomi neutri “they” e “them”. Risponde al suo cognome, Quinn, senza nomi che possano far supporre un determinato genere.

 

 
 
 
 
 
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Laurel Hubbard, 43 anni, sollevatrice di pesi neozelandese, gareggerà il 5 agosto nella categoria supermassimi +87 chili. Secondo le linee guida attuali, quelle che il Comitato Olimpico Internazionale ha aggiornato nel 2015, i livelli di testosterone delle atlete trans devono essere inferiori a 10 nanogrammi per litro di sangue per almeno 12 mesi prima della competizione, anche se, in realtà, non ci sono prove scientifiche chiare che dimostrino che l’ormone aumenti le prestazioni atletiche. La partecipazione di Lauren Hubbard è stata – ed è ancora – molto discussa: se i suoi fan hanno accolto favorevolmente la sua ammissione alle gare, i critici e diverse avversarie hanno messo in dubbio l’equità delle gare in cui le atlete transgender competono contro le donne cisgender (quelle la cui identità di genere corrisponde al genere e al sesso biologico). Ma Lauren aveva chiarito: “non è il mio ruolo o il mio obiettivo cambiare le menti delle persone. Spero che mi sostengano, ma non sta a me costringerli a farlo”.

Poi c’è Chelsea Wolfe, nata nel 1993, atleta supplente per il team Usa di BMX freestyle: ha cominciato a fare gare di Bmx quando aveva sei anni. Quanto alla sua partecipazione ai Giochi olimpici di Tokyo, “ricordo a me stessa che, anche se lo faccio per le stesse ragioni di chiunque altro”, ha detto, “vale a dire voler essere un atleta professionista, lo faccio anche perché voglio essere la persona che avrei avuto bisogno di vedere alle Olimpiadi quando ero più giovane. Allora, mi avrebbe aiutato immensamente a sentirmi adeguata, a valorizzare la persona che ero e a non sentire il bisogno di nascondermi dal mondo”.

 

 
 
 
 
 
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