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La prima causa civile contro ENI: «Il suo operato peggiora la crisi climatica»

È stata notificata questa mattina da Greenpeace, ReCommon e dodici tra cittadine e cittadini: vogliono obbligare la multinazionale a modificare i suoi piani di investimento e decarbonizzazione, in linea con gli Accordi di Parigi

Credits: Greenpeace

Anche in Italia ha inizio la stagione delle climate litigation – ossia azioni legali avviate con lo scopo di imporre alle aziende il rispetto di determinati standard in materia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra e di limitazione del riscaldamento globale.

Questa mattina Greenpeace Italia, ReCommon e dodici tra cittadine e cittadini hanno notificato l’apertura di una causa civile nei confronti della società «per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui Eni ha significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendone consapevole», si legge nel comunicato stampa diffuso dalle organizzazioni.

Greenpeace, ReCommon e cittadini valutano che «L’attuale strategia di decarbonizzazione di Eni sia palesemente in violazione degli impegni presi in sede internazionale dal governo italiano e dalla stessa società. Ritengono inoltre inaccettabile che, a fronte di extra profitti record realizzati nel 2022, Eni continui a investire nell’espansione del suo business fossile, a danno del clima e delle comunità locali che in tutto il mondo subiscono gli impatti del riscaldamento globale. La conferma di Claudio Descalzi al vertice della società da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, avallata dall’intero governo, rende inoltre quest’ultimo complice di scelte che aggravano la crisi climatica».

«Faccio causa a ENI e alle realtà statali che la controllano perché le loro strategie non rispettano gli accordi di Parigi in termini di emissioni di CO2», ha spiegato Vanni, uno dei cittadini che ha fatto partire la causa. «L’operato di ENI contribuisce ad aggravare notevolmente la crisi climatica, con conseguenze sempre peggiori per me e per il mio territorio, il Polesine. Nei pressi del Delta del Po, il mare avanzerà sempre di più nelle nostre terre, e con la risalita del cuneo salino rischiamo di trovarci a vivere in un vero e proprio deserto o di essere costretti abbandonare la nostra casa e la nostra terra».

La causa è stata intentata anche nei confronti del ministero dell’Economia e delle Finanze e di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) in quanto queste due realtà sono azionisti che esercitano un’influenza dominante sulla multinazionale energetica. E ai quali viene chiesto di adottare una politica climatica che guidi la sua partecipazione nella società in linea con l’Accordo di Parigi.

La richiesta delle associazioni è di un risarcimento danni e che un giudice accerti le responsabilità di Eni e di chi ha approvato la strategia energetica del colosso petrolifero. Inoltre le organizzazioni chiedono a Eni di cambiare la propria strategia aziendale.

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